lutto

Un paio di giorni fa ho ritrovato una persona a me molto cara. Mi sono accorta che non la sentivo dalla morte di Elia. Probabilmente da allora non vedrei e non sentirei più quasi tutte le persone che mi stanno intorno, anche quelle a cui tengo molto, se non fosse per alcune occasioni irrinunciabili che mi hanno costretta a forzare, uscendo dal guscio.

Il lutto isola. 

Il mio lutto ha arso la mia pelle come il sole della prima giornata di mare della stagione. Il sole di aprile o maggio che mi frega sempre, perché non mi rassegno a credere che sia prepotente come quello di luglio, se non di più. Agevolato dall’immancabile brezzolina che distoglie l’attenzione dalla calura. La sera mi ritrovo rossa come un peperone, dalla fronte agli alluci.

Mi bruciano il viso, le spalle… Non posso stare seduta, non riesco a stare sdraiata. La maglietta sfrega impercettibilmente la pelle che pizzica ad ogni respiro.

Sono stata così: ustionata. Per molto tempo.

Le parole della gente (tutta) sono come graffi sulla pelle bruciata.

Uscire e mostrarsi è come mettere in piazza la sbadataggine di non avere ancora imparato che il sole brucia.

Stare in mezzo agli altri significa farsi giudicare, farsi rimproverare per tanta leggerezza.

Occorre curare le ustioni…

Vasetti e vasetti di crema emolliente…

Devo essere onesta e ammettere che nessuno avrebbe potuto dire la cosa giusta o fare la cosa giusta.

Ci sono moltitudini di cose decisamente sbagliate che gli altri hanno fatto e frasi decisamente infelici che hanno pronunciato e una sola cosa giusta che mi avrebbe guarito immediatamente: potere tornare indietro e impedire la morte delle mie bambine.

Al di là di questo, nulla poteva essere di sollievo. 

Ci ho messo molto tempo a realizzare che non erano gli altri incapaci di capire (anche, ma non solo): era loro impossibile realizzare quanto era nelle mie aspettative.

Nessuno poteva guarire le mie ferite. Nessuno poteva fare nulla, se non spalmare un po’ di crema là dove io ero incapace di arrivare da sola.

L’isolamento è stato istintivo: ho protetto la mia pelle dai graffi.

Sono rimasta isolata per molto tempo.

Ho curato la mia scottatura, ma la pelle rimasta molto più sensibile di prima. 

Credevo che ‘andando avanti’ e abbracciando il nostro bambino NUOVO, la sensibilità si sarebbe nuovamente riassestata ai livelli di un tempo. 

Mi sbagliavo. 

Me ne accorgo perché ci sono ancora cose che mi infastidiscono terribilmente. 

Le lamentele, per esempio. 

Mi è capitato più di una volta di incappare in madri, nuovamente in attesa di un bambino, pronunciare considerazioni sconcertanti… 

Per esempio che fosse una fregatura il fatto che il bambino che sarebbe nato prossimamente, sarebbe arrivato in una stagione sgradita… D’estate per il troppo caldo, d’inverno per il freddo. 

‘Prega che nasca… vivo’, ho commentato immancabilmente, ‘Perché seppellire un figlio sia d’estate che d’inverno, è molto peggio – te lo dico per esperienza…’

Oppure mi è capitato di ascoltare il ‘lamento libero’ di quelle che non sopportano nulla di una gravidanza: dalla nausea, alle gambe gonfie, al reflusso… e chi più ne ha più ne metta.

Annunciano il loro stato dall’attimo dopo in cui il test casalingo rivela loro la novità e inizia il calvario, per gli altri. Immancabilmente mi viene da pensare che non glielo ha mica ordinato il medico di mettere al mondo un altro figlio! E cosa si aspettano in fondo? Un monumento per avere sopportato ciò che sopportano molte in silenzio? E chi le avvisa che può anche capitare di vomitare l’anima per mesi, per poi ritrovarsi solo con una lapide in mano?

Bisognerebbe poterlo dire… ma c’è sempre quella regola implicita che dice che una donna incinta non va mai contraddetta… spaventata… agitata.

Quindi si tace e si ascolta un mare di idiozie che fa rivoltare lo stomaco.

In realtà io taccio non per adeguarmi alla regola implicita, ma perché penso che donne così non siano in grado di capire… ci dovrebbero passare per farsene un’idea e riequilibrare il senso di ciò che è davvero difficile da sopportare, ma anche così non è detto che giungano a tanto…

Quindi mi auguro che non se ne facciano mai una coscienza, perché quel NUOVO bambino possa vedere la luce sano e salvo.

E mi tengo le mie ‘ustioni da lutto’, che mi dicono di avere maturato io stessa quella coscienza… Non che ne sentissi il bisogno…

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