Speranza

Solo a chi non fa mai niente, non accade mai niente…

Questo dico ai miei figli, quando arrivano con un ginocchio sbucciato, perché, divertendosi a correre nel prato, si sono accartocciati.

E detto fra noi, non è nemmeno del tutto vero che la condizione imprescindibile degli imprevisti sia il fare qualcosa: metti che te ne stai comodamente sdraiato sul divano e il soffito ti cada addosso, così a caso… movimento tellurico, cedimento di un trave, la qualunque.

Ecco, non te la sei propriamente andata a cercare, ma talvolta è la sfiga a trovare te.

Tuttavia, restare fermi e immobili, offre la sensazione di non esporsi, di preservarsi, di avere colto pienamente il senso della cautela.

Uno che non fa mai niente, difficilmente si troverà col ginocchio sbucciato… ma vuoi mettere il godimento dell’aria sul viso mentre le corri in contro, i piedi che affondano nell’erba, il piacere di un guizzo felino volto ad acchiappare una delle sorelle? Ecco, c’è caso che ti costi un ginocchio sbucciato e per me ne vale senz’altro la pena.

Certe cose capitano, mentre cerchi di farne altre.

Io cercavo di mettere al mondo qualcun altro dei nostri e in effetti ci sono riuscita, ma non esattamente come ci aspettavamo.

Così due di loro hanno finito la loro corsa senza nemmeno passare dal VIA.

Ci è capitato questo, poteva capitarci altro, qualunque altra cosa, nel nostro caso è accaduto proprio questo.

A partire da questo si sono manifestate alcune cose che si sono tradotte in altre.

La morte immobilizza, la mia resilienza affatto.

Cos’è la resilienza? Ne ho parlato qui, ma, tradotto in termini pratici, è la capacità di fare i conti con la sfiga.

Mi accade talvolta di inciampare in una considerazione piuttosto comune: si capisce perché metta tanta passione e dedizione nelle cose che faccio o che scrivo, tentando di divulgare ciò che sta intorno agli avvenimenti che ci hanno travolto, è così perché lì ci sono le figlie che non ho.

La trasformazione…

Ecco come la morte ha il potere di trasformare le persone: alcune le rende nuovi angeli che indicano la via, altre le tramuta in nuove madri speciali che la solchino illuminate.

Per le menti che partoriscono tali giudizi, la morte ha senso se da essa ne sortisce altro.

Dalla morte sortisce silenzio e quel silenzio lo conosco bene, come ne conosco l’abisso, l’insensatezza, la mancanza di respiro, il vuoto costante, il senso di colpa, la fatica di risalire.

Cazzo Caspita, che fatica!

Ma ce l’ho fatta. No che non era scontato, non era scontato per nulla.

Ed è qui che si posa il mio impegno: è mai possibile che un’esperienza così atroce non abbia delle impalcature solide su cui far reggere chi ci passa in mezzo?

E’ possibile che non ci siano ancora solide impalcature, a fronte di un fatto che è rimasto immutato dalla notte dei tempi?

E’ mai possibile che questa morte trovi senso nell’infinito struggimento?

Chissà poi perché… Forse perché davvero i più hanno bisogno che la morte porti un senso, che non sia solo silenzio.

In effetti queste morti, come tutte le mie morti, hanno avuto il loro senso: io, al cospetto loro, ho misurato me nel silenzio.

E ancora: cazzo caspita, che fatica!

Le mie figlie sono in un posto sicuro, dal quale non potranno mai uscire, ma fuori, come una pallina impazzita a colpire pareti, muri e pavimenti, ci sono stata io.

Dentro tutte queste parole, queste cose che faccio e l’impegno che metto, non ci sono affatto le vite che sono finite, ci sono io che non sono finita con loro.

Nè viva per chi vive, né morta per chi è morto: viva per me.

Nutro la speranza che qui dentro, altre mamme in cerca dell’impalcatura adatta a loro, possano trovare un appiglio, non dico tanto, ma un gancio, piccolo e onesto.

Il gancio c’è e risiede dentro di noi. Dentro ognuno di noi c’è la forza che vogliamo trovare, per andare fin dove vogliamo arrivare. Si tratta di scegliere, senza delegare, chi vive o chi muore.

Non per tutti la risalita porta al medesimo risultato.

Ad ogni palazzo occorre la propria impalcatura.

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