Il mondo del lutto perinatale è colmo di simboli e segni.
Gli angeli, le farfalle, i palloncini, i cuori… Cuori che si cercano ovunque: una macchia, una pozzanghera, una nuvola…
Cuori che rappresentano quei figli che non possiamo vedere, ma che ci sono e ce lo ricordano.
I contest fotografici si duplicano in rete.
Chi non ha foto di figli sorridenti o intenti a fare cose, può comunque partecipare alla vita che vive, mostrando quei figli che non vivono, ma vivono lo stesso: alcuni di loro si definiscono genitori fra cielo e terra.

“Siamo nelle mani di Dio.”
“Lo sa solo Dio…”
“Se Dio vorrà…”

Quante volte mi sono sentita dire frasi simili a queste e ogni volta sono rimasta in silenzio, perché non si risponde, si pensa solo, eventualmente:

“Eh, ma non sarà che Dio si sia confuso e stia inseguendomi con la carta moschicida fra le mani?”
“Se è solo lui a saperlo, prima o poi avrà il buon cuore di mettere al corrente anche me?”
“E quand’è che vorrà? Perché Dio, quello che conosco io, non vuole certo il mio male, perciò non sono affatto sicura che dipenda da lui, ecco.”

In verità il punto è un altro: per cercare i segni e credere in un dio che non si vede, occorre avere qualcosa di affatto scontato: fede.

Con la fede una nuvola sbilenca si trasforma nel sorriso di quel figlio che non c’è.
Con la fede ci si può rimettere ad un volere superiore, che se anche fa un male atroce, avrà un senso alla fine. Alla fine lo scoprirò e saremo a posto così.

Viviamo in un’epoca di crisi della fede, eppure un lutto slegato da simboli e segni sembra impossibile.

Non è impossibile: un lutto senza Dio passa per altre strade, ma arriva a comunque alla sua destinazione.

Così come per coloro che hanno una certa fede è impossibile smettere di cercare i segni, allo stesso modo, per chi quella fede non la possiede, è impossibile concentrarsi su segni che per lui non hanno senso.
Allora che si fa?

Si fa senza.

Si fa senza fede, senza Dio, senza i figli che sono morti.
Sono morti.
A me quella fede manca e sentire pronunciare la parola ‘morte’ mi è stato di enorme sollievo.
Perché finalmente non ci sono stati più dubbi: quelle figlie non si erano perse (come se si potessero ritrovare), non se n’erano andate (come se potessero tornare), non erano volate in cielo (trasformate in angeli custodi), erano solo morte.

Morire è stato il verbo che ha dato origine alla verità su di loro. Quella verità che tanto mi mancava. Perché due figlie che scompaiono prima ancora che la società le abbia riconosciute, prima di avere respirato, prima di potere ricevere un documento di identità che ne decretasse la reale esistenza, non hanno una verità.

Loro sono definite ‘mai nate’. Eppure le avevo partorite. Come fa a non nascere un essere effettivamente espulso dopo il travaglio? Quelle figlie erano solo morte. Senza nascere, senza essere partorite, senza essere esistite?

Non erano solo morte. Erano anche vissute. Perché solo chi vive, alla fine, muore.

Così tutte le cose sono andate a posto.
Loro erano vissute, io ero la loro madre (le avevo partorite!) e tutti noi la loro famiglia. Erano vissute e poi morte, perciò il nostro sconcerto, il dolore, la rabbia, l’incredulità, erano comprensibili. Loro erano morte, quindi potevamo dare loro una tomba e fare per loro quel che si fa per i morti a cui si vuol bene. Loro erano morte e noi potevamo dirci in lutto. Stare così, dolenti, finché avessimo trovato il modo di stare meglio.

Queste nostre figlie erano morte e chi muore non vive più.

Questo pensa un genitore che vive solo in terra e al cielo guarda quando vuol sapere che tempo fa. Questo penso io, che in verità al cielo guardo un po’ ogni giorno, respiro a pieni polmoni e ringrazio di riuscire a vederlo, non più ostruito da fitti cornicioni che tolgono l’aria e mi fanno sentire come un criceto sulla ruota. Quanti significati diversi può contenere la volta azzurra sopra le nostre teste…

Chi muore non vive più, dicevo, non entrerà mai dalla porta di casa, non ci saluterà, non conosceremo mai i lineamenti del suo volto, non sentiremo mai il timbro della sua voce, non avremo altro che quel che abbiamo avuto e ci dovrà bastare. Potrà bastare?

Ci basterà se troveremo il senso di quel che abbiamo condiviso.

Noi abbiamo trovato il nostro senso nel legame. Siamo stati una famiglia. Ci siamo amati.

Abbiamo collezionato ricordi, pochi o tanti, non è questo il metro: abbiamo tutti i ricordi che bastano per non dimenticare il nostro tempo insieme.

“Non doveva andare così, lo si dice sempre. Non doveva andare così, destino infame!”

In verità non sapevamo come sarebbe andata. Abbiamo sperato il meglio. Ci è capitato questo e non è nemmeno detto che sia il peggio del peggio. Al peggio non c’è fine davvero.

Perciò ci siamo fermati e ci siamo arresi all’evidenza che accomuna credenti e non: siamo umani.

Non sta a noi decidere come andrà. Non abbiamo potere di far andare le cose per il verso che vorremmo, ma possiamo fare del nostro meglio per trarre anche dal peggio qualcosa di buono.

Teniamoci il buono allora, questo nostro essere stati la famiglia che siamo stati. In quei mesi siamo stati felici, cavolo! Più di così non saprei immaginarlo. Ed è in questo preciso istante che per un attimo io sono accanto alle figlie che non ho. Dentro questo sorriso che, ormai molto raramente, mi fa pungere gli occhi, io so che sono stata la loro madre (la migliore che potevo essere) e loro le mie figlie: è ciò che di noi porterò per sempre con me.

La morte lascia un vuoto e il vuoto non ha nulla di terribile o spaventoso, è solo uno spazio dotato di confini, capace di contenere chi non c’è più.

Loro sono lì. In quel vuoto che fa parte delle nostre vite, ma che non vive. Perché vive solo chi è in vita, mentre i nostri morti non vivono più. Loro si sono trasformati, mentre noi trasformavamo noi stessi in persone capaci di amare, sperare, credere e osare ancora.
Altrimenti ci saremmo dovuti arrendere ad una vita non vissuta davvero.

Il lutto perinatale non è fatto solo dei segni e dei simboli di quei genitori fra cielo e terra, è fatto anche di morti che muoiono e di famiglie che trovano la loro strada altrove.

Non c’è un modo giusto di vivere il lutto. Non c’è un solo modo di vivere il lutto.

Siamo tutti unici e unico sarà il nostro modo di affrontare le esperienze anche più dure.

Sta qui la nostra ricchezza: nelle differenze.

Segni e simboli

 

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