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Offrimi le informazioni, senza sostituirti a me

Qual è il confine dell’informazione?

Me lo domando ultimamente… Cosa occorre veramente nel momento in cui ti investe la notizia che tuo figlio non c’è più?

Occorrono diverse cose: dal tatto, alla pazienza, alla sensibilità, all’ascolto.

Occorrono le informazioni: cosa è successo? perché è successo? e ora?

Tutte queste cose offrono i primi argini entro i quali far riversare l’ondata di dolore.

Se dovessi scegliere cosa mettere in cima alla lista, personalmente metterei la legittimazione.

Trattami come una mamma che ha perso un figlio e non come una donna a cui devi rimuovere un’escrescenza.

Questo vorrei, innanzi tutto.

A partire da quella legittimazione, arriva tutto il resto: ad una madre che perde un figlio, cosa chiedi?

Almeno chiederai che nome apporre sui documenti che lo riguardano.

Almeno chiederai come intende gestire la sepoltura, il funerale.

Almeno le donerai un sorriso gentile e le farai le condoglianze.

Così i muri degli argini si rinforzano e la piena che sta arrivando rischia di trovarsi abbastanza contenuta.

Occorre partire da un presupposto: la cultura e l’abitudine non ci consentono di considerare da subito figlio, quel figlio che muore, quando è un embrione o un feto. Perciò occorrono tempo e tatto perché si entri nell’ordine di quell’idea.

A poco a poco si approccia alla nuova e sconvolgente realtà:

Ma come, lui non arriverà più? Tutto finito?

Ma come, davvero era mio figlio? Di già?

Ma come, io sono una madre?

Santo cielo… sono la madre di un figlio morto.

A poco a poco si entra in contatto con la realtà e a poco a poco si comprende cosa sia adatto al proprio sentire.

Ascoltati.

Un altro suggerimento che avrei voluto, dopo essere stata legittimata.

Trova il tuo modo di essere madre di un figlio che non c’è.

Si investono energie nel pensarsi attivamente dentro alla propria situazione.

Energie preziosissime che non sono vane, ma sono le prime impalcature su cui sostenersi.

Ad un certo punto ci si può trovare a compiere gesti di grande valore e il valore è assai più ingente perché questi sono gesti prima cercati, poi trovati, infine attuati.

Memory boxDentro tutto quel divenire di azioni c’è il fiume in piena che scorre e trova una direzione: dopo essersi riversato in un primo luogo sicuro, è libero di andare dove deve andare, dove trova il suo letto, non è costretto fra argini definiti da altri.

Così ho la sensazione che offrendo tutte le soluzioni, si invada la singola libertà di scoprire e scegliere di cosa sia fatta la propria resilienza. Si sconfina dall’eccesso di silenzio all’eccesso di parole.

Mi ricordo perfettamente la sensazione di soddisfazione quando ho realizzato che sentivo il bisogno di chiudere materialmente delle cose legate al mio tempo passato con le figlie che non avevo più, dentro una scatola e poi riporla.

Ricordo perfettamente come mi sentissi attiva mentre decidevo di salire in auto e guidare fino al negozio, poi nel negozio, di fronte agli scaffali a scegliere qualcosa dentro cui riporre un pezzo di noi. Ero attiva e soddisfatta, mentre sceglievo le scatole e decidevo cosa inserire.

Poi ho preso tutto quel materiale e mentre compivo i gesti, esaudivo i miei bisogni: quel tempo era contenuto, rintracciabile, tangibile e, ogni volta che avessi voluto, lo avrei potuto ritrovare, semplicemente riaprendo quei contenitori. Intanto giaceva al sicuro, nessun elemento si sarebbe perduto e nessun ricordo si sarebbe perso, seppure si fosse sbiadito. Potevo lasciare andare la memoria, perché essa non sarebbe scomparsa.

Mi domando se tutto ciò avrebbe avuto lo stesso valore se avessi letto da qualche parte il suggerimento della Memory box. Internazionalmente la mia scatola è chiamata così.

Ne ho viste alcune già preconfezionate: contengono materiale informativo, oggetti vari, alcune addirittura una piccola coperta di lana che riporta l’etichetta “Con amore”. Dicono essere scatole piene di vita. In effetti sono piene della vita di chi le ha scelte, riempite e messe a disposizione.

Sostenere non significa sostituirsi.

Sostenere significa anche avere fiducia nelle capacità dell’altro. Così mi pare che non ci sia fiducia nelle mie capacità di sapere elaborare una strategia di sopravvivenza adatta a me. E se anche in alcune parti ricalca la strategia di elaborazione comune, non perde il suo valore, lo perde invece se altri al posto mio precedono i tempi e mi suggeriscono: non mi permettono di attivarmi pienamente per affrontare la mia condizione.

Fin dalle prime battute, ho chiuso con la rete, l’unica fonte di informazione che avevo trovato riguardo la mia situazione: avvertivo chiaramente che il suo eccesso di parole stava invadendo il mio scorrere naturale verso la foce, forzando immagini, pensieri, sensazioni e tappe.

E’ un po’ come trovarsi ad un esame e dover consegnare un disegno basato su un tema preciso: un conto è andarci da sola, riempire il foglio a mano libera lasciando spazio alla fantasia, la creatività e alla mia capacità di interpretare l’argomento, un altro è trovarci il mio sostenitore che mi offre il suo disegno da ricalcare. La valutazione finale non intende stabilire quale sia il disegno migliore, ma chiede alla mano che lo ha tracciato se e quanto lo rappresenti davvero. Ecco, a quell’esame ci sono andata da sola e il mio disegno mi rappresenta pienamente. Questo dovrebbe essere l’obiettivo di chi desidera sostenere: collezionare disegni a mano libera che rappresentino pienamente chi li ha eseguiti.

Così penso che offrire troppe informazioni sia dannoso quanto non offrirne alcuna.

Credo che il limite si possa già definire nelle consuetudini riservate ad ogni genitore in lutto per il proprio figlio.

Non occorre consegnargli scatole di ricordi già piene di informazioni, non occorre suggerirgli come si potrebbe sentire e dare soluzioni su cosa fare se si sente così o colà, occorre chiedergli come si sente, ma per farlo bisognerebbe esserci. Un opuscolo, per quanto ricco e ben studiato, non sostituirà mai il volto di qualcuno che ti guarda mentre ti dice che il tuo dolore viene dal lutto: è tutto vero, tu sei la madre di un figlio che non c’è più.

Accompagnare nel lutto è osservare quel fiume che scorre, prestando attenzione che non allaghi luoghi abitati, ponendo sacchi di sabbia qui e là, solo se serve e dove serve.

Ogni fiume ha la sua forza, le sue risorse e a fermarsi ad osservarlo se ne può cogliere la straordinarietà.

Ogni fiume è unico e unico è il suo percorso.

Nessun figlio nasce con le istruzioni per l’uso, nemmeno quello che, prima di nascere, muore. Così come il percorso della maternità è quotidianamente una scoperta, altrettanto è il percorso della maternità negata.

Infine ci si guarda allo specchio e in ogni ruga c’è tutta la fatica, ma anche ogni traguardo: c’è la vita vissuta.

La tua vita l’hai davvero vissuta se, soffermandoti sull’immagine riflessa, riconosci te stesso.

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