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Maternità interrottahttp://www.professionemamma.net/questionedibiglie Lutto perinataleMon, 24 Oct 2016 09:59:01 +0000it-IThourly1https://wordpress.org/?v=4.5.4http://i1.wp.com/www.professionemamma.net/questionedibiglie/wp-content/uploads/2015/11/cropped-DNA_1600-1550.jpg?fit=32%2C32Maternità interrottahttp://www.professionemamma.net/questionedibiglie 3232Perchè l’aborto fa sempre malehttp://www.professionemamma.net/questionedibiglie/perche-laborto-sempre-male/ http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/perche-laborto-sempre-male/#respondMon, 11 Apr 2016 16:33:08 +0000http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/?p=460Pubblicato da Vanity fair: Sex and (the) stress di Elisabetta Ambrosi Questa la testimonianza di Erika, autrice del blog Professione mamma, cinque figli di cui due non vivi, racconta la sua esperienza dell’aborto spontaneo. E nelle sue parole non è difficile ritrovarsi, per chi ha vissuto questa esperienza.  Sono stata ad una riunione scolastica e ho […]

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Pubblicato da Vanity fair: Sex and (the) stress di Elisabetta Ambrosi

Questa la testimonianza di Erika, autrice del blog Professione mamma, cinque figli di cui due non vivi, racconta la sua esperienza dell’aborto spontaneo. E nelle sue parole non è difficile ritrovarsi, per chi ha vissuto questa esperienza

l'aborto fa sempre male

Sono stata ad una riunione scolastica e ho portato con me l’ultimo nato: un mese di vita. Piccolo e soffice dentro il completo di lana che gli avevo preparato durante la sua attesa. Si sono fermati tutti, sorrisi grandi e sincere esclamazioni di stupore.
Chi sapeva del nostro passato ci ha accolto con maggiore soddisfazione: finalmente, era l’ora! Qualcuno ha aggiunto: “Ce l’hai fatta!” Ce l’ho fatta. E’ dentro questa frase che si racchiude il nocciolo vero della vergogna di una madre che non sa far nascere: lei non ce la fa.
Così ho compreso di cosa mi ero vergognata per tutto quel tempo, prima di farcela e riscattarmi come donna, come madre, come essere umano che vale qualcosa davvero. E’ qui dentro che risiedono tutte le aspettative sociali di cui è investita una donna e una madre, qui c’è il vero senso dell’onnipotenza materna.

Una madre genera, genera figli vivi e sani, senza problemi, tutto il resto è un difetto da relegare a sotto-sezioni della maternità, di cui è bene non parlare apertamente per non turbare l’immaginario collettivo e di cui vergognarsi in solitudine. Ma la realtà non è questa, nella realtà la maternità ha tanti e diversi volti e nel 30% dei casi deve fare i conti con l’assenza.

Non sono triste per le cose che non hai visto, gli odori che non hai sentito, i passi che non hai mosso e le cose che non hai detto, ma sono triste per le cose che non ti vedrò mai fare, per il tuo odore che non potrò mai sentire, per i passi che non ti vedrò mai muovere e per le cose che non ci diremo mai. 
Sono una mamma egoista. Ti vorrei qui solo per me.

È capitato che una delle mie figlie mi lasciasse così: egoista e piena di vergogna. È  sembrato normale uscire dall’ospedale a braccia vuote, mentre i più parevano sollevati, perché ritenevano che avessimo risolto il nostro problema.
C’eravamo liberati del grumo di cellule che era stato un figlio: a posto così, potevamo guardare avanti.
Eppure avvertivo una consapevolezza profonda: io ero diventata mamma. Ero la mamma di quel grumo di cellule. Per un momento mi sono trovata perfino felice e soddisfatta della mia impresa: in sala parto avevo dato al mondo una bambina. Lei era passata attraverso di me e non aveva alcuna importanza che respirasse oppure no, non importava che non fosse perfetta: era la mia meravigliosa piccola bambina. Io ero diventata madre, ero madre di una figlia vissuta poco, ma che, nel suo poco, aveva comunque lasciato una traccia del suo passaggio.
Tuttavia non mi era rimasto nulla di lei: era semplicemente scomparsa, come se non fosse mai esistita.
Le mie braccia erano vuote, eppure terribilmente pesanti.
Mi domandavo come potessero pesare tanto, dato che erano vuote, non avevano mai cullato quella bambina che non c’era più e per molti non c’era mai stata.
Le mie braccia si aspettavano qualcuno da cullare, loro erano già pronte ad essere riempite e sono rimaste completamente disorientate dall’improvviso nulla in cui erano state catapultate.
Tale era il nostro smarrimento che, per tentare di trovare un modo per pacificarci, abbiamo scelto di provare a far fare a quelle braccia le uniche cose che potevano fare: abbiamo chiesto di poter seppellire la nostra bambina.

Ci sono figli per cui si sceglie il colore del corredino, altri per cui si sceglie il colore della lapide.
E’ triste? Certo.
Tuttavia ci siamo sentiti meglio.
Se i riti esistono, a qualcosa servono… 
Così abbiamo dato sepoltura a nostra figlia, abbiamo fatto per lei delle cose, abbiamo compiuto scelte e l’abbiamo accompagnata in un luogo in cui possiamo ritrovarla: lei non è scomparsa nel nulla, è morta.
Ma prima di morire è vissuta…
Lei è vissuta e noi siamo stati la sua famiglia.

Nella mia storia di mamma ho avuto cinque figli, tre li vedo crescere due non li ho mai visti in volto.
Sì, ci è capitato due volte di dover lasciare andare un figlio, poiché il fatto di passare attraverso questa esperienza una volta, non rende immuni… non basta riprovare e dare dimostrazione di non badare ad un figlio che muore, considerandolo solo un incidente di percorso, perché non accada mai più.
Ho scoperto di essere una madre piuttosto umana e affatto onnipotente: io posso solo provare a mettere al mondo i miei figli, il resto non dipende solo da me.
Ho smesso di vergognarmi.
Se è vero che non posso decidere la sorte dei miei figli, posso però decidere cosa fare del dolore che provoca la loro morte e, ancora di più, posso scegliere cosa fare della gioia provata nel tempo diviso con loro.
Quella gioia è diventata il patrimonio inestimabile che porto con me.
Ogni figlio ha mosso in me qualcosa di unico, ognuno di loro mi ha reso la donna e la madre che sono, per il solo fatto di essere passati attraverso di me e avere diviso con me un tratto di strada, più o meno lungo, ma comunque indimenticabile.

Grazie Elisabetta Ambrosi, per questa preziosa opportunità!

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La semantica nella maternità interrottahttp://www.professionemamma.net/questionedibiglie/la-semantica-nella-maternita-interrotta/ http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/la-semantica-nella-maternita-interrotta/#respondFri, 08 Apr 2016 07:47:56 +0000http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/?p=453Pubblicato da Il vino e le viole Ricordo benissimo una delle prime ecografie: ancora non sapevo che quell’immagine sfocata rappresentasse una bambina, ma tutti sapevano che quell’immagine sfocata fosse la mia bambina. Lo sapevano tutti, anche il ginecologo, che ha stampato più di un’immagine e me l’ha consegnata nelle mani con un sorriso, affinché potessi […]

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Pubblicato da Il vino e le viole

la semantica nella maternità interrottaRicordo benissimo una delle prime ecografie: ancora non sapevo che quell’immagine sfocata rappresentasse una bambina, ma tutti sapevano che quell’immagine sfocata fosse la mia bambina.

Lo sapevano tutti, anche il ginecologo, che ha stampato più di un’immagine e me l’ha consegnata nelle mani con un sorriso, affinché potessi già riempire il suo album di fotografie.

Poi è capitato che ad una successiva ecografia il monitor restituisse una figura ambigua: allora non solo non si poteva ancora capire che fosse una bambina, ma a stento si poteva intuire che fosse stata una bambina. Le uniche informazioni certe che potevamo evincere erano che il suo cuore non batteva più e che io mi ero trasformata in una MEF (Morte Endouterina Fetale).

Le parole sono legate alle immagini, le immagini sono legate alla natura e la natura è legata alle aspettative sociali.

Quando un’immagine non rappresenta ciò che le aspettative sociali si aspettano, la natura scompare e tutte le parole scelte per descriverla si trasformano.

Le aspettative sociali prevedono che la gravidanza produca un figlio.
Le aspettative sociali prevedono che il figlio sia un cucciolo d’uomo vivo.
Le aspettative sociali prevedono che la generatrice di quel figlio vivo sia definita madre.
Le aspettative sociali non prevedono nulla di alternativo a questa serie di fatti e conseguenze: la natura dell’aborto è negata.

Perciò, quando capita che un figlio muoia durante la gravidanza, le aspettative sociali si attivano per la sua rimozione, come se non fosse mai esistito; quel figlio non è più definito ‘bambino’, ma materiale abortivo o grumo di cellule; stabiliscono che il grumo di cellule non sia partorito, ma espulso; sanciscono che chi lo ha espulso non sia una madre, ma una Mef.

La verità qual è?

Ognuno è libero di scegliere la propria, ho compreso nel tempo che non esiste una verità assoluta e che tentare di affermare la propria come tale è un’usurpazione, una violazione, una prevaricazione della sensibilità altrui.

Col tempo ho compiuto la mia scelta e per compiere la scelta più adatta alla mia sensibilità, ho ascoltato il mio cuore e l’ho messo in relazione col cervello: ho analizzato le parole, il loro significato e il loro senso dentro di me.

Le parole chiave sono: madre e figlio, morte e vita, nascere e partorire, aborto e lutto.
Madre: donna che ha concepito e partorito (Treccani).
Figlio: il generato rispetto ai genitori (Treccani).
Morte: la cessazione delle funzioni vitali nell’uomo, negli animali e in ogni altro organismo vivente o elemento costitutivo di esso (Treccani).
Vita: lo stato di attività naturale di un organismo che avvia e coordinamento funzioni inerenti alla sua conservazione, sviluppo e riproduzione, considerate anche in relazione con l’ambiente e gli altri organismi (Garzanti).
Nascere: venire al mondo, alla luce, alla vita (Treccani).
Partorire: dare alla luce, attraverso il processo fisiologico del parto, una creatura (Treccani).
Aborto: dal latino abortus, participio passato del verbo aborior, che vale perire, venir meno nel nascere (Dizionario etimologico).
Lutto: dal latino luctus, da lugere: piangere (Dizionario etimologico).

La mia verità è che ho abortito una piccola bambina: lei è venuta meno nel tempo in cui si stava formando per nascere.

Lei non ha mai respirato la nostra aria, ma io le ho ugualmente dato la luce: l’ho partorita, perciò lei è nata.

Per alcuni mesi, nel mio grembo, il suo cuore è battuto e le ha permesso di crescere, poi ha smesso. È morta.

Muore solo chi è in vita. Perciò lei ha vissuto. Lei è vissuta e io sono stata sua madre.

Curiosamente non esiste un termine che definisca i genitori che perdono i loro figli: c’è un termine che definisce i figli che perdono i genitori (orfani); c’è un termine che definisce il superstite dopo la perdita del coniuge (vedovo).

La genitorialità è qualcosa che non muore con la morte dei propri figli: si è sempre madri e padri, anche se i figli non vivono più.

Quando una persona cara muore, si prova un grande sentimento di dolore, si piange moltissimo: si è in lutto.

Così io sono stata una madre in lutto per la morte di una figlia (e poi due).

Grazie all’accettazione della mia condizione, ho imparato a vivere senza i figli, morti prima del previsto.

Durante il mio percorso di accettazione ho sperimentato sentimenti di solitudine, di anormalità, di vergogna.

La solitudine legata alla negazione sociale della mia condizione.

L’anormalità, legata ad una maternità anomala, non riconosciuta socialmente.

La vergogna legata alla disattenzione dell’aspettativa sociale: non ero stata capace di dare al mondo dei figli vivi. Ero una madre che non sapeva far vivere.

L’aspettativa sociale non contempla la morte durante l’attesa come un’opzione possibile, tuttavia essa non solo è possibile, ma è anche piuttosto frequente: si stima che il 30% delle gravidanze esitino con la morte del bambino.

In natura l’aborto è un fatto tutt’altro che raro.

Offrire parole adeguate ad un fatto comune, mi ha permesso di uscire dalla sensazione di lutto, di scoprirmi umana e non onnipotente: ho accettato di non aver controllo sulla vita e sulla morte dei miei figli e di fare tesoro del loro passaggio nella mia esistenza, poiché l’unico potere che ho, la scelta che posso compiere, è quella di decidere cosa fare del dolore che la morte porta con sé, ma soprattutto di decidere cosa fare della gioia che una nuova vita cresciuta nel mio grembo produce. Ho scelto di tenere con me il ricordo meraviglioso del mio essere stata la loro mamma e di ascoltare quel cambiamento immenso che il loro passaggio ha mosso dentro di me. Sono la donna che sono, sono la madre che sono, anche perché sono la loro madre.

Talvolta adeguarsi alle aspettative sociali ci rende prigionieri di realtà che non ci appartengono, realtà che negano la nostra stessa natura.

www.ilvonieleviole.it

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Il peso delle braccia vuote: elaborare il lutto perinatalehttp://www.professionemamma.net/questionedibiglie/peso-delle-braccia-vuote-elaborare-lutto-perinatale/ http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/peso-delle-braccia-vuote-elaborare-lutto-perinatale/#respondWed, 30 Mar 2016 17:26:51 +0000http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/?p=416della Dott.ssa Sabrina Cassottana, Psicologa pubblicato da: www.davidealgeri.com Il lutto perinatale Tecnicamente si definisce morte perinatale la perdita di un figlio che avviene tra la 27a settimana di gravidanza e i 7 giorni dopo il parto e la si distingue dall’aborto, che è invece la perdita dell’embrione o di un feto prima della 27a settimana. Dal punto […]

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della Dott.ssa Sabrina Cassottana, Psicologa

pubblicato da: www.davidealgeri.com

il lutto perinataleIl lutto perinatale

Tecnicamente si definisce morte perinatale la perdita di un figlio che avviene tra la 27a settimana di gravidanza e i 7 giorni dopo il parto e la si distingue dall’aborto, che è invece la perdita dell’embrione o di un feto prima della 27a settimana.

Dal punto di vista emotivo, tale differenziazione pare una forzatura, dato che il dolore per la perdita di un figlio resta tale sia prima, sia dopo un termine temporale che stabilisca l’etichetta più appropriata da utilizzare per nominare un evento del genere.

Talvolta si fa fatica a comprendere come sia possibile che la morte di un bambino non ancora nato, vissuto così poco, possa lasciare un vuoto tanto grande. La difficoltà nell’elaborare il lutto prenatale sta nel fatto che si tratta della morte di qualcuno che non è nato e ciò, di per sé, è una contraddizione. Per tale motivo, superare la barriera del ‘non nato’, conferendo un’identità al bambino perso, aiuta a superare questa contraddizione e facilita l’elaborazione del dolore.

Un dolore troppo grande

«Cercavo una parola che mi definisse, […] ma non c’è ‘genitore di un figlio morto’. C’è chi sostiene che questa parola non sia stata coniata perché un dolore così non è definibile in nessun modo che non diventi riduttivo, c’è chi pensa che non sia logico cercare di definirsi in qualche altro modo se non ancora genitore, perché genitori si è sempre, anche se i propri figli muoiono e c’è chi sostiene che questa parola nella nostra cultura non esista perché la nostra cultura rifiuta di affrontare questo tipo di lutto, di dargli il peso che ha, di dargli lo spazio di cui necessita». Erika Zerbini

Mentre la gioia di una nascita è condivisibile con i progressi di crescita del bambino nato, il dolore della perdita non è raccontabile: tutti lo sanno, nessuno ne sa parlare, nessuno ci può far niente e ‘bisogna guardare avanti’.

Le parole degli altri hanno un grande peso, siano esse dette in modo irrispettoso o indelicato, o non dette per rispetto o per incapacità. Non si dovrebbe sminuire il dolore adducendo alla presenza di altri figli o alla possibilità di ‘riprovarci’, perché non è mai consolatorio. Spesso un genitore ha semplicemente bisogno di potersi dire in lutto, senza dover giustificare il suo dolore per il fatto che non essendo ‘tecnicamente’ nato nessuno, non sia nemmeno morto nessuno.

Non sempre è necessario dire qualcosa, anzi, spesso il silenzio è la scelta migliore.

Ciò che è veramente indispensabile è riconoscere e accettare il dolore dei genitori, che è reale come il figlio perso.

Il rito per lasciare andare

«Dal giorno della sepoltura le mie braccia sono state più leggere, come se non dovessero più portare il peso di quel bambino che non c’era».

Erika Zerbini

Da che esiste l’uomo, i riti hanno una grande valenza terapeutica perché vengono messi in atto parole, gesti e azioni ‘sananti’ che aiutano la persona a superare i momenti di trasformazione dell’esistenza.

Molti non sanno che è possibile dare sepoltura ai bambini morti prima di nascere, eppure ‘dare un posto’ fisico su questa terra può essere un aiuto importante per il genitore perché gli si permette di sapere dove pensare suo figlio e di rendersi conto di doverlo ‘lasciare andare’. Piangere accompagnando un bambino al cimitero, infatti, non significa non lasciarlo andare, ma esternare il dispiacere derivante dal doverlo fare.

Le biglie di Erika

Erika Zerbini è una mamma che ha deciso di dare voce al suo dolore, spezzando il muro di silenzio dietro al quale si tende a nascondere una maternità interrotta.

Ha trasformato la sua esperienza in un libro, «Questione di biglie», che è la testimonianza trasparente e sincera del suo percorso di elaborazione del lutto.

La scrittura facilita la percezione dei sentimenti, permette di entrare a contatto con essi per accompagnarli nella loro naturale evoluzione e le parole stanno alla base di questo processo: «Io sono viva e tu no: non ho potuto fare nulla per salvarti, per tenerti al sicuro. Sono impotente davanti a tutto». Ecco il punto di partenza.

Dopo aver fatto tutto ciò che è necessario per ‘guarire’ il lutto, occorre lasciare che il tempo faccia il suo corso, che alcune emozioni si sedimentino, altre maturino, altre compaiano. Perché, come dice Erika, «la vita è un sottile equilibrio fra paura e speranza».

Dott.ssa Sabrina Cassottana

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Offrimi le informazioni, senza sostituirti a mehttp://www.professionemamma.net/questionedibiglie/offrimi-le-informazioni-lutto-perinatale/ http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/offrimi-le-informazioni-lutto-perinatale/#commentsThu, 04 Feb 2016 10:33:22 +0000http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/?p=277Qual è il confine dell’informazione? Me lo domando ultimamente… Cosa occorre veramente nel momento in cui ti investe la notizia che tuo figlio non c’è più? Occorrono diverse cose: dal tatto, alla pazienza, alla sensibilità, all’ascolto. Occorrono le informazioni: cosa è successo? perché è successo? e ora? Tutte queste cose offrono i primi argini entro […]

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Qual è il confine dell’informazione?

Me lo domando ultimamente… Cosa occorre veramente nel momento in cui ti investe la notizia che tuo figlio non c’è più?

Occorrono diverse cose: dal tatto, alla pazienza, alla sensibilità, all’ascolto.

Occorrono le informazioni: cosa è successo? perché è successo? e ora?

Tutte queste cose offrono i primi argini entro i quali far riversare l’ondata di dolore.

Se dovessi scegliere cosa mettere in cima alla lista, personalmente metterei la legittimazione.

Trattami come una mamma che ha perso un figlio e non come una donna a cui devi rimuovere un’escrescenza.

Questo vorrei, innanzi tutto.

A partire da quella legittimazione, arriva tutto il resto: ad una madre che perde un figlio, cosa chiedi?

Almeno chiederai che nome apporre sui documenti che lo riguardano.

Almeno chiederai come intende gestire la sepoltura, il funerale.

Almeno le donerai un sorriso gentile e le farai le condoglianze.

Così i muri degli argini si rinforzano e la piena che sta arrivando rischia di trovarsi abbastanza contenuta.

Occorre partire da un presupposto: la cultura e l’abitudine non ci consentono di considerare da subito figlio, quel figlio che muore, quando è un embrione o un feto. Perciò occorrono tempo e tatto perché si entri nell’ordine di quell’idea.

A poco a poco si approccia alla nuova e sconvolgente realtà:

Ma come, lui non arriverà più? Tutto finito?

Ma come, davvero era mio figlio? Di già?

Ma come, io sono una madre?

Santo cielo… sono la madre di un figlio morto.

A poco a poco si entra in contatto con la realtà e a poco a poco si comprende cosa sia adatto al proprio sentire.

Ascoltati.

Un altro suggerimento che avrei voluto, dopo essere stata legittimata.

Trova il tuo modo di essere madre di un figlio che non c’è.

Si investono energie nel pensarsi attivamente dentro alla propria situazione.

Energie preziosissime che non sono vane, ma sono le prime impalcature su cui sostenersi.

Ad un certo punto ci si può trovare a compiere gesti di grande valore e il valore è assai più ingente perché questi sono gesti prima cercati, poi trovati, infine attuati.

Memory boxDentro tutto quel divenire di azioni c’è il fiume in piena che scorre e trova una direzione: dopo essersi riversato in un primo luogo sicuro, è libero di andare dove deve andare, dove trova il suo letto, non è costretto fra argini definiti da altri.

Così ho la sensazione che offrendo tutte le soluzioni, si invada la singola libertà di scoprire e scegliere di cosa sia fatta la propria resilienza. Si sconfina dall’eccesso di silenzio all’eccesso di parole.

Mi ricordo perfettamente la sensazione di soddisfazione quando ho realizzato che sentivo il bisogno di chiudere materialmente delle cose legate al mio tempo passato con le figlie che non avevo più, dentro una scatola e poi riporla.

Ricordo perfettamente come mi sentissi attiva mentre decidevo di salire in auto e guidare fino al negozio, poi nel negozio, di fronte agli scaffali a scegliere qualcosa dentro cui riporre un pezzo di noi. Ero attiva e soddisfatta, mentre sceglievo le scatole e decidevo cosa inserire.

Poi ho preso tutto quel materiale e mentre compivo i gesti, esaudivo i miei bisogni: quel tempo era contenuto, rintracciabile, tangibile e, ogni volta che avessi voluto, lo avrei potuto ritrovare, semplicemente riaprendo quei contenitori. Intanto giaceva al sicuro, nessun elemento si sarebbe perduto e nessun ricordo si sarebbe perso, seppure si fosse sbiadito. Potevo lasciare andare la memoria, perché essa non sarebbe scomparsa.

Mi domando se tutto ciò avrebbe avuto lo stesso valore se avessi letto da qualche parte il suggerimento della Memory box. Internazionalmente la mia scatola è chiamata così.

Ne ho viste alcune già preconfezionate: contengono materiale informativo, oggetti vari, alcune addirittura una piccola coperta di lana che riporta l’etichetta “Con amore”. Dicono essere scatole piene di vita. In effetti sono piene della vita di chi le ha scelte, riempite e messe a disposizione.

Sostenere non significa sostituirsi.

Sostenere significa anche avere fiducia nelle capacità dell’altro. Così mi pare che non ci sia fiducia nelle mie capacità di sapere elaborare una strategia di sopravvivenza adatta a me. E se anche in alcune parti ricalca la strategia di elaborazione comune, non perde il suo valore, lo perde invece se altri al posto mio precedono i tempi e mi suggeriscono: non mi permettono di attivarmi pienamente per affrontare la mia condizione.

Fin dalle prime battute, ho chiuso con la rete, l’unica fonte di informazione che avevo trovato riguardo la mia situazione: avvertivo chiaramente che il suo eccesso di parole stava invadendo il mio scorrere naturale verso la foce, forzando immagini, pensieri, sensazioni e tappe.

E’ un po’ come trovarsi ad un esame e dover consegnare un disegno basato su un tema preciso: un conto è andarci da sola, riempire il foglio a mano libera lasciando spazio alla fantasia, la creatività e alla mia capacità di interpretare l’argomento, un altro è trovarci il mio sostenitore che mi offre il suo disegno da ricalcare. La valutazione finale non intende stabilire quale sia il disegno migliore, ma chiede alla mano che lo ha tracciato se e quanto lo rappresenti davvero. Ecco, a quell’esame ci sono andata da sola e il mio disegno mi rappresenta pienamente. Questo dovrebbe essere l’obiettivo di chi desidera sostenere: collezionare disegni a mano libera che rappresentino pienamente chi li ha eseguiti.

Così penso che offrire troppe informazioni sia dannoso quanto non offrirne alcuna.

Credo che il limite si possa già definire nelle consuetudini riservate ad ogni genitore in lutto per il proprio figlio.

Non occorre consegnargli scatole di ricordi già piene di informazioni, non occorre suggerirgli come si potrebbe sentire e dare soluzioni su cosa fare se si sente così o colà, occorre chiedergli come si sente, ma per farlo bisognerebbe esserci. Un opuscolo, per quanto ricco e ben studiato, non sostituirà mai il volto di qualcuno che ti guarda mentre ti dice che il tuo dolore viene dal lutto: è tutto vero, tu sei la madre di un figlio che non c’è più.

Accompagnare nel lutto è osservare quel fiume che scorre, prestando attenzione che non allaghi luoghi abitati, ponendo sacchi di sabbia qui e là, solo se serve e dove serve.

Ogni fiume ha la sua forza, le sue risorse e a fermarsi ad osservarlo se ne può cogliere la straordinarietà.

Ogni fiume è unico e unico è il suo percorso.

Nessun figlio nasce con le istruzioni per l’uso, nemmeno quello che, prima di nascere, muore. Così come il percorso della maternità è quotidianamente una scoperta, altrettanto è il percorso della maternità negata.

Infine ci si guarda allo specchio e in ogni ruga c’è tutta la fatica, ma anche ogni traguardo: c’è la vita vissuta.

La tua vita l’hai davvero vissuta se, soffermandoti sull’immagine riflessa, riconosci te stesso.

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Lettera all’ostetricahttp://www.professionemamma.net/questionedibiglie/ostetrica-lutto-perinatale/ http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/ostetrica-lutto-perinatale/#respondMon, 18 Jan 2016 15:38:05 +0000http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/?p=268Lettera all’ostetrica Avrei voluto accanto un’ostetrica così… Ho avuto accanto un’ostetrica dagli occhi celesti, che sono impressi in me come uno dei ricordi più dolci di quei momenti. Non ha saputo dire molto, tuttavia erano racchiuse in quello sguardo dolce e amico, le parole che non ha pronunciato. Nel lutto perinatale c’è ancora molta strada […]

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ostetrica

dal blog Professionemamma.net

Lettera all’ostetrica

Avrei voluto accanto un’ostetrica così…
Ho avuto accanto un’ostetrica dagli occhi celesti, che sono impressi in me come uno dei ricordi più dolci di quei momenti.

Non ha saputo dire molto, tuttavia erano racchiuse in quello sguardo dolce e amico, le parole che non ha pronunciato.

Nel lutto perinatale c’è ancora molta strada da fare… ma non mancano occhi pieni d’amore.

Chiamami “Mamma”, come chiami tutte le mamme che accompagni nel loro primo incontro coi loro figli.

Anche io sono una mamma, pur se per me sarà il primo e insieme l’ultimo incontro con mio figlio.
Guardami, ma non giudicarmi. Sono dentro un dolore che non ha confini, non ancora. Sto attraversando qualcosa che non conosco e che scacciavo ogni volta che mi capitava di immaginarlo.
Stammi accanto e senti il mio dolore, ma non averne paura: è il mio, non il tuo.
Tu sei una figura importantissima, tu puoi fare la differenza per me: puoi essere quel sorriso gentile che ricorderò, quello sguardo accogliente che mi avrà saputo riscaldare per un po’.

Dimmi la verità: l’unica cosa che mi resta è la verità.
Accade.
Accade molto più di quanto si racconti.
Si tace.
Non sai perché, ma si tace questa realtà.
Non sono anormale, non è colpa mia, è la natura: lei fa così da sempre e spesso non se ne capisce il perché. Altre volte questi eventi hanno un motivo scientifico: una malformazione, una malattia, i geni…
Dimmi che farete il possibile per trovare le risposte al mio perché, così potrò dare pace ai miei dubbi.
Dimmi che, anche se non troverete quelle risposte, io posso già trovare pace ai miei dubbi: ho fatto tutto il possibile, l’ho portato dentro di me per tutto il tempo possibile, l’ho accolto, nutrito, custodito, protetto e amato per tutto il tempo che abbiamo avuto.

Io sono una buona madre.

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Questione di bigliehttp://www.professionemamma.net/questionedibiglie/tiziana_vigano/ http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/tiziana_vigano/#commentsFri, 08 Jan 2016 09:53:56 +0000http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/?p=216Recensione a cura di Tiziana Viganò Dà voce alla sofferenza. Il dolore che non parla imprigiona il cuore agitato e lo fa schiantare. (William Shakespeare) Possiamo essere madri, ma solo chi ha provato la perdita di un figlio non nato o già nato può realmente capire e condividere l’intensità estrema di un dolore che rischia […]

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Recensione a cura di Tiziana Viganò

Viganò

Dà voce alla sofferenza. Il dolore che non parla imprigiona il cuore agitato e lo fa schiantare.

(William Shakespeare)

Possiamo essere madri, ma solo chi ha provato la perdita di un figlio non nato o già nato può realmente capire e condividere l’intensità estrema di un dolore che rischia di ingoiare l’esistenza. Ascoltare una donna smarrita e sofferente, supportarla, non è da tutti, a volte è più utile il silenzio o una carezza, starle vicino per non farla sentire ancora di più isolata.

Ciò che è davvero necessario, quasi indispensabile, è che il nostro dolore sia riconosciuto e accettato perché è un dolore reale, come reale era il figlio che aspettavamo

legittimato, compreso, rispettato dagli altri.

La tragica esperienza dell’aborto, soprattutto quando il bambino è già da alcuni mesi nel grembo, Erika l’ha provata due volte di seguito: dopo aver avuto due figli ormai grandi ha avuto un aborto a 20 settimane e un secondo a 15 settimane.

E’ un’esperienza che devasta una donna che si sente in colpa, difettosa, “guasta”, vuota, sminuita di fronte alle altre che sono riuscite a far nascere un bimbo vivo…e non importa se sia già madre di altri figli, perché ogni bambino è un’entità diversa dalle altre, è frutto di aspettative, sogni, emozioni, fantasie che sono di quel bambino, con un’identità e un nome, e non di un altro.

“I bambini nascono prima dai pensieri, poi diventano desideri, poi si cercano e quando arrivano diventano reali”.

Erika dà voce alla sua esperienza con un’intensità e una a profondità preziose.

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Maternità, Maternità interrotta e Lutto perinatalehttp://www.professionemamma.net/questionedibiglie/lutto-perinatale-3/ http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/lutto-perinatale-3/#respondTue, 17 Nov 2015 09:29:44 +0000http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/?p=445E’ nato Professionemamma.net Il blog sulla maternità, anche quella interrotta, si è trasferito qui (clicca qui per andare al blog) Mi chiamo Erika, ma tutti mi chiamano Kappa… Sono diventata mamma per la prima volta il 17 ottobre del 2002: avevo 26 anni, una gran voglia di essere mamma, senza sapere nulla di bambini. Oggi […]

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E’ nato Professionemamma.net

Il blog sulla maternità, anche quella interrotta, si è trasferito qui (clicca qui per andare al blog)

lutto perinataleMi chiamo Erika, ma tutti mi chiamano Kappa…

Sono diventata mamma per la prima volta il 17 ottobre del 2002: avevo 26 anni, una gran voglia di essere mamma, senza sapere nulla di bambini.

Oggi sono mamma di cinque bambini.

Tre di loro li vedo crescere, due di loro non li ho mai visti in volto.

La maternità è un mistero, una magia, una lotta e una conquista.

La maternità vissuta è grande felicità, ma anche un’immensa fatica.

La maternità negata è un grande dolore, ma anche un inestimabile patrimonio di vita.

Qui parlo di me, del mio essere mamma…

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Anch’io sono madre di un figlio arcobalenohttp://www.professionemamma.net/questionedibiglie/figlio-arcobaleno-lutto-perinatale/ http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/figlio-arcobaleno-lutto-perinatale/#commentsWed, 11 Nov 2015 15:49:00 +0000Pubblicato da La rete delle Mamme “Alla madre di un bimbo arcobaleno” Così titola un articolo dell’Huffpost che mi è capitato sotto mano qualche giorno fa. I bambini arcobaleno sono i figli nati dopo un aborto spontaneo, dopo la nascita di un neonato morto o dopo la morte di un figlio appena nato. “Proprio come l’arcobaleno dopo […]

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Pubblicato da La rete delle Mamme

Figlio Arcobaleno

Alla madre di un bimbo arcobaleno

Così titola un articolo dell’Huffpost che mi è capitato sotto mano qualche giorno fa. I bambini arcobaleno sono i figli nati dopo un aborto spontaneo, dopo la nascita di un neonato morto o dopo la morte di un figlio appena nato. “Proprio come l’arcobaleno dopo una tempesta.” Anche io sono una madre di un figlio arcobaleno, anche se non amo le definizioni.
Non amo sentirmi dire che le figlie che non ho più siano speciali, oppure angeli, oppure stelle cadenti, meteore o qualunque altra cosa le definisca diversamente da ciò che sono: le mie figlie. Figlie come lo sono tutti gli altri figli che invece vivono, non meno speciali di quelle che non ne hanno avuto l’occasione. Così non mi piace essere definita e non mi piace che si definiscano i miei figli.
Però è vero: i figli che arrivano dopo un lutto perinatale, giungono in un contesto assai diverso da prima. Noi genitori siamo cambiati, anche i fratelli che hanno vissuto o lambito la morte lo sono.
Tuttavia stenta a mutare tutto ciò che è a contatto con noi, perciò l’approccio medico difficilmente tiene conto dell’apprensione e la sensibilità molto più accentuate di prima, le persone intorno a noi evitano di tenere conto del buio da cui veniamo e non danno peso al grande peso che portiamo, insieme alla gioia di un nuovo, spesso agognato, arrivo.
Nell’articolo che ho letto la gioia della nuova nascita si misura col senso di colpa. Un senso di colpa che io non ho sentito, ma che so esistere ed essere di sovente imponente. Quella colpa viene da molto lontano, un po’ dalla colpa di non avere saputo far vivere, poi dalla colpa di non soffrire soltanto della perdita, ma anche gioire della nuova vita che ha occupato il ventre fino a quel momento vuoto. Infine dalla paura di dimenticare. Si teme di dimenticare chi non c’è più, o di contribuire all’oblio degli altri, concentrando le proprie energie sul figlio in arrivo e distogliendole dalla sofferenza per quel figlio che non è arrivato o se n’è andato.
Non ho avuto paura di dimenticare: in nessun modo potrei mai dimenticare il mio essere anche quelle due volte mamma! Non potrei mai dimenticare le figlie che ho custodito ben oltre la loro vita e per cui ho pianto più che gioito. Piuttosto è la paura che ha segnato la mia maternità successiva. La paura che ad ogni mio respiro il cuore di quel piccolo puntino nel mio ventre si sarebbe fermato. Il puntino è cresciuto e ha invertito la tendenza che ormai sembrava essere la costante nella nostra famiglia, ma la paura non è cessata. Il terrore di non sapere, di non potere intervenire, di non avere il controllo…Non si ha controllo sull’esistenza, ma raramente se ne ha coscienza.
Il puntino è cresciuto, è nato e ha respirato la nostra aria, ma la paura non è cessata. Ci sono voluti mesi perché riuscissi a chiamarlo per nome, tale era la paura di sentire la mia voce pronunciare un suono che da un momento all’altro avrei potuto udire mai più. Ci sono voluti mesi perché mi permettessi di dormire mentre lui dormiva. Ci sono voluti mesi perché mi accorgessi che dovevo e potevo ‘lasciarlo andare’, perché lui c’era, c’era davvero e la mia paura non avrebbe fatto la differenza sulla durata della sua esistenza.
Che sia il senso di colpa, oppure la paura, oppure l’inquietudine, voi che vi apprestate a diventare madri arcobaleno, non sentitevi strane, sappiate che sono sensazioni comuni. Parlatene, confidatevi, cercate sostegno: non siete voi impreparate alla nuova vita che cresce dentro di voi, è il mondo fuori da voi impreparato all’enormità che state vivendo. Se tutte noi definissimo arcobaleno i figli giunti dopo esperienze di perdita, ci riconosceremmo tanto numerose da sapere di non essere affatto sole.
La strada è ancora lunga verso l’accettazione sociale della morte perinatale.
Tuttavia questa strada possiamo tracciarla solo noi, madri di figli che non ci sono, raccontandoci e raccontando di quali e quante emozioni sia fatto il nostro percorso.

Erika Zerbini

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E’ il 16 ottobre e ne siamo consapevoli…http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/ne-siamo-consapevoli-lutto-perinatale/ http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/ne-siamo-consapevoli-lutto-perinatale/#respondFri, 16 Oct 2015 16:10:00 +0000Ieri è stata una giornata dai risvolti inaspettati… 15 ottobre, Giornata Mondiale di Consapevolezza sul Lutto perinatale. Non mi ha mai convinta molto questa ricorrenza, non certo per l’obiettivo a cui mira, quanto per le modalità con cui aspira a raggiungere la meta. Consapevolezza non è direttamente proporzionale a commemorazione… Tuttavia è un po’ in […]

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Ieri è stata una giornata dai risvolti inaspettati…

15 ottobre, Giornata Mondiale di Consapevolezza sul Lutto perinatale.

Non mi ha mai convinta molto questa ricorrenza, non certo per l’obiettivo a cui mira, quanto per le modalità con cui aspira a raggiungere la meta.
Consapevolezza non è direttamente proporzionale a commemorazione…
Tuttavia è un po’ in questo luogo che si spinge e ciò mi mette a disagio.
Il motivo è semplice: la giornata di commemorazione dei morti è il 2 novembre, non il 15 ottobre, che si sia fra coloro che accendono candele, oppure no.
Commemorare il mio dolore o le mie figlie il 15 ottobre per me significa conferire loro un posto a parte, ma loro non sono a parte… loro sono come tutti gli altri defunti del mondo.
Consapevolezza, secondo me, significa ciò che è accaduto ieri e poi ancora oggi.
A partire da Ma dove arrivo se parto che ha scelto di condividere nuovamente un mio vecchio post, a Instamamme che ha pubblicato un articolo che ho scritto per loro e a cascata tutto il resto.
Ne abbiamo parlato, tutti insieme.
Abbiamo raccolto il commento di tante mamme, il dolore di tante donne, l’abbraccio di tutte noi.
Ecco la consapevolezza!
L’abbiamo costruita tutti insieme e vi voglio ringraziare una per una!
Grazie a:
Lutto perinatale
Allegro con brio di Sara Tassara
Lutto perinatale
Cultura al femminile di Emma Fenu 
Lutto perinatale
Instamamme
Lutto perinatale
Io con mio figlio di Sabina B.
Lutto perinatale
Ma dove arrivo se Parto di Arianna Cosmelli
Lutto perinatale
Tiziana Viganò – Blog di cultura, libri e società
Mi sono commossa. Più di una volta nel leggere le vostre parole. So bene che le avete cercate fra le più delicate e avvolgenti.
Il pensiero va al senso delle cose, dei fatti, degli eventi…
Riflettevo questa mattina, mentre in auto facevo la solita spola fra la scuola, la spesa e la vita quotidiana: quanto dolore ho trovato nei commenti delle mamme, sotto gli articoli via via pubblicati.
Il dolore è protagonista insieme ad un altro messaggio prepotente: NON SI DIMENTICA.
In quanti lo hanno detto.
Certo che non si dimentica.
Non si dimentica un figlio: come si potrebbe?
Non si dimentica il figlio e non svanisce mai il dolore d’averlo perduto.
Eppure io quel dolore non lo sento più.

Non è il dolore che accompagna la mia maternità, perfino quella negata, bensì l’accettazione e poi la trasformazione, molto spesso il sorriso.

Io sono madre 5 volte: un patrimonio inestimabile!
L’ho proprio preso per le corna quel fottuto dolore e l’ho stravolto!

Ora è diventato questo: un gruppo di donne che costruisce un tam tam di informazione, divulgazione e un grande abbraccio avvolgente.

E’ questo il senso del mio lungo viaggio nella sofferenza.
Mentre il senso della morte delle mie figlie resta sempre e solo il medesimo: il loro essere state in vita.
E’ la sorte di tutti gli umani…
Come vorrei che tutte le mamme obbligate a questa sofferenza, sentissero anche loro la pace del cuore…
Grazie infinite a tutte voi, meravigliose donne, per avere voluto condividere un momento così prezioso!
Vi abbraccio…

 

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15 Ottobre…http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/15-ottobre-giornata-mondiale-sulla-consapevolezza-del-lutto-perinatale/ http://www.professionemamma.net/questionedibiglie/15-ottobre-giornata-mondiale-sulla-consapevolezza-del-lutto-perinatale/#respondThu, 15 Oct 2015 11:18:00 +0000Anche quest’anno è giunta la giornata mondiale sulla consapevolezza del lutto perinatale. …e mentre penso a quanta consapevolezza quotidiana ci sia in ogni famiglia che affronta questo lutto e in ogni operatore che accompagna le famiglie nel loro percorso, vi lascio il mio articolo per Instamamme. Nella stanza in penombra la sonda scorre sul ventre […]

L'articolo 15 Ottobre… sembra essere il primo su Maternità interrotta.

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Anche quest’anno è giunta la giornata mondiale sulla consapevolezza del lutto perinatale.
…e mentre penso a quanta consapevolezza quotidiana ci sia in ogni famiglia che affronta questo lutto e in ogni operatore che accompagna le famiglie nel loro percorso, vi lascio il mio articolo per Instamamme.

Nella stanza in penombra la sonda scorre sul ventre scoperto, poi la sentenza: “Non c’è battito.”
Quante di noi si sono trovate in questa situazione?
Almeno il 30%…
Così dicono le stime.
Ognuno di noi conosce qualcuno che ha perso il proprio bambino durante l’attesa o subito dopo il parto. Sono moltissime le famiglie colpite da questo lutto. Famiglie spesso lasciate sole nel dolore, l’impotenza e la rabbia contro un destino su cui nessuno ha controllo.
Alla nostra famiglia è capitato due volte, entrambe nel secondo trimestre di gravidanza.
Catapultata in un mondo nuovo, penoso e tristemente solitario, ho scoperto che questi figli non sono figli veri, più spesso sono scarti, aborti, masse o grumi.
Questi figli non sono morti davvero, perché non sono mai nati.Questi figli non sono nati perché non hanno mai respirato la nostra aria.
Un dolore atroce per cui ho faticato a trovare le parole e poi a trovare orecchie capaci di ascoltarle.
Un dolore fatto di sgomento, perché sono eventi questi che capitano sempre agli altri, finché ‘gli altri’ sono diventata io; fatto di rabbia, perché fa una gran rabbia guardare impotente la morte di un figlio; fatto di vergogna, perché mi sono trovata ad essere una madre incapace di far nascere vivi i miei figli.
La società ancora si ostina a non volere dare il giusto peso ad un fatto rimasto immutato da sempre e l’essere ignorati acuisce il senso di vergogna e il dolore.
Mi sono sentita dire frasi come: “Dai, non pensarci! Ne farai un altro…”, come se un altro figlio potesse cancellare quello perduto per sempre.
“Vabbé, tanto ne hai altre due”, come se avere già altri figli potesse alleggerire la pena per quelli perduti.
Ogni volta siamo tornati a casa con le braccia vuote e non riuscivamo a trovare un posto in cui mettere il figlio che non c’era più.
E’ stato un cammino lungo e faticoso, fatto di tappe e molte scoperte.
Ho scoperto che per me è necessario condurre fuori dall’ospedale ogni mio figlio, che sia in una culla o in una bara. Ho scoperto che dare sepoltura ad un piccolo bambino nato-mai nato, ha su di me un grande potere: mi offre l’opportunità di sentirmi madre di questo figlio e fare per lui tutto ciò che mi è possibile per conferirgli la dignità di un figlio. Mi offre un posto in cui poterlo pensare. Mi offre la consolazione di avere un luogo in cui poterlo piangere.
Ho vagato parecchio prima di trovare il modo di incanalare il mio dolore, finché ho chiesto aiuto.
La psicoterapeuta che ho incontrato ha pronunciato la prima frase risolutiva: “E’ riconosciuto come la morte di un figlio in attesa, fin dalle sue prime settimane di vita, sia riconducibile ad un vero e proprio evento luttuoso”.
Figlio, morte, lutto.
Il mio dolore è stato legittimato e nella legittimazione si è potuto trasformare.
Le mie figlie non erano aborti, ma figli; la loro vita era esistita davvero e la prova stava nella loro morte: solo chi vive, infine muore.
Non c’è una strategia universale o una formula perfetta per elaborare questo lutto, ognuno con la propria sensibilità potrà trovare il modo migliore per sé.
Ciò che conta è chiedere aiuto se ci si trova in difficoltà.
Nel tempo il mio dolore si è sedimentato e trasformato, finché mi sono scoperta non più quella di prima.
Perché proprio questo mi ha lasciato la morte di un figlio (e poi due) durante l’attesa: un cambiamento profondo nel modo di vedere la vita, di affrontare le questioni, di dare valore alle cose.
Il cambiamento è avvenuto mediante una scelta precisa. E’ vero che non ho avuto controllo sulla sorte di questi figli, sono stata impotente e privata della possibilità di decidere in merito alla loro destino, però ho potuto stabilire come impiegare il dolore che ha provocato la loro perdita.
Così ho potuto scegliere se restare inchiodata ad esso, oppure usarlo per incontrare parti di me che prima non sapevo nemmeno di avere.
Ho scelto un atteggiamento: ho scelto che non fosse il dolore a gestire me, ma fossi io a gestire lui. Ho scelto di continuare a vivere vivendo.
Porto con me la dolcezza del loro passaggio, la gioia d’essere stata la loro madre, il piacere d’averle portate con me di essere stati una famiglia. Talvolta mi lascio cullare da una dolce malinconia, traccia della loro assenza nella mia vita, ma anche della nostra storia: oggi sono la madre che sono anche perché sono stata la loro mamma.
Ho imparato a vivere con la loro assenza, portandole semplicemente con me.
Dal lutto perinatale è possibile “guarire”, ritrovarsi e proseguire il proprio percorso di vita con piena soddisfazione.
Negli ultimi anni stanno sorgendo percorsi di sostegno al lutto perinatale, così nei Consultori locali è possibile talvolta trovare persone sensibili e formate.
Nelle città di Roma, Milano, Como, Cagliari è attivo lo Sportello a braccia vuote e su Genova merita di essere segnalata la Psicologa Perinatale Arianna Cosmelli, solo per citare alcune realtà di sostegno attivo sul territorio.
Oggi è il 15 ottobre, la giornata mondiale della consapevolezza del lutto perinatale.
Oggi si concentrano le maggiori energie per focalizzare l’attenzione su questo lutto e le sue conseguenze e questo è il mio piccolo contributo…

Nella stanza in penombra la sonda scorre sul ventre scoperto, poi la sentenza: “Non c’è battito.”
Quante di noi si sono trovate in questa situazione?
Almeno il 30%…
Così dicono le stime.
Ognuno di noi conosce qualcuno che ha perso il proprio bambino durante l’attesa o subito dopo il parto. Sono moltissime le famiglie colpite da questo lutto. Famiglie spesso lasciate sole nel dolore, l’impotenza e la rabbia contro un destino su cui nessuno ha controllo.
Alla nostra famiglia è capitato due volte, entrambe nel secondo trimestre di gravidanza.
Catapultata in un mondo nuovo, penoso e tristemente solitario, ho scoperto che questi figli non sono figli veri, più spesso sono scarti, aborti, masse o grumi.
Questi figli non sono morti davvero, perché non sono mai nati.Questi figli non sono nati perché non hanno mai respirato la nostra aria.
Un dolore atroce per cui ho faticato a trovare le parole e poi a trovare orecchie capaci di ascoltarle.
Un dolore fatto di sgomento, perché sono eventi questi che capitano sempre agli altri, finché ‘gli altri’ sono diventata io; fatto di rabbia, perché fa una gran rabbia guardare impotente la morte di un figlio; fatto di vergogna, perché mi sono trovata ad essere una madre incapace di far nascere vivi i miei figli.
La società ancora si ostina a non volere dare il giusto peso ad un fatto rimasto immutato da sempre e l’essere ignorati acuisce il senso di vergogna e il dolore.
Mi sono sentita dire frasi come: “Dai, non pensarci! Ne farai un altro…”, come se un altro figlio potesse cancellare quello perduto per sempre.
Vabbé, tanto ne hai altre due”, come se avere già altri figli potesse alleggerire la pena per quelli perduti.
Ogni volta siamo tornati a casa con le braccia vuote e non riuscivamo a trovare un posto in cui mettere il figlio che non c’era più.
E’ stato un cammino lungo e faticoso, fatto di tappe e molte scoperte.
Ho scoperto che per me è necessario condurre fuori dall’ospedale ogni mio figlio, che sia in una culla o in una bara. Ho scoperto che dare sepoltura ad un piccolo bambino nato-mai nato, ha su di me un grande potere: mi offre l’opportunità di sentirmi madre di questo figlio e fare per lui tutto ciò che mi è possibile per conferirgli la dignità di un figlio. Mi offre un posto in cui poterlo pensare. Mi offre la consolazione di avere un luogo in cui poterlo piangere.
Ho vagato parecchio prima di trovare il modo di incanalare il mio dolore, finché ho chiesto aiuto.
La psicoterapeuta che ho incontrato ha pronunciato la prima frase risolutiva: “E’ riconosciuto come la morte di un figlio in attesa, fin dalle sue prime settimane di vita, sia riconducibile ad un vero e proprio evento luttuoso”.
Figlio, morte, lutto.
Il mio dolore è stato legittimato e nella legittimazione si è potuto trasformare.
Le mie figlie non erano aborti, ma figli; la loro vita era esistita davvero e la prova stava nella loro morte: solo chi vive, infine muore.
Non c’è una strategia universale o una formula perfetta per elaborare questo lutto, ognuno con la propria sensibilità potrà trovare il modo migliore per sé.
Ciò che conta è chiedere aiuto se ci si trova in difficoltà.
Nel tempo il mio dolore si è sedimentato e trasformato, finché mi sono scoperta non più quella di prima.
Perché proprio questo mi ha lasciato la morte di un figlio  (e poi due) durante l’attesa: un cambiamento profondo nel modo di vedere la vita, di affrontare le questioni, di dare valore alle cose.
Il cambiamento è avvenuto mediante una scelta precisa. E’ vero che non ho avuto controllo sulla sorte di questi figli, sono stata impotente e privata della possibilità di decidere in merito alla loro destino, però ho potuto stabilire come impiegare il dolore che ha provocato la loro perdita.
Così ho potuto scegliere se restare inchiodata ad esso, oppure usarlo per incontrare parti di me che prima non sapevo nemmeno di avere.
Ho scelto un atteggiamento: ho scelto che non fosse il dolore a gestire me, ma fossi io a gestire lui. Ho scelto di continuare a vivere vivendo.
Porto con me la dolcezza del loro passaggio, la gioia d’essere stata la loro madre, il piacere d’averle portate con me di essere stati una famiglia. Talvolta mi lascio cullare da una dolce malinconia, traccia della loro assenza nella mia vita, ma anche della nostra storia: oggi sono la madre che sono anche perché sono stata la loro mamma.
Ho imparato a vivere con la loro assenza, portandole semplicemente con me.
Dal lutto perinatale è possibile “guarire”, ritrovarsi e proseguire il proprio percorso di vita con piena soddisfazione.
Negli ultimi anni stanno sorgendo percorsi di sostegno al lutto perinatale, così nei Consultori locali è possibile talvolta trovare persone sensibili e formate.
Nelle città di Roma, Milano, Como, Cagliari è attivo lo Sportello a braccia vuote e su Genova merita di essere segnalata la Psicologa Perinatale Arianna Cosmelli, solo per citare alcune realtà di sostegno attivo sul territorio.
Oggi è il 15 ottobre, la giornata mondiale della consapevolezza del lutto perinatale.
Oggi si concentrano le maggiori energie per focalizzare l’attenzione su questo lutto e le sue conseguenze e questo è il mio piccolo contributo…
– See more at: http://instamamme.net/il-silenzio-assordante-di-un-cuoricino-che-non-batte-piu/#sthash.5PENg75Q.9PfDWgx7.dpuf
Nella stanza in penombra la sonda scorre sul ventre scoperto, poi la sentenza: “Non c’è battito.”
Quante di noi si sono trovate in questa situazione?
Almeno il 30%…
Così dicono le stime.
Ognuno di noi conosce qualcuno che ha perso il proprio bambino durante l’attesa o subito dopo il parto. Sono moltissime le famiglie colpite da questo lutto. Famiglie spesso lasciate sole nel dolore, l’impotenza e la rabbia contro un destino su cui nessuno ha controllo.
Alla nostra famiglia è capitato due volte, entrambe nel secondo trimestre di gravidanza.
Catapultata in un mondo nuovo, penoso e tristemente solitario, ho scoperto che questi figli non sono figli veri, più spesso sono scarti, aborti, masse o grumi.
Questi figli non sono morti davvero, perché non sono mai nati.Questi figli non sono nati perché non hanno mai respirato la nostra aria.
Un dolore atroce per cui ho faticato a trovare le parole e poi a trovare orecchie capaci di ascoltarle.
Un dolore fatto di sgomento, perché sono eventi questi che capitano sempre agli altri, finché ‘gli altri’ sono diventata io; fatto di rabbia, perché fa una gran rabbia guardare impotente la morte di un figlio; fatto di vergogna, perché mi sono trovata ad essere una madre incapace di far nascere vivi i miei figli.
La società ancora si ostina a non volere dare il giusto peso ad un fatto rimasto immutato da sempre e l’essere ignorati acuisce il senso di vergogna e il dolore.
Mi sono sentita dire frasi come: “Dai, non pensarci! Ne farai un altro…”, come se un altro figlio potesse cancellare quello perduto per sempre.
Vabbé, tanto ne hai altre due”, come se avere già altri figli potesse alleggerire la pena per quelli perduti.
Ogni volta siamo tornati a casa con le braccia vuote e non riuscivamo a trovare un posto in cui mettere il figlio che non c’era più.
E’ stato un cammino lungo e faticoso, fatto di tappe e molte scoperte.
Ho scoperto che per me è necessario condurre fuori dall’ospedale ogni mio figlio, che sia in una culla o in una bara. Ho scoperto che dare sepoltura ad un piccolo bambino nato-mai nato, ha su di me un grande potere: mi offre l’opportunità di sentirmi madre di questo figlio e fare per lui tutto ciò che mi è possibile per conferirgli la dignità di un figlio. Mi offre un posto in cui poterlo pensare. Mi offre la consolazione di avere un luogo in cui poterlo piangere.
Ho vagato parecchio prima di trovare il modo di incanalare il mio dolore, finché ho chiesto aiuto.
La psicoterapeuta che ho incontrato ha pronunciato la prima frase risolutiva: “E’ riconosciuto come la morte di un figlio in attesa, fin dalle sue prime settimane di vita, sia riconducibile ad un vero e proprio evento luttuoso”.
Figlio, morte, lutto.
Il mio dolore è stato legittimato e nella legittimazione si è potuto trasformare.
Le mie figlie non erano aborti, ma figli; la loro vita era esistita davvero e la prova stava nella loro morte: solo chi vive, infine muore.
Non c’è una strategia universale o una formula perfetta per elaborare questo lutto, ognuno con la propria sensibilità potrà trovare il modo migliore per sé.
Ciò che conta è chiedere aiuto se ci si trova in difficoltà.
Nel tempo il mio dolore si è sedimentato e trasformato, finché mi sono scoperta non più quella di prima.
Perché proprio questo mi ha lasciato la morte di un figlio  (e poi due) durante l’attesa: un cambiamento profondo nel modo di vedere la vita, di affrontare le questioni, di dare valore alle cose.
Il cambiamento è avvenuto mediante una scelta precisa. E’ vero che non ho avuto controllo sulla sorte di questi figli, sono stata impotente e privata della possibilità di decidere in merito alla loro destino, però ho potuto stabilire come impiegare il dolore che ha provocato la loro perdita.
Così ho potuto scegliere se restare inchiodata ad esso, oppure usarlo per incontrare parti di me che prima non sapevo nemmeno di avere.
Ho scelto un atteggiamento: ho scelto che non fosse il dolore a gestire me, ma fossi io a gestire lui. Ho scelto di continuare a vivere vivendo.
Porto con me la dolcezza del loro passaggio, la gioia d’essere stata la loro madre, il piacere d’averle portate con me di essere stati una famiglia. Talvolta mi lascio cullare da una dolce malinconia, traccia della loro assenza nella mia vita, ma anche della nostra storia: oggi sono la madre che sono anche perché sono stata la loro mamma.
Ho imparato a vivere con la loro assenza, portandole semplicemente con me.
Dal lutto perinatale è possibile “guarire”, ritrovarsi e proseguire il proprio percorso di vita con piena soddisfazione.
Negli ultimi anni stanno sorgendo percorsi di sostegno al lutto perinatale, così nei Consultori locali è possibile talvolta trovare persone sensibili e formate.
Nelle città di Roma, Milano, Como, Cagliari è attivo lo Sportello a braccia vuote e su Genova merita di essere segnalata la Psicologa Perinatale Arianna Cosmelli, solo per citare alcune realtà di sostegno attivo sul territorio.
Oggi è il 15 ottobre, la giornata mondiale della consapevolezza del lutto perinatale.
Oggi si concentrano le maggiori energie per focalizzare l’attenzione su questo lutto e le sue conseguenze e questo è il mio piccolo contributo…
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Nella stanza in penombra la sonda scorre sul ventre scoperto, poi la sentenza: “Non c’è battito.”
Quante di noi si sono trovate in questa situazione?
Almeno il 30%…
Così dicono le stime.
Ognuno di noi conosce qualcuno che ha perso il proprio bambino durante l’attesa o subito dopo il parto. Sono moltissime le famiglie colpite da questo lutto. Famiglie spesso lasciate sole nel dolore, l’impotenza e la rabbia contro un destino su cui nessuno ha controllo.
Alla nostra famiglia è capitato due volte, entrambe nel secondo trimestre di gravidanza.
Catapultata in un mondo nuovo, penoso e tristemente solitario, ho scoperto che questi figli non sono figli veri, più spesso sono scarti, aborti, masse o grumi.
Questi figli non sono morti davvero, perché non sono mai nati.Questi figli non sono nati perché non hanno mai respirato la nostra aria.
Un dolore atroce per cui ho faticato a trovare le parole e poi a trovare orecchie capaci di ascoltarle.
Un dolore fatto di sgomento, perché sono eventi questi che capitano sempre agli altri, finché ‘gli altri’ sono diventata io; fatto di rabbia, perché fa una gran rabbia guardare impotente la morte di un figlio; fatto di vergogna, perché mi sono trovata ad essere una madre incapace di far nascere vivi i miei figli.
La società ancora si ostina a non volere dare il giusto peso ad un fatto rimasto immutato da sempre e l’essere ignorati acuisce il senso di vergogna e il dolore.
Mi sono sentita dire frasi come: “Dai, non pensarci! Ne farai un altro…”, come se un altro figlio potesse cancellare quello perduto per sempre.
Vabbé, tanto ne hai altre due”, come se avere già altri figli potesse alleggerire la pena per quelli perduti.
Ogni volta siamo tornati a casa con le braccia vuote e non riuscivamo a trovare un posto in cui mettere il figlio che non c’era più.
E’ stato un cammino lungo e faticoso, fatto di tappe e molte scoperte.
Ho scoperto che per me è necessario condurre fuori dall’ospedale ogni mio figlio, che sia in una culla o in una bara. Ho scoperto che dare sepoltura ad un piccolo bambino nato-mai nato, ha su di me un grande potere: mi offre l’opportunità di sentirmi madre di questo figlio e fare per lui tutto ciò che mi è possibile per conferirgli la dignità di un figlio. Mi offre un posto in cui poterlo pensare. Mi offre la consolazione di avere un luogo in cui poterlo piangere.
Ho vagato parecchio prima di trovare il modo di incanalare il mio dolore, finché ho chiesto aiuto.
La psicoterapeuta che ho incontrato ha pronunciato la prima frase risolutiva: “E’ riconosciuto come la morte di un figlio in attesa, fin dalle sue prime settimane di vita, sia riconducibile ad un vero e proprio evento luttuoso”.
Figlio, morte, lutto.
Il mio dolore è stato legittimato e nella legittimazione si è potuto trasformare.
Le mie figlie non erano aborti, ma figli; la loro vita era esistita davvero e la prova stava nella loro morte: solo chi vive, infine muore.
Non c’è una strategia universale o una formula perfetta per elaborare questo lutto, ognuno con la propria sensibilità potrà trovare il modo migliore per sé.
Ciò che conta è chiedere aiuto se ci si trova in difficoltà.
Nel tempo il mio dolore si è sedimentato e trasformato, finché mi sono scoperta non più quella di prima.
Perché proprio questo mi ha lasciato la morte di un figlio  (e poi due) durante l’attesa: un cambiamento profondo nel modo di vedere la vita, di affrontare le questioni, di dare valore alle cose.
Il cambiamento è avvenuto mediante una scelta precisa. E’ vero che non ho avuto controllo sulla sorte di questi figli, sono stata impotente e privata della possibilità di decidere in merito alla loro destino, però ho potuto stabilire come impiegare il dolore che ha provocato la loro perdita.
Così ho potuto scegliere se restare inchiodata ad esso, oppure usarlo per incontrare parti di me che prima non sapevo nemmeno di avere.
Ho scelto un atteggiamento: ho scelto che non fosse il dolore a gestire me, ma fossi io a gestire lui. Ho scelto di continuare a vivere vivendo.
Porto con me la dolcezza del loro passaggio, la gioia d’essere stata la loro madre, il piacere d’averle portate con me di essere stati una famiglia. Talvolta mi lascio cullare da una dolce malinconia, traccia della loro assenza nella mia vita, ma anche della nostra storia: oggi sono la madre che sono anche perché sono stata la loro mamma.
Ho imparato a vivere con la loro assenza, portandole semplicemente con me.
Dal lutto perinatale è possibile “guarire”, ritrovarsi e proseguire il proprio percorso di vita con piena soddisfazione.
Negli ultimi anni stanno sorgendo percorsi di sostegno al lutto perinatale, così nei Consultori locali è possibile talvolta trovare persone sensibili e formate.
Nelle città di Roma, Milano, Como, Cagliari è attivo lo Sportello a braccia vuote e su Genova merita di essere segnalata la Psicologa Perinatale Arianna Cosmelli, solo per citare alcune realtà di sostegno attivo sul territorio.
Oggi è il 15 ottobre, la giornata mondiale della consapevolezza del lutto perinatale.
Oggi si concentrano le maggiori energie per focalizzare l’attenzione su questo lutto e le sue conseguenze e questo è il mio piccolo contributo…
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L'articolo 15 Ottobre… sembra essere il primo su Maternità interrotta.

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