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Auto mutuo aiuto

Lo strumento principale di aiuto che viene offerto ai reduci dalla nostra esperienza è l’auto mutuo aiuto.

Significa che alcune persone, sopravvissute alla perdita del loro figlio, si mettono a disposizione del prossimo per accogliere la sofferenza altrui.

Mi è stato spiegato che questo strumento ha il pregio di offrire comprensione a chi non la trova, permette di uscire dal silenzio, confrontandosi con chi può comprendere.

Allo stato attuale, considerando quanto poco ci sia e quanto poco si faccia, è ammirevole che i singoli si mettano a disposizione della comunità, è ammirevole che accolgano la sofferenza altrui: certamente è uno strumento utile a molti.

Ma è inadatto a me: l’idea di raccontare la mia pena a chi ha già la sua, seppure elaborata, probabilmente anche peggiore, e sentirmi dire “ti capisco”, trovo che sia per me inutile.

Do per scontato che chi ha passato questa esperienza e si offra al prossimo, sia in grado di capire.

Non mi rassicura sapere, da chi ne ha sola esperienza diretta, che alcuni passaggi sono naturali.

Io ho avuto bisogno di sentirmelo dire da un esperto, che forse non ne ha esperienza, ma ha la “tecnica” per dirmi se sono in pericolo di depressione, dove trovare le risorse per reagire, come sfruttare al meglio le mie risorse.

Pensando all’auto mutuo aiuto ho avuto una sensazione di compatimento e di chiusura in un mondo a parte: quello dei reduci dal lutto.

In realtà io desidero essere compresa dalla gente in generale, se non compresa, almeno desidero che la società accetti l’esistenza di questa sofferenza e gliene riservi lo spazio necessario.

Appena sono stata abbastanza forte, quindi la mia elaborazione mi permetteva di sostenere il silenzio, i commenti inopportuni, l’ignoranza ovvia di chi non è passato da qui, non ho perso occasione di parlarne. Ho cercato di spiegare cosa è questo dolore, cosa lascia e come ci si dovrebbe relazionare con le persone come me.

Ho cercato di fare conoscere.

Non possiamo pretendere che la società ci comprenda, se noi non le spieghiamo cosa deve comprendere.

In fin dei conti noi, prima della perdita, eravamo in grado di capire? A quanti sarà capitato di incontrare chi ha raccontato di avere abortito e quanti di noi hanno pronunciato le stesse frasi che oggi per noi sono inaccettabili, per le quali ci indigniamo e ci sentiamo soli?

Inoltre non ritengo sia giusto che sia onere dei singoli accollarsi un disagio che è di tanti e può diventare di chiunque.

Credo che si debba fare uno sforzo in più: credo che tutti noi dobbiamo uscire dal silenzio e non perdere occasione di raccontare. Sensibilizzando molti può capitare di giungere fino a quelli giusti: coloro che possono fare la differenza.

Se aspiriamo ad un cambiamento, questo giungerà dal basso, grazie al singolo, perché se ci aspettiamo che sia generale e “per legge”, non accadrà mai nulla.

In fin dei conti basterebbe maggiore sensibilità negli ospedali, per consentirci di vivere la nostra tragedia senza ulteriore tragedia.

Basterebbe una maggiore informazione, perché ognuno di noi sia libero di gestire il proprio lutto utilizzando tutti gli strumenti disponibili.

Basterebbe che non fosse più un tabù.

Perché non sia più un tabù, occorre che noi smettiamo di “tenercelo per noi”, proprio come un tabù.

L'esperienza non è ciò che accade ad un uomo, ma ciò un uomo realizza utilizzando ciò che gli accade. Aldous Huxley

Maternità interrotta

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a cura di Tiziana Viganò

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