morte

Quanto sono importanti le parole?

Per me lo sono state moltissimo. Hanno fatto la differenza fra il silenzio e l’elaborazione di ciò che mi stava accadendo.
Ho impiegato molto tempo per trovare quelle giuste, adatte ad ogni sfumatura del mio lutto.
Riuscendo a definire i dettagli ho potuto sapere quale aspetto avesse il mondo in cui ero precipitata.
Le prime parole da pronunciare sono difficili…

In ospedale annunciano la verità dicendo: “Non c’è battito”. 

Dante scriveva: “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”, a noi dicono: “Non c’è battito…” e ci sono aperte le porte dell’inferno.

‘Non c’è battito’ vuol dire morto, ‘perso’ vuol dire morto, ‘abortito’ vuol dire morto. 

Tutte le immagini che cerchiamo di dare  all’evento, come ‘salito in cielo’, vuol sempre dire morto, ‘tornato dal Signore’ vuol dire morto, ‘diventato un angelo’ è sempre sinonimo di morto.

Possiamo girarla come vi pare, ma è con la morte che abbiamo a che fare.

E la morte stordisce… 

E’ talmente difficile immaginarla che, piuttosto di ricondurla al nostro bambino nella sua cruda realtà, le troviamo un mucchio di sinonimi…

Un cuore che non batte più è una visione più delicata della dipartita di nostro figlio.

La morte fa paura.

Eppure io sono molto affezionata a questa parola.

La pronuncio spesso e non mi dispiace abbinarla alle mie bambine: perché muore solo chi prima era in vita.

Allora per me questa parola, così pesantemente fastidiosa da ascoltare, è il mezzo con cui riconosco la vita delle mie figlie.

Qualche volta uso anche ‘perso’, solo se mi preoccupo di non ledere la sensibilità di chi ascolta.

Mi piace usare le parole giuste, scriverle per leggerle, leggerle e ripeterle per farle mie, pronunciarle, per obbligare le mie orecchie ad ascoltare la verità. Un giorno dopo l’altro questa verità si presenta e ripresenta: i miei occhi la vedono, le mie orecchie la ascoltano, i miei sensi la sentono. 

Dopo un po’ di tempo, faticosamente impiegato a prendere coscienza dei fatti e ad obbligare i miei sensi nel convincermi di quale fosse la realtà, mi sono accorta che ero ancora lì.

Tutta intera, senza essere impazzita, ero sopravvissuta alla morte. La morte più terribile.

Così la morte si può pronunciare. Addirittura la morte si può ‘vivere’.

E la morte non fa più così paura.

E’ curioso come in ospedale abbiano il garbo di indorarci la verità, non pronunciando mai la parola ‘morte’, per poi straziarci l’anima con altre parole che tolgono il sonno.
“Materiale compatibile con un aborto”
“Feto macerato del peso di 30 gr”
“Materiale abortivo”
Sono solo alcune definizioni che ci siamo trovate fra le mani: i nostri bambini ridotti a materiale… 

Bisogna farsi la corazza, bella spessa…

Una psicologa, molto tempo fa, parlando di come affrontare con la mia prima figlia – allora di due o tre anni – argomenti difficili come la malattia e la morte di una persona cara o la separazione dei genitori, mi disse che andava raccontata la verità. Solo quella, adeguando il tono di voce e la scelta delle parole all’età e alla sensibilità della bambina. Da allora mi sono abituata a chiamare le cose col loro nome… 

E smettere di mentire a me stessa, per far finta che sia meno peggio di ciò che è, mi ha permesso di affrontare tutto per intero, senza lasciare fuori nulla.

(Grazie a mamma Ale)

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