Ieri Romagna Mamma ha pubblicato l’intervista a cura di Silvia Manzani, Silvia ha colto pienamente il senso della nostra chiacchierata e ha reso molto bene le mie parole.

“I nostri figli non sono angeli.”

No, niente angeli nelle mie maternità interrotte e ora spiego perché…

Gli angeli sono legati a Dio. Il mio rapporto con Dio è un po’ complicato, diciamo che ho trovato un compromesso: se c’è ne può quanto me. Tuttavia non dipende dalla mia relazione con Dio il fatto di non potere immaginare le mie figlie come degli angeli, piuttosto dipende da una serie di dati oggettivi.

angeli
Dizionario etimologico

Gli angeli sono creature sovrumane, un angelo non ha nulla di mortale.

Le mie figlie invece sono state VIVE e poi sono MORTE. Hanno fatto parte di questo mondo e poi non più.

L’impegno che porto avanti da tempo è quello di sensibilizzare rispetto al bisogno di essere legittimata in quanto madre di due figlie che sono morte durante la gravidanza. Una necessità che ho scoperto non essere solo mia.

Gli angeli non muoiono… non hanno madri…

La sensazione che ho sempre avvertito rispetto al ricondurre i figli persi ad angeli è di consolazione.

Varrà pure qualcosa una tale tragedia? Tutto questo dolore e una sorte così inimmaginabile, avrà pure una ragione? E quale ragione migliore se non al fine di trasformarsi in qualcosa di soprannaturale?

Beh, in effetti una ragione migliore io ce l’ho: avere avuto l’occasione di vivere, averla potuta realizzare attraverso di me ed essere stata proprio io la loro madre.

Io ho voluto tutti i miei figli e sono arrivati proprio tutti quelli che ho desiderato: ho avuto la fortuna che non ha chiunque. Tuttavia desiderare un figlio e averlo, non significa che vivrà almeno più di me. Può significare anche che vivrà poco, molto meno di quanto avrei desiderato e sperato. Ciò accade perchè io sono solo una madre: umana e affatto onnipotente. Posso cercare di dare la vita, senza sapere quanto durerà: questa è l’incognita a cui vado incontro ogni volta che concepisco un figlio.

Ho bisogno di dare un senso alla morte perché sia per me più sopportabile?

La morte annienta, toglie, immobilizza. Nella morte c’è un futuro di assenza per chi resta e un angelo può alleggerire. Non lo vediamo, ma c’è.

Quando dico che non voglio essere consolata, intendo proprio dire che non voglio essere consolata. Perciò non intendo pretendere che gli altri si rapportino con me badando a certe parole per poi derogare su altre.

Non ho bisogno di pensare alle mie figlie come a degli angeli, anzi, ho bisogno di stare piuttosto legata alla realtà, poiché è su quella che devo costruire le impalcature per potere stare in piedi.

Nella realtà le mie figlie ci sono state, hanno fatto parte di me, hanno vissuto con me e poi ho trovato loro un posto: su questa terra stanno al cimitero, in me occupano lo spazio che ho riservato loro.

Conservo di loro il ricordo di alcune sensazioni, di alcuni fatti, avvenimenti, vita vissuta e poi più nulla: le ho lasciate andare, ho fatto senza di loro, ho imparato a convivere con la loro assenza, ho ascoltato come la loro assenza ha mutato cose dentro di me, ho accolto il mutamento e l’ho diretto dove ho SCELTO di farlo andare. Oggi sono ciò che sono anche perchè loro hanno fatto parte della mia vita e poi non più.

I miei ricordi sono limitati: pochi?

Cosa significa pochi… più che pochi li definirei inferiori alle aspettative.

I miei ricordi sono tutti quelli che ho potuto collezionare lungo il percorso di vita condiviso: sono tutti quelli che ho maturato. Mi devono bastare, perché non ne ho altri e non mi occorre costruirne di nuovi oltre loro poichè senza di loro, che ricordi mai potrebbero essere?

E’ difficile fare senza, eccome se è difficile, tuttavia non ho trovato una strada migliore.

Ho collezionato due maternità interrotte: proprio interrotte.

nelle mie maternità interrotte niente angeli
Dizionario etimologico

Perché se è vero che io continuo ad ESSERE la loro madre, ad un certo punto ho dovuto smettere di FARE la loro madre: la nostra relazione è stata impedita, rotta a metà.

Non posso fare la madre di qualcuno che è morto. Almeno io non ne sono capace. Però resto la madre di qualcuno che un tempo è vissuto.

E’ difficile smettere di fare la madre. Ammettere che non ci sono cose da condividere, esperienze da vivere, futuro da immaginare. Eccome se è difficile, tuttavia è questa la mia realtà.

Il mio, ovviamente, è solo un punto di vista, per nulla universale. Credo nell’importanza di esprimerlo poichè agli eventi come la morte, a maggior ragione la morte di figli nemmeno considerati figli, non restano che le parole. E, se esistono moltitudini di parole legate alla morte, riconducibili agli angeli e ad un immaginario intriso di figure palliative, non ho invece trovato ancora nessuno che abbia dato a questa morte parole diverse.

Ognuno ha il proprio modo di portare con sè e su di sè le esperienze di vita: nemmeno gli angeli sono un punto di vista universale.

Dato che i parametri per il sostegno ai genitori in lutto sono ancora quasi tutti da scrivere, trovo utile esprimere la necessità di quei genitori che, come me, hanno bisogno di essere trattati come normali genitori di figli morti.

 

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