nascere

‘Nascere’ deriva dal latino nasci e significa uscire dal seno maternovenire al mondo, cominciare ad essere.

Dopo la morte di Elia ho lungamente dibattuto con una persona perché sosteneva che mia figlia NON fosse nata, in quanto già morta.

Come se per nascere fosse necessario essere in vita… 

E’ curioso perché i bambini oltre un certo peso o una certa epoca gestazionale, se nascono morti sono considerati ‘nati’, quelli più piccoli o più giovani non godono dello stesso trattamento.

In Francia c’è facoltà, per chi lo desidera, di riconoscere i figli morti prima della nascita, qualunque età abbiano. Possono essere presenti nello stato di famiglia, avere un nome e la mamma può usufruire della maternità.

Ci arriveremo anche noi… prima o poi.

Il primo vero parto per me è stato quello di Elia.

Le bambine nate vive in precedenza sono venute al mondo col taglio cesareo… che di parto ha davvero poco.

Dal principio l’idea di dover partorire per la prima volta proprio la mia bambina morta, mi sembrava davvero un amaro e crudele scherzo del destino.

Ma poi ho partorito Elia.

Ed è stata una grande emozione.

Quella piccola bambina l’avevo fatta io. Certo non era perfetta, ma insomma: chi può vantare di esserlo?

Ero terribilmente addolorata perché non potevo andarla a trovare in neonatologia… ma sentivo che avevamo condiviso un momento inestimabile, nonostante tutto…

Ho sentito che era mia figlia, ho sentito d’essere sua madre.

Certo mi sono sentita dire che il mio non fosse un parto vero: non avevo raggiunto i 10 cm di dilatazione, non avevo partorito un figlio di almeno 3 kg, dotato di una circonferenza cranica di tutto rispetto, non mi ero fatta dodici ore di travaglio e non avevo nemmeno una piccola lacerazione… 

“Partorire” deriva dal latino parturire e significa dare alla luce figlifigliareprodurre.

Io ho fatto questo.

Prima di Elia mi era sconosciuto l’elenco delle tante variabili di un parto: non ci si pensa…

Si sa che potrà essere doloroso (ma quel dolore si dimenticherà), si sa che potrà essere soggetto a difficoltà (ma c’è il taglio cesareo per superarle). 

Io ne venivo da due cesarei, la prospettiva di un terzo figlio per me era un terzo cesareo, senza nemmeno considerare alternative.

Non si può eseguire un cesareo su un utero alla 17esima settimana… significherebbe impedirgli di accogliere altri figli. Non si può scegliere il raschiamento, perché il bambino da estrarre è troppo grosso per gli strumenti usati.

Così l’unica opzione è il parto naturale. 

Ma il parto naturale porta con sé gli stessi rischi che mi avevano già inserita fra le predestinate ad un cesareo perpetuo: rottura dell’utero, emorragia, taglio cesareo d’urgenza, rimozione dell’utero, morte.

La paura di non poter avere altri figli e quella di morire mi hanno costretta a spostare il punto di vista: era necessario che mi concentrassi nel giungere in fondo al mio primo parto naturale, prestando attenzione ai dettagli, così da riferire ogni elemento e collaborare coi medici e le ostetriche, affinché tutto filasse liscio e potessi permettermi di pensare e avere un futuro.

Da Elia in avanti non solo ho scoperto quanto tutto sia al di fuori del mio controllo: le conseguenze delle scelte, il domani, il raggiungimento degli obiettivi. Ho capito anche quanto le cose più semplici e ovvie, come generare un figlio, non lo siano affatto.

Nessuno te lo dice e nemmeno dopo qualcuno è disposto ad ammetterlo: né la società, né la medicina.

La mia vita è cambiata nel profondo, il modo di aspettare i miei figli è cambiato. 

Ho memoria di cosa fosse una gravidanza senza consapevolezza alcuna dei risvolti negativi, era il piacere di vivere aspettando e sentendo crescere una nuova vita. Era allestire il nido, progettare, immaginare, sperare, sorridere e godere di ogni respiro.

Senza consapevolezza, senza coscienza del negativo, si esalta il buono. Si può vivere come se l’attesa non sia una ‘malattia’, si può essere naturali, felici e gioiose.

Ma la perdita di un bambino durante la sua attesa rappresenta un brusco risveglio.

Non è solo la paura a determinare il cambiamento, ma è proprio la presa di coscienza.

Generare un figlio è una roulette russa: devi sperare che, sparando, il colpo in canna non ci sia… e per avere il responso possono volerci settimane, mesi, addirittura puoi sentirti fuori pericolo e ritrovarti improvvisamente con un buco in testa.

Dopo Elia sapevo che aspirare ad un figlio vivo era una cosa del tutto fuori dal mio controllo… ma avevo grande speranza. 

Ho cercato di fare mio il buono che raccoglievo fra la paura, l’ansia e la consapevolezza.

Perché è il buono che resta. 

Ho partorito ancora naturalmente: ho avuto Noah.

L’ho fatta io, anche lei. Non era perfetta, nemmeno lei. Ma certamente era la mia: generata da me, cresciuta in me, uscita da me.

Ho dato vita a diversi figli: alcuni non li ho partoriti, ma li vedo crescere; altri li ho partoriti per poi seppellirli. 

…la cicatrice più profonda che ho è quella che non posso vedere… ma è anche quella attraverso cui mi sono sentita mamma per davvero.

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