Intorno al lutto perinatale.

mamma fra mammeIl fatto di non essere considerata una mamma, di non essere riconosciuti una famiglia, apre la strada ad altre strategie di sopravvivenza, strategie che non mi hanno mai convinta e che col passare del tempo mi convincono sempre meno.

Le madri speciali.

Non ci resta che dirci fra noi d’essere speciali, visto che non c’è concesso d’essere normali: normali madri di figli morti.

Io sono una normale madre di cinque figli, due di loro morte, né perse, né scomparse, né volate in cielo, né passate nella mia vita come stelle cadenti o meteore: solo morte.

Le mie figlie non sono meteore, stelle o angeli… solo figlie.

Io sono una madre, solo una madre, molto normale e per un po’ di tempo sono stata anche molto molto normalmente addolorata.

Tuttavia non ho lasciato al dolore il ruolo di protagonista, non è di lui che mi sono presa cura. Lui non si è sostituito alle mie figlie. Non mi è rimasto lui al posto loro: sono rimasta io, nonostante la loro morte. Mi sono presa cura di me. Ho cercato parole, pensieri, modi… per comprendere quel dolore, per gestirlo, per ridimensionarlo, per attenuarlo, fino a conviverci e poi non sentirlo più, perfino dimenticandolo…

Indubbiamente il lutto di un figlio morto durante l’attesa o appena dopo il parto, è un lutto dai connotati particolari per una serie di ragioni: si tratta del lutto di un figlio che non si è mai avuto fra le braccia (o si è potuto avere per pochissimo tempo), si tratta del lutto di un figlio che si è per lo più immaginato, piuttosto che vissuto. Si tratta del lutto di un figlio verso cui non si sono maturati ricordi, né ricordi condivisi. Si tratta di un figlio negato, che non esiste se non per la famiglia che lo ha atteso. Si tratta del lutto di un figlio che non compare ufficialmente da nessuna parte e verso il quale raramente si sono potuti compiere i gesti, i rituali propri di un lutto, dato che raramente veniamo informati dell’opportunità di svolgere per nostro figlio le azioni tipiche di una famiglia, che quel figlio lo ha avuto e perduto davvero (come per esempio la sepoltura).

Il bisogno di essere riconosciuti genitori, la necessità di vedersi riconoscere la dignità di una famiglia, il timore di cadere nell’oblio generale, fanno sì che si mettano in atto strategie che consentono l’affermazione perpetua di questa realtà e, anzi, la sottolineino differente da una comune realtà, proprio in virtù delle mancanze collezionate lungo il cammino di riconoscimento pesonale.

Eppure…

Eppure sento che per me continua a non essere questa la via percorribile.

In verità, molte delle caratteristiche che rendono il lutto perinatale un lutto particolare e da trattare con una differente sensibilità, non mi appartengono.

E’ vero che non ho tenuto fra le braccia le mie figlie, ma le ho portate dentro di me: una vicinanza e un’appartenenza che ho imparato a farmi bastare e che oggi colma quanto non ho vissuto.

E’ vero che ho più che altro immaginato il mio futuro insieme a loro, ma non è esatto dire che non abbia collezionato ricordi insieme a loro e insieme alle persone che hanno condiviso il tempo in cui loro vivevano (o erano morte) dentro di me.

Ho numerosi ricordi di cose fatte e fatte in funzione della loro presenza, a misura della loro presenza: per esempio, quella volta in cui siamo stati a Santo Stefano d’Aveto non abbiamo preso la seggiovia perché aspettavo una di loro… non ricordo più chi e non mi sforzo di ricordarlo, perché non è importante. Posso dimenticare ciò che non è importante e così facendo non dimentico affatto loro.

Le mie figlie sono nate. Le ho partorite, ma sarebbero nate anche se non le avessi partorite, anche se fossero uscite da me attraverso una pratica farmacologica o chirurgica: i figli nati attraverso il taglio cesareo non sono considerati ‘meno nati’ di altri e sullo stesso principio ritengo che possano essere considerati tutti i bambini venuti al mondo in qualunque modo.

Ciò che conta è che siano venuti al mondo: nè conta quanto fossero grandi, nè come siano nati, nè se abbiano o meno respirato.

La mia dignità di madre non passa totalmente attraverso la dignità conferita alle mie figlie: ad un certo punto la società può pensare, fare e dire ciò che crede, io sono madre di tutti i miei figli e questa verità non cambia, non c’è frase, preconcetto, credenza popolare, atteggiamento che possano mutare la realtà.

Non ho bisogno che le mie figlie ‘abbiano voce’, perché le mie figlie non possono avere voce: sono morte.

Però io ho bisogno di avere voce. Io ho bisogno di essere riconosciuta madre, io ho bisogno che una certa ipocrisia finalmente venga meno. Non perché senta il bisogno di rivendicare dei diritti per le figlie che non ho e che di quei diritti non se ne farebbero nulla, ma perché ho bisogno di rivendicare dei diritti per me e per i figli che ho: perché se un giorno si dovessero trovare a piangere uno o più dei loro figli morti troppo presto, non debbano sopportare il peso che ho sopportato io. Perché alcune cose accadono e a chi le subisce resta il potere di farci quel che crede, anche niente. Io ho scelto di farci qualcosa in funzione mia e di chi verrà dopo di me, non di chi qui non c’è più.

Questo per dire che ciò che desidero, quello a cui aspiro è di essere considerata una mamma fra mamme.

Una mamma come tutte le altre, di figli come tutti gli altri.

Continuo a pensare che costruire mondi a parte per genitori a parte di figli a parte non risolva il bisogno di sentirsi legittimati, o meglio, se l’obiettivo è quello di trovare legittimazione nel mondo a parte, allora lo centra in pieno.

Tuttavia non posso fare a meno di domandarmi se, nonostante l’impegno profuso, il nostro non essere considerati o essere considerati ‘a parte’, oggi non dipenda perfino da noi.

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