L'aborto e gli altri

Prima di vivere la morte delle mie figlie, fra gli altri c’ero anche io.

E’ vero, alcune considerazioni, frasi fatte, di circostanza, fanno un male atroce, determinano chiaramente la differenza fra chi c’è passato e chi no.

Quel dolore acuto in me è stato motivo valido d’essere arrabbiata e indignata.

Tuttavia non ho mai potuto fare a meno di pensare che fossi stata proprio una da quelle frasi lì, anche io, prima.

Perchè?

Perchè cresciamo con quell’impostazione: qualunque cosa accada c’è sempre chi sta peggio, non tutto il male viene per nuocere (talvolta, persino, migliora!) e se è andata così, significa che doveva andare così.

Per qualunque cosa, dalla più banale alla più seria, la modalità di confronto non cambia.

Mi hanno rubato l’auto!

“Oh cavolo! Hai fatto denuncia? Bene, tanto non la troveranno, che quelli son furbi, come minimo l’hanno già smontata e venduta pezzo per pezzo, vabbè ma poteva andarti peggio… pensa se fossero venuti a svaligiarti casa e ti avessero pure trovato: come minimo t’avrebbero massacrato di botte… Invece guarda, basta che te ne compri un’altra, magari montaci un antifurto – che non si sa mai – e non pensarci più!”

Ho perso un figlio…

“Oh cavolo! S’è capito perchè? E vabbè, son cose che succedono, anche la mia vicina… cosa vuoi, poteva andarti peggio… pensa se fosse morto più avanti, pensa se fosse nato malformato, sai che vita? Invece guarda, fatene un altro e vedrai che andrà meglio!”

Ce lo insegnano, insomma.

Poi accade davvero di perdere un figlio e si ha la certezza che non sia esattamente come se t’avessero rubato l’auto…

Non si coglie, prima di passarci attraverso questa differenza non è detto che la si colga.

Questi figli sono figli inesistenti. Son figli poco importanti, son figli ‘non nati’.

Perchè si ha la percezione che l’amore e il legame di un genitore verso un figlio dipenda dal tempo condiviso, dalle cose fatte insieme, dai ricordi maturati, da quelle foto che ritraggono momenti spariti, scomparsi per sempre, negati nel futuro. Ma qui pare che non ci sia nulla: non ci sono abbastanza ricordi ritenuti importanti, non ci sono momenti condivisi, dato che la gravidanza non è considerata vita condivisa, ma un mero passaggio da uno stato indefinito, allo stato di dignità umana. Non ci sono foto, perchè quelle scattate per caso, da incubatrice, non valgono, dato che il figlio c’è, ma non si vede.

Allora come spiegare cosa si prova?

Se hai dei figli, prova ad immaginare cosa sarebbe stata la tua vita se uno di loro non ci fosse. Immagina di non avere collezionato tutte le vostre notti in bianco, immagina di non averlo accompagnato al primo giorno di scuola, immagina di non avere soffiato con lui sulla sua prima candelina, immagina di non.

Immagina di non avere mai visto i suoi occhi, di non avere mai sentito la sua voce, di non essere mai stata stretta nel suo abbraccio.

Immagina cosa serebbe se uno dei tuoi figli improvvisamente non ci fosse più e ti dicessero: “Vabbè te n’è rimasto un altro.”

Ecco cosa ho perso, cosa non avrò mai, per cosa ho sofferto: i figli che crescevano nel mio grembo non erano ammassi di cellule, una manciata di speranza e un tentativo di futuro.

Erano occhi, mani, braccia, voci, volti, pensieri che non conoscerò mai.

Perchè quel che ho provato, il dolore enorme che ha avviluppato tutto, non è stato tanto grande quanto lungo il tempo condiviso, piuttosto è stato grande quanto tutto il tempo che ci è stato sottratto.

Per questo non si soffre di meno se gli aborti sono precoci. Non importa quando un bambino muore, importa quanto di quel bambino non avremo mai.

In qualunque momento un bambino muoia, ciò che non avremo mai è sempre troppo.

L’inadeguatezza delle risposte esterne non solo fa soffrire, ma talvolta diviene un valido pretesto per determinare la scissione fra due mondi: voi che non capirete mai, noi che comprendiamo fin troppo bene.

Alla base della scissione in me stava la rabbia.

La rabbia è insidiosa, cela un patrimonio di cose non dette.

Perchè dovrei essere arrabbiata con gli altri se so perfettamente che non hanno gli strumenti per capire la condizione in cui mi trovo?

Perchè in realtà io sono arrabbiata con me… e vorrei tanto che qualcuno mi assolvesse.

Proprio di assoluzione si tratta: hai fatto il possibile, sei stata una buona madre, sei una donna che vale, perchè il tuo valore non si misura in figli partoriti vivi.

Invece mi sono trovata sola, spaventata, priva di valore, dolente all’inverosimile, in mezzo a persone che non capivano, che mi trattavano esattamente come mi trattavo io: come una nullità. Come madre non valevo nulla perchè quelle che avevo partorito non erano nemmeno figlie, come donna potevo riscattarmi facendone un altro vivo, una buona volta! Come madre mi potevo accontentare di chi c’era già e ringraziare che ci fosse, che più di così tanto non valevo.

Ho come la sensazione che talvota gli altri siano usati come un contenitore in cui riversare un po’ di quella rabbia che attanaglia e inchioda. Ho la sensazione che gli altri siano da comprendere, più che da combattere, da informare, più che da allontanare. Ho la sensazione che pretendere che ci capiscano sia un’esagerazione, piuttosto tenderei a conquistare la loro fiducia:

Fidatevi di ciò che vi racconto, è questo realmente ciò che provo e non importa che lo capiate, ma è vitale che lo accettiate.

E’ importante trovare un terreno di dialogo comune, importante per tutti: per me perchè ancora aspiro ad essere riconosciuta semplicemente una mamma fra mamme, e per gli altri, dovesse mai capitare anche a loro di trasformarsi in qualcuno noi.

One Comment

  1. Assolvere se stessi porta ad assolvere gli altri e viceversa. Ché la rabbia, dovunque o verso chiunque sia rivolta e per quanto giustificata (cazzo se è giustificata!), consuma solo noi. La tua lucidità e la capacità di scegliere una via costruttiva per uscire dal senso di colpa è ammirevole. Sei la personificazione di ciò che si chiama “forza della natura”. Un abbraccio.

    LaVitaFertile

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