vergogna

Sono stata ad una riunione scolastica e ho portato con me l’ultimo nato: un mese di vita. Piccolo e soffice dentro il completo di lana che gli avevo preparato durante la sua attesa. Si sono fermati tutti, sorrisi grandi e sincere esclamazioni di stupore.

Chi sapeva del nostro passato ci ha accolto con maggiore soddisfazione: finalmente, era l’ora! Qualcuno ha aggiunto:

Ce l’hai fatta!

Ce l’ho fatta.

E’ dentro questa frase che si racchiude il nocciolo vero della vergogna di una madre che non sa far nascere: lei non ce la fa.

Così ho compreso di cosa mi ero vergognata per tutto quel tempo, prima di farcela e riscattarmi come donna, come madre, come essere umano che vale qualcosa davvero. E’ qui dentro che risiedono tutte le aspettative sociali di cui è investita una donna e una madre, qui c’è il vero senso dell’onnipotenza materna.
Una madre genera, genera figli vivi e sani, senza problemi, tutto il resto è un difetto da relegare a sotto-sezioni della maternità, di cui è bene non parlare apertamente per non turbare l’immaginario collettivo e di cui vergognarsi in solitudine.

Ma la realtà non è questa, nella realtà la maternità ha tanti e diversi volti e nel 30% dei casi deve fare i conti con l’assenza.

Non sono triste per le cose che non hai visto, gli odori che non hai sentito, i passi che non hai mosso e le cose che non hai detto, ma sono triste per le cose che non ti vedrò mai fare, per il tuo odore che non potrò mai sentire, per i passi che non ti vedrò mai muovere e per le cose che non ci diremo mai. 

Sono una mamma egoista. Ti vorrei qui solo per me.

È capitato che una delle mie figlie mi lasciasse così: egoista e piena di vergogna.

È  sembrato normale uscire dall’ospedale a braccia vuote, mentre i più parevano sollevati, perché ritenevano che avessimo risolto il nostro problema.
C’eravamo liberati del grumo di cellule che era stato un figlio: a posto così, potevamo guardare avanti.

Eppure avvertivo una consapevolezza profonda: io ero diventata mamma.

Ero la mamma di quel grumo di cellule.

Per un momento mi sono trovata perfino felice e soddisfatta della mia impresa: in sala parto avevo dato al mondo una bambina. Lei era passata attraverso di me e non aveva alcuna importanza che respirasse oppure no, non importava che non fosse perfetta: era la mia meravigliosa piccola bambina. Io ero diventata madre, ero madre di una figlia vissuta poco, ma che, nel suo poco, aveva comunque lasciato una traccia del suo passaggio.

Tuttavia non mi era rimasto nulla di lei: era semplicemente scomparsa, come se non fosse mai esistita.
Le mie braccia erano vuote, eppure terribilmente pesanti.
Mi domandavo come potessero pesare tanto, dato che erano vuote, non avevano mai cullato quella bambina che non c’era più e per molti non c’era mai stata.
Le mie braccia si aspettavano qualcuno da cullare, loro erano già pronte ad essere riempite e sono rimaste completamente disorientate dall’improvviso nulla in cui erano state catapultate.
Tale era il nostro smarrimento che, per tentare di trovare un modo per pacificarci, abbiamo scelto di provare a far fare a quelle braccia le uniche cose che potevano fare: abbiamo chiesto di poter seppellire la nostra bambina.

Ci sono figli per cui si sceglie il colore del corredino, altri per cui si sceglie il colore della lapide.

E’ triste? Certo.

Tuttavia ci siamo sentiti meglio.

Se i riti esistono, a qualcosa servono… 

Così abbiamo dato sepoltura a nostra figlia, abbiamo fatto per lei delle cose, abbiamo compiuto scelte e l’abbiamo accompagnata in un luogo in cui possiamo ritrovarla: lei non è scomparsa nel nulla, è morta.
Ma prima di morire è vissuta…
Lei è vissuta e noi siamo stati la sua famiglia.

Nella mia storia di mamma ho avuto cinque figli, tre li vedo crescere due non li ho mai visti in volto.
Sì, ci è capitato due volte di dover lasciare andare un figlio, poiché il fatto di passare attraverso questa esperienza una volta, non rende immuni… non basta riprovare e dare dimostrazione di non badare ad un figlio che muore, considerandolo solo un incidente di percorso, perché non accada mai più.

Ho scoperto di essere una madre piuttosto umana e affatto onnipotente: io posso solo provare a mettere al mondo i miei figli, il resto non dipende solo da me.

Ho smesso di vergognarmi.

Se è vero che non posso decidere la sorte dei miei figli, posso però decidere cosa fare del dolore che provoca la loro morte e, ancora di più, posso scegliere cosa fare della gioia provata nel tempo diviso con loro.
Quella gioia è diventata il patrimonio inestimabile che porto con me.
Ogni figlio ha mosso in me qualcosa di unico, ognuno di loro mi ha reso la donna e la madre che sono, per il solo fatto di essere passati attraverso di me e avere diviso con me un tratto di strada, più o meno lungo, ma comunque indimenticabile.

Pubblicato per la prima volta da Sex and the Stress (il blog di Elisabetta Ambrosi, su Vanity Fair)

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