Giornata della memoria

Avevo 17 anni.

Allora uscì un bando aperto agli studenti più meritevoli degli istituti superiori. La mia professoressa di matematica mi candidò e vinsi l’opportunità di un viaggio.

Era un viaggio particolare, offerto interamente agli studenti vincitori, aveva lo scopo di sensibilizzare rispetto alla realtà dell’olocausto.

Prevedeva una settimana in giro fra Austria e Germania a visitare i campi di concentramento.

giornata della memoria

Avevamo una guida: una giovane donna che parlava un tedesco meraviglioso, pura musica. Lei ci raccontava i luoghi, dal microfono del pullman e poi in ogni località che visitavamo.

Avevamo un accompagnatore d’eccezione: un superstite.

Un uomo di un’ottantina d’anni, un nonno. Un nonno vero.

Capelli radi, canuti. Una dentatura smagliante, l’aveva rifatta e la usava per sorridere spesso.

Un uomo che era diventato papà non più giovanissimo. Aveva dato alla vita un’altra opportunità: ci aveva creduto ancora, nonostante tutto.

Lui rappresentava tutti quelli che da quei luoghi erano usciti vivi e portava la memoria di tutti quelli che erano scomparsi dietro quel filo spinato.

Lungo uno degli spostamenti in pullman, quando ormai il nostro viaggio durava da alcuni giorni e avevamo preso una qualche confidenza fra di noi, prese il microfono e raccontò…

Faceva parte di un gruppetto di prigionieri che riuscì ad uscire dal campo, ad un certo punto. Non ricordo più se scapparono o furono liberati, in qualche modo. Portavano quegli indumenti che avevamo visto affissi dietro le vetrate degli espositori: la casacca e i pantaloni a righe.

Camminavano al freddo, guardinghi e spaventati, lungo i bordi della strada, incontro alla libertà. Erano deboli, stanchi, pieni di pidocchi. Perdevano le feci, lungo le gambe, impotenti. Non potevano fermarle, né fermarsi. Piangeva mentre raccontava di quanto si sentissero esposti, umiliati, terrorizzati.

Il suo pianto è impresso nel mio cuore come un marchio a fuoco.

Di Mauthausen ricordo l’ingresso, il grande piazzale, le camerate, l’odore di morte impregnato nei muri delle docce.

Le docce: i prigionieri venivano ammassati nelle docce e sottoposti a docce gelate, poi bollenti. Le madri coprivano i loro figli, cercando di proteggerli. Chi moriva non era abbastanza resistente. Così veniva svolta la prima scrematura.

Da allora, l’acqua della mia doccia non può essere troppo calda. Se mi capita di regolarla male, il mio pensiero torna immediatamente a quella madre che cercava di proteggere suo figlio e il mio cuore si ferma un momento: sempre.

Uno dei divertimenti dei soldati era giocare al tiro al piattello coi bambini piccoli: li strappavano dalle braccia delle madri, li lanciavano in aria e cercavano di colpirli.

Nei periodi di pianti interrotti dei miei figli, decine e decine di volte, mi è capitato di chiedermi come facessero quelle madri a tenere calmi i loro bambini… quando un vagito poteva fare la differenza fra la vita e la morte.

Il viaggio è durato alcuni giorni: Dachau, Birkenau, Mauthausen, il Castello di Hartheim.

Come una vera reporter, ho scattato foto a qualunque cosa e ovunque.

Ho un centinaio di scatti che riprendono tutto ciò che ho visto. Stanno in una scatola che da anni non posso più toccare senza stare male.

Non posso guardare film sull’olocausto, non posso ascoltare storie simili.

Quel viaggio mi è entrato dentro, nello stomaco, nelle viscere e il suo lascito vive in me e si ripropone continuamente.

Quel viaggio ha cambiato la mia sensibilità, ha aperto uno squarcio che non si è mai più richiuso.

I miei figli sanno che quel viaggio mi ha segnato. Come sanno che questa ricorrenza avrebbe senso se davvero dovessimo tenere a mente qualcosa per non rischiare di ripeterla più.

I miei figli sanno che queste cose accadono anche ora. Sotto altre vesti, con altri nomi, in altre parti del mondo, eppure accadono.

Cosa potremmo fare perché la disumanità sia estirpata dall’essere umano?

Francamente non lo so.

Cominciare a chiamare le cose col loro nome mi pare il primo passo.

Ecco, dovremmo cominciare dagli slogan.

Invece che Per non dimenticare, dovremmo titolare questa campagna di sensibilizzazione così:

Perché continuiamo a dimenticare?

E’ ipocrita pensare che oggi siamo più civili, più democratici, più moderni.

Siamo esattamente come allora. Purtroppo.

Lascia un commento