maternità interrotta

Sono fuori dal teatro, appena uscita, dopo avere assistito allo spettacolo di danza di mia figlia, la prima. In mezzo alle auto parcheggiate sto parlando con qualcuno.

Non ricordo che anno fosse…

Mi sforzo di trovare riferimenti, non era freddo… allora era il saggio di giugno.

Ma di quale anno? 

Sento il profumo della calura notturna, il fruscio dei pantaloni di lino accarezzarmi le gambe mentre muovo il passo, i tacchi dei sandali suonano rimbombando, mentre avanzano sotto i portici illuminati. Adesso sto entrando a teatro per assistere al saggio di giugno di mia figlia. 

Ancora non so… Quale anno? Lo stesso anno?

Un morso allo stomaco e quella sgradevole sensazione di nausea. Forte, insistente. In bocca aumenta la salivazione, deglutisco, ma mai abbastanza, devo farlo e rifarlo per salvare la lingua dall’annegamento. 

Ero incinta. Ma di chi?

Di Elia.

Allora era l’estate del 2011…

Santo cielo… Elia è morta a febbraio!

Quella nausea, i pantaloni di lino, i tacchi suonanti, accompagnavano Noah, non Elia.

Rimetto gli eventi nel giusto ordine cronologico.

Spesso mi dimentico.

Spesso mi devo sforzare di ricordare quando ho aspettato chi.

Guardavo con mia cognata un video di foto montato da lei. Settembre: il giorno del matrimonio della sorella più piccola. C’ero anche io.

Ero incinta. Lei mi ha domandato se fossi incinta di Tristano.

Ho riflettuto un momento. Sì, a settembre era lui…

Senza saperlo, senza volerlo, mia cognata ha ricordato le figlie che non ho. Mi ha commossa. Per lei sono esistite. 

La foto del mio profilo. E’ stata scattata durante un barbecue a casa nostra. C’erano gli amici del gruppo con cui suonava mio marito. Fra questi due bambini piccoli e uno in arrivo.

Io avevo i pantaloni di lino bianchi e la pancia nascosta sotto la canottiera marrone.

C’era Noah. Era morta: lo sapevo.

L’ho nascosta dentro i pantaloni e sotto la canottiera. 

Non ho parlato di lei con nessuno. Ho parlato solo dei figli degli altri giunti da poco e di quello che sarebbe arrivato di lì a poco.

Ho invidiato quella grande pancia. 

Ero a disagio quando quella mamma pronunciava il nome del figlio che sarebbe dovuto nascere a breve, con la naturalezza di chi ritiene quell’avanzo di attesa solo un proforma…

Ho pensato che se lo avesse perso, avrebbe detestato quel modo così ingenuo di sentirlo già nato vivo, senza che lo fosse davvero.

Prima di usare questa foto, l’ho guardata e riguardata. 

A fatica perché porta con sé Noah, con piacere perché porta con sé Noah, con compiacimento perché mi trovo piacevole.

Poi ho deciso: è la migliore, più recente, che ho.

Forse perché porta con sé Noah. Forse perché mi ritrae mamma. Forse perché chi l’ha scattata è stato bravo. Forse perché in una foto ogni tanto esco bene.

Così la uso per ritrarmi. Resterà quella finché non capiterà di scattarne una migliore. O forse finché sarò invecchiata tanto da non potermi rappresentare più.

Il tempo delle mie attese è stato vissuto tutto.

In quel tempo, che si accavalla e si distorce, io ho sentito cose, visto cose, fatto cose… e altre no, proprio perché in quel tempo io non ero sola.

Qualche volta riemergono i ricordi, si mescolano fra di loro e faccio fatica a ritrovare il bandolo della matassa.

Col tempo ho smesso di detestare quel tempo. 

Col tempo ho imparato a tenermi il meglio di quel tempo e apprezzarlo.

Qualche volta mi dispiace di averne perso dei pezzi, di non ricordare più tutto nei minimi dettagli…

Perché ad un certo punto, per andare avanti, ho dovuto lasciare andare ciò che è stato.

E’ rimasto solo ciò che di più ha contato.

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