crocerossina

Apprezzo quando, raccontando una parte della mia vita, incontro chi mi fa notare che proprio io ho scelto di soggiornare in quella miseria.
L’ho scelto io: nessuno mi ha costretto.

Di solito sorrido e rispondo che ero affetta dalla sindrome della crocerossina, poi sono guarita ed eccomi qua.

Chissà perché quel bisogno di salvare qualcuno dalla sua mediocrità: sarà un retaggio ancestrale?
O le radici si piantano più vicine: forse avevo solo bisogno di salvare qualcuno per sentirmi salva io?

Alla fine qualcuno l’ho salvato davvero: ho salvato me da me stessa.

Ad ognuno la sua parte: mi piacerebbe che fosse così.

C’è chi i calci li da e chi li riceve.
Io li ho presi.
Faccio parte di una specie da proteggere perché fra quelli che hanno preso calci?

Da proteggere perché incapaci di farcela da sé?
Nonostante pensi che la divisione in categorie non ci faccia bene, in effetti mi sento una specie da proteggere e mi auguro di non rischiare l’estinzione.

Dovrei spiegare come ci si sente a stare da quella parte del muro. Perché c’è un muro che separa chi le prende e chi no.

A volte mi domando come sono riuscita a finire di là.
Non lo so…
Mi ci sono trovata. E non me ne sono andata. Non subito.
Volevo che funzionasse perché desideravo che qualcosa funzionasse nella mia vita. Non aveva funzionato mai niente, ero giovane e così speranzosa di riscattare le continue delusioni affettive che da sempre raccoglievo.
Mi sono fermata dove non mi hanno mandato via.
E’ questo il nodo.
Non mi rifiutava e ciò rappresentava un vero traguardo.
Ci sono molte altre sfumature difficili da spiegare…

Di fatto penso che quella teoria secondo cui noi donne avremmo registrato un sapere antico, grazie al quale sapremmo scegliere l’uomo migliore per garantire la sopravvivenza della specie, sia valida ogni volta che non cadiamo in errore… e per sbagliare non occorre solo trovare la persona sbagliata, ma anche che ci siano in noi quei punti deboli ad offuscarci la realtà.

Perché, se devo essere proprio sincera, io mi sono raccontata la favola che avrei voluto vivere, mentre stavo vivendo tutt’altro.
Penso che certi uomini siano degli analfabeti affettivi: ciò li rende deboli e la loro debolezza li trasforma in veri e propri stronzi.
Nessuno nasce stronzo, ma quando lo si diventa non c’è più speranza.
Ad avere a che fare con loro, bisogna diventare un po’ stronzi… perché fa sentire così denunciare le percosse.
Fa sentire vili… io ho una prova sul mio corpo che mi ricorda ogni giorno d’avere subito quel trattamento. E quella prova è una grandissima alleata: non mi permette più di travisare la realtà.
Eppure quante volte ho cercato di raccontarmi che in fondo… non era grave… che in fondo…
Altre volte è anche capitato che a sminuire fosse proprio un esperto.

Chissà, senza quella prova forse non mi sarei salvata, nemmeno dall’esperto.

Far parte di una categoria protetta è avvilente? No.

Non è avvilente, è necessario: noi che le prendiamo abbiamo bisogno di essere protette. Protette da noi, dagli altri e da chi su di noi si sfoga.

Stronzi non si nasce, ci si diventa. E’ il risultato di una storia spesso lacrimevole che rende deboli e talvolta quella debolezza fa persino pena: poveretto…

Così nascono le crocerossine.

Quei poveretti lasciamoli stare perché dal momento in cui entrano nella nostra vita, allora è l’inizio della nostra storia lacrimevole.

Nessuno salva nessuno,
al limite si salva solo se stessi.

Lascia un commento