Ho le mani sporche di cioccolato: a quest’ora della notte, ho appena finito di riempire le caselle del calendario dell’avvento.

Sì, lo so, sono in ritardo. Sono sempre in ritardo, dicono che i ritardatari siano persone ottimiste ed io devo avere un ottimismo piuttosto abbondante.

Accade così, ogni anno, per noi l’avvento comincia col rito degli addobbi: il calendario di pannolenci è riposto in soffitta, insieme alle decorazioni natalizie e giunge tutto insieme in un tripudio di cuori che battono, sorrisi e polvere.

Stasera riempivo le caselle e il pensiero è andato a me bambina, alla mia mamma che ogni anno ci regalava il calendario dell’avvento: uno per mia sorella e uno per me. Mi piaceva perché aveva i brillantini… Babbo Natale, l’albero addobbato, paesaggi nevosi e bambini felici immersi in una spruzzata di brillantini che mi si appiccicavano alle dita ad ogni casella aperta.

Dietro ogni sportello un’immagine, minuscola, che dovevamo sforzarci per capire cosa rappresentasse, ma non importava, era un giorno in meno a quell’emozione potente che il Natale mi ha sempre donato.

So bene che dipende dal mio spirito romantico, ma il grosso viene da lei. Lei che nel Natale ha saputo mettere la magia che oggi so ripetere nella mia casa e regalare ai miei figli.

La mia mamma comprava un calendario ogni anno e negli anni la moda si è spinta fino  alla fine dei brillantini, sostituiti da caselle colme di cioccolatini. Un cioccolato terribile. Per noi che siamo cresciuti a Nervi, immersi nell’aroma di cacao che periodicamente si alzava dall’Aura, la fabbrica di cioccolato, poco lontana dalla nostra casa, in cui papà lavorava, il sapore del cioccolato scadente era un colpo al cuore e alle papille gustative…

Poi è venuto il mio turno.

Non potrei comprare ogni anno un calendario dell’avvento per ogni figlio: sono della generazione del riciclo e riutilizzo.

Ho usato una pezza di pannolenci, ho tagliato e cucito 24 piccole tasche, ho impresso i giorni con una vernice dorata e di anno in anno ogni giorno porta con sé una sorpresa diversa.

Cioccolato, di solito. Non eccellente, ma decente.

Così ho preparato tre piccole porzioni per ogni giorno, fino a Natale. La sera, dopo cena, i ragazzi mangiano la loro dose e smarcano il giorno che si sta concludendo, mentre a me sfregola il cuore, sale su un brivido che dondola fra la gola e il petto. Niente a che vedere della gioia di quando da bambina, di casella in casella, bramavo l’arrivo del Natale.

Forse perché provare un’emozione grande è una cosa, ma sapere di generare un’emozione grande è di gran lunga meglio.

Domani razione doppia: l’ho promesso, per recuperare il mio ritardo! 😉

ilmioalbero2015

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