gravidanza dopo il lutto

Andare avanti per me era tentare nuovamente di avere un figlio vivo.

Ho iniziato ad aspettare i miei figli (tutti) fin da prima del loro arrivo. Ho cominciato ad aspettarli dal momento in cui era deciso che li avremmo materialmente cercati.

Cercare un figlio, desiderando profondamente di averlo, è un compito ansiogeno…

Monitorare i giorni del ciclo, adoperarsi nel momento giusto (senza rendere quelle gestualità un insieme di atti meccanici finalizzati allo scopo), sperare di essersi adoperati a sufficienza e positivamente, sono azioni consuete che caricano di aspettative già una normale ricerca.

Cercare un figlio dopo una perdita è tutto questo e molto altro.

Nella mia esperienza la gente ha avuto un ruolo non trascurabile, seppur marginale. 

C’è stata quella ‘rispettosa’, fatta di coloro che hanno pianto con noi, sperato con noi e ascoltato noi.

C’è stata quella ‘silente’, fatta di coloro che non hanno mai più affrontato la questione, come se non fosse mai accaduto nulla e hanno interagito con me senza nessuna delicatezza.

C’è stata quella ‘insolente’, fatta di coloro che si sono permessi di giudicare e stabilire cosa e come fosse meglio: sarebbe stato meglio che ci fossimo ‘calmati un po” (come se aspettare un tempo non quantificabile, fra un figlio e l’altro, desse garanzia di sopravvivenza…); sarebbe stato auspicabile che smettessimo di inseguire un altro figlio, perché ‘non ne avevamo bisogno’, visto che ne contavamo già due (più due morte, che non valgono mai) e una famiglia con due figli è già una bella famiglia; sarebbe stato meglio arrendersi perché ad un certo punto diventa accanimento…

C’è la tendenza a pensare che noi perdiamo i nostri figli scientemente: uno si può perdere, ma due o tre, addirittura quattro (e così via), denota un’insistenza che non è un desiderio di vita, ma una scelta sistematica di morte. Come se noi sapessimo già, prima di averli concepiti, che quelli saranno figli che seppelliremo. Come se cercassimo appositamente figli da seppellire.

Per queste persone generare un figlio è un atto di altruismo, ma solo quando  nasce vivo. Quando nasce morto che cosa diventa? Per fortuna loro sono dotati di una sfera di cristallo…

Per mio marito e me cercare il nostro NUOVO bambino è stata una pratica assai complessa.

Innanzi tutto non ci era chiaro se fossimo realmente pronti a gettarci un un’altro salto nel buio: non ci sono parametri fermi a stabilire quando si è totalmente fuori dal dolore. E non possono esserci parametri perché questo dolore muta parti interiori di noi in modo irreversibile. Chi può avere certezza che i cambiamenti riscontrati siano proprio quelli irreversibili e non quelli temporanei, dovuti ad elementi rimasti da elaborare?

Fra mio marito e me c’era un accordo: prima di impegnarci in una nuova ricerca avremmo dovuto avere i risultati degli esami favorevoli e io avrei dovuto ‘rimettermi nel corpo e nella mente’.

Ho lavorato duramente per risollevarmi egregiamente e velocemente – elementi che spesso non non vanno d’accordo… – mentre mio marito mi osservava, giudice spaventato, costantemente allerta e timoroso di non ritrovare più la donna che aveva sposato.

C’è stato un momento in cui ho capito che avevo fatto il salto: io portavo con me le bambine che non avevo, mi sentivo ‘guarita’ dal lutto grazie a questa sensazione, eppure una certa mole di elementi, estranei a me fino a quel momento, non accennava a scomparire.

Uno su tutti era la paura… addirittura ‘paura di vivere’.

Mi sono domandata se non avessi fatto la scelta sbagliata nel mettere al mondo le figlie che erano sopravvissute. Che senso poteva avere impegnarsi tanto per sopravvivere, crescere, imparare a diventare qualcuno, soffrire… così tanto, per poi morire, come tutti.

Che senso poteva avere dannarsi tanto per concepire un figlio che, se anche fosse giunto, sarebbe comunque morto… prima o poi?

Questo era il terrore di muovere il passo quando era tempo di poterlo fare…

Al contrario, quando non c’era pericolo di concepire alcun bambino, mi riconciliavo con la vita, con la bellezza della natura, riscoprivo l’emozione del bilico fra la speranza, l’attesa e il desiderio di qualcosa che, se non fosse giunto, avrei potuto continuare a cercare.

Mio marito aveva promesso… desiderava anche lui… ma a quale prezzo?

Rischiare ancora che il mio utero si squarciasse per un figlio, vivo o morto che fosse?

Rischiare ancora che io potessi impazzire del tutto, per sempre?

Rischiare la mamma delle due bambine che avevamo già?

Perché mettere nuovamente in pericolo un equilibrio apparentemente stabile e solido?

Perché di stabile e solido nella vita non c’è nulla…

Questo hanno lasciato in noi le nostre morti.

Ogni sera mio marito rincasava e io ringraziavo che non fosse morto in un incidente d’auto o  per qualunque altra cosa.

Ogni sera mettevo a letto le mie bambine e ringraziavo che non fossero malate o morte per qualunque cosa possa capitare in una giornata qualunque, anche che un boccone della cena andasse loro di traverso soffocandole.

Non si può vivere nella paura… non è vita.

E’ solo una corsa a restare il più possibile nascosti, silenziosi e invisibili.

Il caso si era già preso due delle nostre figlie, regalargli anche il resto della nostra vita non ci sembrava una buona mossa.

Ci siamo chiesti cosa avremmo fatto se non avessimo preso i calci in faccia che ci erano stati inferti: avremmo avuto un figlio. Noi volevamo ancora un figlio vivo.

Dovevamo riprenderci la nostra vita e la nostra voglia di vivere.

Dovevamo riprendere da dove avevamo lasciato, consapevoli che non sarebbe stato più come prima e pronti a scoprire come era mutato il nostro modo di costruire il futuro che desideravamo per noi.

Ci siamo lambiccati il cervello e abbiamo preteso dall’altro certezze che non potevamo darci. Mio marito voleva la sicurezza che non sarei né impazzita, né morta, se avessimo perso anche il prossimo figlio; io volevo la sicurezza da lui che avremmo tentato ancora, se avessimo perso anche il prossimo figlio…

Nessuno dei due poteva esaudire le richieste dell’altro, ma entrambi potevamo ancora fare una cosa prima di progettare un futuro così lontano: vivere il presente.

Ad un certo punto abbiamo fatto finta di non pensarci, abbiamo chiuso gli occhi e, mano nella mano, ci siamo lanciati nel vuoto.

Lascia un commento