E’ sorta da poco una nuova comunità su Facebook, intitolata Basta tacere: le madri hanno voce.

Le donne e utenti dell’assistenza alla maternità sono escluse dalle decisioni sul percorso nascita e sulle politiche sanitarie che riguardano il loro corpo e i loro bambini. Le loro voci non vengono ascoltate, eppure esse descrivono un quadro preoccupante in cui emerge che nell’assistenza alla nascita in Italia i diritti fondamentali e costituzionali non vengono rispettati.

Sulla pagina è possibile segnalare le esperienze di abuso, maltrattamenti e violenze subite dalle madri, durante l’assistenza al parto.

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Le istruzioni per pubblicare le esperienze si trovano fra le informazioni della pagina (clicca qui).

Il numero dei seguaci cresce a dismisura e i messaggi in bacheca raccontano realtà terrificanti.

Capita di tanto in tanto di ascoltare esperienze di parto agghiaccianti, ma paiono casi isolati e sfortunati.

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Tendenzialmente non si ha piacere di ascoltare le tragedie altrui, come se non sentire equivalesse a rendere inesistente.

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Talvolta si pensa che la mamma, narratrice del racconto straziante, abbia esagerato, abbia travisato o amplificato una realtà in effetti molto più “normale”.

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Invece si compiono, e non così raramente, vere e proprie violenze durante l’assistenza al parto.

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Ciò che mi domando è perché gli operatori, tanto incapaci di assistere, svolgano un ruolo di assistenza, perché non siano cacciati, perché abbiano scelto un mestiere per cui, evidentemente, non sono portati.

L’operatore sanitario DEVE possedere alcune precise caratteristiche, in assenza delle quali non dovrebbe essere lasciato libero di svolgere quel mestiere.

Da cosa dipende una tale disfunzione? E’ la formazione poco professionale? Sono gli standard ospedalieri poco attenti? E’ un fatto di cultura?

12938161_264916777176831_8628178264344067055_nNon posso fare a meno di pensare che le madri della cultura siamo proprio noi: noi siamo il primo volto, la prima carezza, la prima parola, il primo amore di quell’ostetrica o quel ginecologo che lascerà altre madri mutilate, nel corpo e nell’anima.

Sono convinta che noi donne siamo educate a subire: noi incassiamo i colpi e ci vergognamo. Siamo sempre noi a sentirci inadeguate perché non sappiamo concepire, partorire, farci amare…

Dipende da noi, una per una, apportare un radicale cambiamento nella cultura: smettere di vergognarci, denunciare gli abusi e educare i nostri figli al rispetto e alla denuncia, quando quel rispetto viene a mancare.

Abbattere il silenzio è fondamentale.

Questo il mio contributo:

Al monitoraggio di controllo della 41esima settimana, il tracciato presenta anomalie.

Un ginecologo mi comanda bruscamente di seguirlo, mi fa un’ecografia diversa dal solito: monitor a colori, picchi luminosi e dati che non ho mai visto.

Gli chiedo cosa ci sia che non vada: perché quel controllo?

Mi risponde di non seccarlo, che sta lavorando.

Dopo l’ecografia mi rimanda a casa, senza una spegazione.

Il giorno dopo entro in ospedale alle 9 del mattino perché temo di avere rotto il sacco.

Mi conducono in una stanzetta, mi fanno posizionare sul lettino ginecologico e senza un’occhiata, una parola di spiegazione, l’ostetrica mi infila un attrezzo ferroso, grande quanto una mano, dentro, lo spinge fino in cima al sacco e conferma che è rotto. Non è stato divertente e piuttosto avvilente.

Mi assegnano un letto e inducono il travaglio con le prostaglandine.

Dopo alcune ore un’altra dose.

Nel pomeriggio mi chiamano per una visita di controllo e una ginecologa alle prime armi aspetta una contrazione, infila le dita e rovista senza alcuna delicatezza, seccata per la conformazione poco agevole del collo del mio utero. Un dolore atroce. L’ostetrica accanto a lei è visibilmente dispiaciuta, con lo sguardo mi chiede scusa, aspetta la contrazione successive e mi visita: non sento alcun dolore. Mi occorrono alcuni minuti per rialzarmi, dico che sia per il dolore, in realtà è il dolore della violazione, dell’umiliazione. Torno nel mio letto piangendo.

Passa l’infermiera per somministrarmi la terapia antibiotica. Prima di darmi la pillola controlla la mia cartella e mi avvisa che sono allergica al farmaco. Lo voglio ugualmente?

Strabuzzo gli occhi e ovviamente rifiuto. Torna la ginecologa macellaia e mi spiega che se rifiuto il farmaco devo firmare un modulo: me ne assumo la responsabilità. Faccio notare che sono allergica al farmaco che hanno attentamente scelto per me. Non importa: qualcuno ha stabilito la terapia e se non voglio assumerla è affar mio.

Firmo.

Nessuno si fa più vivo finché di notte, da sola, lungo il corridoio buio del reparto, piegata in due dai dolori, vado a cercare un’ostetrica. Finalmente sono pronta per l’epidurale.

Fanno l’epidurale, mi attaccano al monitoraggio e la stanza si riempie: ginecologo senior, ginecologo junior, anestesista, ostetrica e infermiera: qualcosa nel monitoraggio non va, esattamente la stessa anomalia del giornio prima.

Le paia di dita si susseguono le une alle altre: entrano quasi tutti.

Dopo un’ora di manipolazioni l’inferimera mi rade e cesareo d’urgenza.

Mi mettono 25 graffette e sono madre.

Mia figlia era bradicardica, il battito del suo cuore scendeva pericolosamente durante le contrazioni. Oggi deduco che avesse il cordone attorcigliato da qualche parte, ma allora non mi diedero alcuna spiegazione.

Questo è stato il mio primo parto.

Da allora ho partorito altre quattro volte e non mi sono mai più sentita una vacca al macello, segno che non sempre va male e segno che, lavorandoci su, si può guarire da certe ferite.

Tuttavia la cicatrice resta, infatti sono giunta al parto della mia secondogenita dando a mio marito una precisa incombenza:

Non mi perdere di vista nemmeno un attimo, al primo cenno dello sguardo, incazzati, grida, fai in modo che mi tolgano le mani di dosso!

Anche se c’è ancora moltissima strada da percorrere, l’esistenza di gruppi come questo e in essi anche la presenza di alcune testimonianze da parte di ostetriche, mi dice che le cose stiano cambiando.

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Vedremo che fine farà la proposta di legge dell’11 marzo 2016:

“Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico”

da parte dell’On. Adriano Zaccagnini.

per saperne di più, clicca qui.

#bastatacere

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