dopo il lutto perinatale

Quando è il momento di andare avanti?

La scienza dice:

“Quando ci si sente di farlo”.

Non fornisce date o scadenze. Non giudica, non si assume alcuna responsabilità in merito a questa scelta.

In rete il consiglio più gettonato è quello di attendere da un minimo di sei mesi ad un anno. 

Sei mesi….

Per me sei mesi erano tutto il tempo dell’attesa di Elia e ancora qualcosa… in pratica una vita.

Dopo Elia siamo andati avanti subito: per noi Elia era il prezzo che avevamo pagato per avere osato ancora. La roulette russa della vita aveva sparato il suo colpo su di noi: era il rischio che corre chiunque, scegliendo di vivere vivendo…

Tutto era già insito in lei: il dolore della perdita, ma anche il desiderio di non fermarsi a quello, perché Elia era desiderio di vita, di crescita, di felicità.

Mi sono risollevata su questo: volevo vivere ancora di più e meglio, anche per lei che non poteva più farlo.

Così abbiamo cercato Noah, con un amore, una speranza e una pienezza d’animo che sento ancora scorrere nella pelle.

Noah è arrivata subito. 

La sua attesa è stata un’altalena di emozioni, mio marito faceva da timoniere: nei momenti di panico e sconforto mi ripeteva di non perdere la fiducia, perché Noah veniva da lì. Noah era la nostra rinnovata fiducia nella vita: dovevamo tenere duro.

Finché una notte ho fatto un sogno tremendo e mi sono svegliata con la consapevolezza che Noah era morta.

Ero disperata, ma non ero pronta a lasciarla andare… così non sono andata in ospedale per controllare, ma ho comprato un apparecchio che rileva il battito cardiaco del feto.

Lo chiamano “Cuore di bimbo”… Mi sembrava davvero un nome terribile per tutte quelle mamme che non avrebbero trovato il cuore del loro bambino…. Come me.

Ho tentato e tentato, più e più volte. Spesso di notte, da sola sul divano, questo apparecchio mi diceva che dentro di me c’era la morte. Io ero nuovamente una tomba.

Oggi so di avere avuto bisogno di quelle due settimane per arrivare dalla mia ginecologa pronta a vedere il corpo senza vita della mia bambina.

La nostra speranza e la nostra fiducia nella vita, disintegrate nell’immagine del corpicino immobile di Noah.

A quel punto sono stata investita da tutto il male del mondo.

Ero stanca, il mio corpo era decisamente provato da 10 mesi di gravidanza, due parti e così tante lacrime che sembrava essersi prosciugato.

Ancora attesa… Attesa di riavere il corpo di Noah che non arrivava, perché la burocrazia lo teneva in ostaggio. Attesa di ricevere gli esiti degli esami che tardavano, perché non erano urgenti, visto che riguardavano un morto.

In tutto questo la rabbia e il senso di colpa, prepotenti, asfissianti e dirompenti.

Ero così arrabbiata che avrei potuto uccidere….

E mentre la mia vita sembrava essersi interrotta nuovamente, ancora irraccontabile, ancora inutile, ancora senza risultato, gli altri andavano avanti. Vedevo pance ovunque, donne che riuscivano a godere dei loro figli, mentre io ne ero stata privata. Ancora.

Non c’era fine al peggio.

Non c’era fine al prezzo da pagare.

Io non meritavo più di essere madre. Madre di figli vivi.

Andare avanti non poteva più dipendere dal ‘sentirsela’ o meno.

Io sarei andata avanti subito, anche prima, se avessi potuto. Per cancellare, per non vedere, per non sentire, per potermi concentrare su altro. Perché io non volevo vivere ciò che stavo vivendo. Eppure non mi privavo di nessun dettaglio, di nessuna sofferenza perché volevo passare tutto, sentire tutto e chiudere col dolore.

Andare avanti non cancella il dolore.

Andare avanti su un dolore non elaborato, lo deforma.

Così come era deformata l’immagine che io avevo di Noah. Lei era la mia consolazione. Lei faceva per due. 

Quando la mia mente ha avuto bisogno di trovare strumenti che mi ferissero e maciullassero la poca forza di stare in piedi, ha anche pensato che fosse davvero colpa mia la morte di Noah: le avevo dato troppa responsabilità, il suo era un fardello troppo pesante da portare, così si era ritirata.

Il tempo passa. Il mio è dovuto scorrere con obiettivi vicini da raggiungere. 

Prima gli esami di Noah. Poi la sua sepoltura. Poi i miei esami. Tutti. Poi i referti. Poi gli approfondimenti. In questo tempo la rabbia e il senso di colpa hanno raggiunto la vetta per poi essere ricondotte al loro posto. Senza più nuocere.

Quindi è arrivato il momento di decidere se era tempo di andare avanti.

I sei mesi minimi erano passati, anzi, ne erano passati addirittura otto. Una vita e qualcosa… Impiegati a costruire nella mente e nel corpo un luogo in cui accogliere e far crescere un altro bambino.

Per andare avanti ho dovuto e voluto dare posto alle cose: le mie bambine perse innanzitutto. Ho dovuto comprendere, gestire, arginare e sedare la rabbia. Ho dovuto occuparmi del senso di colpa.

C’è stato un momento nel quale ho sentito che ne ero fuori, avevo fatto il salto.

Avevo tutto con me, dentro di me. Ero qualcosa di stabile e solido con tutto il valore aggiunto di quelle esperienze. Il dolore si era placato e sedimentato.

Andare avanti non è solo avere digerito l’accaduto e potere rialzare la testa. 

Andare avanti è continuare a vivere riassumendosi i rischi della vita stessa.

Non è più possibile prescindere dalla consapevolezza che tutto è incerto e instabile, non si può più credere di avere pagato totalmente il proprio prezzo, non si può smettere di avere paura.

Andare avanti significa anche trovare un posto per la paura. 

La paura di essere felice per poi sentire il dolore; di sperare per poi vedere infranti i sogni; di immaginare ciò che forse non sarà mai; di vivere… col rischio di morire.

L’ingrediente fondamentale del mio andare avanti è stata la consapevolezza: di tutto. Dei pericoli, dei limiti, del buono, di ciò che desideravo per me e per la mia vita.

Questa è stata la base costruita nel tempo dedicato a rimettere il corpo e la mente.

Sembra un controsenso, eppure la base solida su cui ho posato il primo passo dell’andare avanti, era fondata sulla coscienza delle incertezze e della precarietà della vita e della mia totale mancanza di controllo su quasi tutto.

Nel mio profondo sentivo che la mia strada mi proiettava avanti. A volte ero sopraffatta dalla paura e preferivo guardare indietro. A volte la paura vinceva e restavo ferma. A volte aveva la meglio la speranza e muovevo un passo. A volte mi concedevo di godere della vita, anche del suo lato oscuro, perché faceva risaltare di più e meglio quello gioioso.

Non c’è una formula perfetta per andare avanti.

Non ci sono tempi da rispettare o particolari sensazioni da cercare.

Bisogna guardare alla rabbia e al senso di colpa: quei due demoni non devono più nuocere.

Bisogna convivere con la paura e trovare il coraggio… 

Coraggio, fiducia e speranza. 

Senza di loro non si va da nessuna parte. 

Con loro non è detto che si giunga da qualche parte.

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