bambino

Come definire il figlio che si cerca dopo una gravidanza interrotta?

Ho letto testimonianze diverse che raccontano sensibilità diverse.

C’è chi spera di ritrovare il bambino perduto in quello che giungerà.

C’è chi ha bisogno di credere che il suo bambino perduto sarà quello che giungerà.

C’è chi teme addirittura di amare il bambino che potrebbe giungere, per paura di rinnegare quello perduto. 

Per un momento anche noi abbiamo pensato che Elia sarebbe potuta tornare… forse, un giorno.

Poi abbiamo realizzato che lei era lei. Altri come lei non sarebbero più potuti esserci, fosse stato anche solo per il patrimonio genetico: impossibile da ricombinare identico al suo.

La prima via di consolazione intrapresa è stata quella di destinare sul prossimo figlio tutte le aspettative che avevamo, comprese quelle nutrite per Elia.

A me sembrava sopportabile avere seppellito Elia perché avrei potuto amare Noah. Di più e meglio, anche per quanto non avevo potuto fare per Elia.

Ma Noah è morta. 

Ci siamo trovati senza bambini, senza speranze, senza nulla… nemmeno la via di consolazione che ci aveva reso sopportabile la perdita.

Da quel momento di nulla profondo, ho preteso di dare ad ognuno un posto preciso. Perché nessuno più portasse su di sé il peso del passato, il peso di chi non c’era.

Così immaginavo un futuro in cui un NUOVO bambino, nuovo di zecca, venisse da un desiderio nuovo, unico, pensato solo per lui. Lo immaginavo unico nel DNA, unico nell’aspettativa di vita, nel temperamento, nell’abilità di farmi maturare nuove e inattese capacità, proprio perché potevo relazionarmi con lui e non con un altro.

Il bambino che sarebbe venuto, sarebbe stato nuovo, ma noi saremmo stati quelli di prima, non ci saremmo rinnovati, avremmo portato con noi il nostro ‘vecchio’ e tutto ciò che avremmo appreso confrontandoci col nuovo in arrivo.

Ho cominciato a pensare ad un nome, per definirlo in qualche modo, ma anche renderlo diverso da tutti gli altri e il solo.

Gli ho trovato un’origine che non fosse di dolore, ma di speranza, di gioia di vivere, che non portasse su di sé il peso della tragedia.

Mentre costruivo il nido virtuale per il nostro NUOVO bambino, nella mia mente, nel mio cuore, Elia e Noah si assestavano sempre di più e sempre meglio là dove sono.
Ho letto da qualche parte che i bambini che non abbiamo più, non sono mai persi del tutto perché possiamo ritrovarli nel nostro cuore.
Io non ho ritrovato le mie figlie nel mio cuore, ma ce le ho proprio messe.

Ho permesso a me stessa di destinare loro un pezzo di cuore.

Ho dato loro un luogo circoscritto dove potessero prendere la forma e la sostanza che col tempo si fossero delineate per ciascuna di loro, perché, pur nel loro comune destino, pur nella loro breve esistenza, loro sono diverse.

Così ho trovato loro un luogo in cui tenerle con me, dal quale non potessero uscire e non contaminassero i pezzi di cuore destinati ad altri.

Stabilito il posto di ognuno, ho potuto pensare e progettare il nuovo in libertà, senza mai rinnegare il vecchio, né abbandonandolo del tutto, tenendolo con me come il patrimonio del mio essere madre, donna e persona.

Non mi sono mai allontanata troppo da ciò che mi ha resa ciò che sono, allo stesso tempo sono andata avanti, senza poter prescindere dalla paura, ma dotata della buona dose di speranza, fiducia e coraggio che mi sono sempre appartenute.

Mi sono ripresa ciò che ero, senza lasciare ciò che nel frattempo sono diventata.

I miei figli (tutti) sono venuti per prima cosa dai pensieri… E con un nuovo pensiero, abbiamo cominciato ad aspettare il nostro NUOVO bambino.

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