Questo è un tempo lento. Non si misura in giorni, ore, minuti e secondi. Non si misura in impegni, aspettative, appuntamenti. Non si conta. Segue lento.

È un tempo che attende.

Attende il sole alto nel cielo, tanto d’aver stemperato la freschezza della notte e riscaldato il giorno abbastanza per il piacere di un tuffo.
Attende che di tuffo in tuffo, di bracciata in capriola, la pelle delle dita si faccia grinzosa e le labbra si tingano di viola.
Attende pochi panni stesi, sempre gli stessi, che non fanno in tempo a giungere nei cassetti: si indossano ancora caldi, si stendono sui letti tiepidi, si appendono ai ganci per asciugare porzioni di pelle profumata di bagnoschiuma.
Attende il pranzo che spesso è quasi merenda.
Attende il riposo del pomeriggio che si protrae fino al desiderio di un altro tuffo. E poi bracciate, capriole, dita grinzose, labbra viola. Ancora.
Attende la noia quieta e dinoccolata e poi le urla delle liti sul nulla a spezzare il silenzio.
Attende i capelli asciutti, i pantaloni lunghi, una felpa e lo zampirone per servire la cena, fuori, mentre le cicale lasciano il passo ai grilli e il buio arriva ogni giorno in anticipo.
Attende Giove, prima luce nel cielo, poi Marte, sempre più lontano, quindi la Luna con la gobba a ponente o a levante, oppure intera a far da lampione alla notte, o spenta, quando è l’intero firmamento ad accendersi.
Attende il suo finire. Lo si avverte ricominciando a contare. A contare i giorni che mancano all’inizio della scuola, le pagine che mancano alla fine dei compiti delle vacanze, i libri che ancora si devono ordinare.
Attende speranzoso il nostro averne abbastanza. Ma si illude: come potremmo stancarci di lui?
Piuttosto avremo nostalgia di questo tempo lento che si lascia vivere tutto, senza fretta, né pretese. 

E’ il nostro tempo lento dell’estate che volge al finire, mentre noi non ci vogliamo pensare.

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