Mi ricordo i fine settimana con gli amici sulla neve.

Io non potevo scivolare, li stavo a guardare, scendere sulla paletta o il bob e risalire sorridenti, con le gote arrossate dal vento.

Mi ricordo le corse in bagno.

Senza un motivo preciso lo stomaco si rivoltava, come se il corpo si rifiutasse di accogliere il suo ospite.

Mi ricordo Natale.

La lunga tavolata, io col cerchietto rosso dal quale si issava un pupazzo di neve: era ancora il nostro segreto.

Mi ricordo che contavo i giorni.

Di solito, dopo il quarto mese, il mio corpo si rassegnava al suo ospite ed io cominciavo ad ingrassare.

Mi ricordo quel panino al prosciutto.

Il primo dopo settimane, mangiato con gusto!
Finalmente – ho pensato – hanno fatto pace.

Mi ricordo quella mattina, seduta davanti alla porta chiusa.

Sono entrata mamma e sono uscita donna.

Mi ricordo la telefonata agli amici.

È morto, non possiamo venire. Devo partorire…
Santo cielo Kappa, non sappiamo cosa dire…

Quel fine settimana nessuno ha scivolato lungo le piste innevate.

Mi ricordo quando sono uscita vuota dall’ospedale.

Tenevo stretto a me il braccio di mio marito e cercavamo il modo di capire quel che ci era accaduto.

Mi ricordo la telefonata di metà settimana agli amici.

Ho bisogno di voi. Andiamo a scivolare.

C’eravamo tutti. Era il mio compleanno e mi hanno preparato una festa a sorpresa, io ho pianto.
Poi abbiamo messo a letto i bambini, abbassato le luci e davanti alla stufa catalitica hanno ascoltato della morte che era passata attraverso di me.
Sono rimasti in silenzio, poi hanno fatto domande. Semplici.
Io ho risposto, semplicemente.
Ci siamo dati la buonanotte e ho preso il tranquillante. Erano otto notti che non chiudevo occhio. Non riuscivo ad abbandonarmi al vuoto, sapendo che l’avrei ritrovato anche il mattino dopo.
Quella notte ho dormito alcune ore. Dovevo farlo: dovevo ricaricare le energie, per non darla vinta alla morte e tenermi tutta la vita che c’era stata e che sarebbe arrivata.

Mi ricordo la mattina seguente.

Uno degli amici ha fatto una battuta delle sue… una strana inquietudine l’aveva assalito quella notte, nell’andare in bagno, sotto gli occhi vigili della mia insonnia. Detta da lui, faceva ridere.
Ho riso.
Se voglio – ho pensato – la vita è già qui.

I miei ricordi non sono tanti o pochi.

E’ passato tanto tempo e per fortuna non ricordo tutto.

ricordi

I ricordi che restano bastano a raccontare tutto ciò che è contato davvero.

Lascia un commento