Le emozioni sono evanescenti, impalpabili, talvolta difficili da decifrare.

Muovono le mie corde da dentro: chissà come, chissà verso cosa, chissà perché, e poi?

Le chiamo Ovosodo, quando restano sullo stomaco e “non vanno né su e né giù”.

Ho bisogno di dar loro un volto, dei confini, persino un nome. Devo poterle rappresentare e finché non sarò riuscita a guardarle nel loro insieme, so che resteranno l’Ovosodo impossibile da digerire.

Ecco che ho bisogno delle mie alleate più sincere e spietate: le parole.

Non solo le parole nella mente, non solo le parole ad alta voce, più spesso le parole sulla carta.

Da sempre scrivo delle mie emozioni.

Solo scrivendo esse fluiscono, fino a dare la forma a quell’Ovosodo che qualche volta va giù, altre volte resta lì in attesa di una soluzione o della resa.

Qualche volta non mi bastano le parole che riesco a mettere insieme da sola. Qualche volta ho sete delle parole giuste, quelle che non trovo. Così cerco fra quelle degli altri.

Stridore, fastidio e disagio.

Ci sono parole che suscitano in me qualcosa di persino peggio del mio Ovosodo. Sono parole preziose, importanti, vitali: so che se riuscirò a capire il perché di tanta avversione, mi avvicinerò alle parole giuste per me.

Mai nati.

Mai nati i bambini che sono morti nella pancia della loro mamma, ma solo quelli più piccoli di una certa età.

Perché continuano a definirli così? Perché anche chi si occupa di sostenere le famiglie in lutto per la morte di questi bambini, continua a definirli così? Solo a me da così fastidio questa definizione? E poi perché mai mi da tutto questo fastidio?

Perché è falsa.

Non è vero che questi bambini non siano nati. Sono nati, eccome! Morti. Sono nati morti, ma pur sempre nati.

Lo so bene perché io ho partorito due figlie nate morte: travaglio, parto e secondamento. Ho fatto tutto. Loro erano piccole. E io non sono dovuta arrivare a 10 centimetri di dilatazione.

Che significa nascere? Nascere significa uscire dal grembo materno. Nessun limite di dimensioni, nemmeno della dilatazione materna. Nessun limite rispetto alle procedure, infatti anche i bambini nati da cesareo si definiscono nati. Allora perché non definire allo stesso modo anche i bambini usciti dal grembo della mamma con qualunque altro mezzo chirurgico?

In verità questa definizione non è solo falsa, è anche riduttiva.

Mi toglie qualcosa, anzi, ci toglie qualcosa. A noi, come famiglia.

Come a dire che quei figli non li abbiamo mai avuti. Non siano mai esistiti. Siano stati una percezione della mente.

Infatti si dice che, più che altro, noi genitori di figli mai nati:

Abbiamo perso l’idea di futuro.

Sarei una visionaria vaneggiatrice, insomma.

Come se quel presente non avesse contato. Come se quella vita che è vissuta, ed è vissuta dentro di me, non avesse senso e importanza.

Eppure ormai si sa che la relazione tra madre e figlio sia qualcosa di complesso, un interscambio attivo fin dalle prime settimane di gravidanza.

Come sarebbe se cominciassimo a cambiare queste parole?

Se cominciassimo ad ammettere che madri e figli stringono una relazione fin da subito, che quando i figli muoiono le madri e i pardi non perdono un futuro immaginato, ma perdono dal principio un presente esperito?

Chissà che altre parole non contribuirebbero a delineare un’altra evoluzione del dolore?

Per esempio, il bisogno costante di rimarcare che questi figli siano esistiti davvero, il bisogno di ricordarli continuamente per paura che siano dimenticati, il bisogno di restare in quel dolore perché con quel dolore è dimostrato che quella perdita ha valore, potrebbero trasformarsi in qualcosa di più ampio respiro?

Si chiama lutto. Solo lutto.

Si chiama così il dolore per la morte di qualcuno che abbiamo amato.

Anche di chi è vissuto, morto e poi nato.

Del defunto ci manca tutto: il presente che non abbiamo più e il futuro a cui dobbiamo rinunciare.

Non è un lutto strano, speciale o innaturale.

Ha le sue peculiarità, come presenta peculiarità il lutto per la morte di un genitore o del coniuge. Ogni lutto ha le sue caratteristiche.

E’ un lutto grave. Come lo è ogni lutto per la morte di un figlio.

I figli muoiono, anche.

Perché non si dice? Perché si continua a dire che sia innaturale?

Finché diremo che la morte di un figlio sia innaturale, ci troveremo tutti impossibilitati ad esperirla: sarà un dolore eterno e inguaribile.

La morte di un figlio è naturale perché naturale è la morte stessa.

La morte di un figlio è un dolore enorme, richiede grandissima forza per essere portato su di sé.

Richiede coraggio per affondarci dentro e attraversarlo.

Richiede fiducia per sopravvivere ad esso. La fiducia sta in parole diverse da innaturale e insuperabile. La fiducia si trova in parole come: «Siamo fatti anche per superare la morte di un figlio. »

Da sempre i figli muoiono, anche molto presto. Ce la possiamo fare.

Richiede speranza per ritrovare se stessi e riacquistare il desiderio di vivere una vita piena e ricca.

La speranza sta in parole diverse da: mai nati (quindi inesistenti) o un dolore inguaribile. La speranza si trova in parole come: «Tuo figlio non è dolore. Tuo figlio è tuo figlio: lo amerai per sempre e non potrai dimenticarlo mai. Non temere. Il dolore è un mezzo. Il dolore è il tuo mezzo: puoi farci tutto quel che vuoi! Fai che di tutto questo dolore non resti solo dolore. Trasforma il peggio in qualcosa di buono. Trasforma il dolore della perdita in forza creativa.»

Il lutto perinatale non ha bisogno di un aggettivo per definire il lasso temporale in cui avviene, ha bisogno di verità, coraggio, fiducia e speranza. Ha bisogno delle parole giuste per contare sul massimo delle risorse e stare al posto che gli spetta: insieme ad ogni altro lutto.

Queste sono le parole che mi hanno permesso di digerire il mio Ovosodo: il più pesante che abbia dovuto ingoiare.

Non rinunciate a trovare le vostre parole. Siate creativi.

parole

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