Perdono, per-dono.

Fai un regalo: dona la compassione, rinuncia alla rivalsa, alla punizione, alla vendetta.

Perdona il gesto violento, l’insulto, le ripicche…
Perdona, lascia andare la rabbia, non dedicare risorse preziose nello studiare rivalse. Perdona.
Sì, ho perdonato nella vita. Ho perdonato uno sgambetto non premeditato, la persona trasognata che avanza nella fila alla cassa senza avermi notata, la battuta infelice uscita senza pensarci, poi subito dopo la mano davanti alla bocca e “Scusa, ho fatto una gaffe.”
Posso perdonare chi nuoce, ma poi chiede scusa. Posso anche perdonare chi non si accorge di nuocere e, dato che non se n’è accorto, non può chiedere scusa.

Ma chi nuoce consapevolmente e reiteratamente? Quella persona rientra nella gamma delle perdonabili?

La semplifico:
perdonoTi sogneresti mai di perdonare un limone perché non è un’arancia?

Un limone è un limone. È giallo, aspro, tendenzialmente più piccolo di un’arancia, dunque meno succoso.

Un’arancia è un’arancia. È arancione, più dolce, tendenzialmente più grande di un limone, dunque più succosa.

Tu prendi un limone, convinto che sia un’arancia, poi ti stupisci perché è aspro.
Non c’è niente da fare, quello limone è e limone resta.
Allora ti prende a calci, perché è un limone.
Ti abbandona durante il parto, perché è un limone.
Ti accusa di alienazione parentale, perché è un limone.
Ti rende la vita un percorso ad ostacoli, intriso di ansia, timore, insicurezza, rabbia e fatica, perché è un limone.

Hai fatto una cazzata: hai preso un limone. Hai provato ad aggiungere zucchero, a diluirlo nell’acqua, a berlo a piccoli sorsi. Non è diventato un’arancia. Non c’è stato nulla da fare.

È un limone e ha bisogno di stare con chi i limoni li sa gestire. Non sei tu quella persona.

Ma ormai è troppo tardi: con sto limone hai fatto un figlio e ora sto limone te lo tieni a norma di legge. 
È autorizzato a gettarsi sulle ferite e inasprire in ogni dove: il DNA elargito gli consente tutto. 

Allora ti maledici.
Imbecille che non sei altro! Ma chi ti credevi di essere? Solo uno è riuscito a trasformare l’acqua in vino, mai nessuno ha trasformato altro in altro ancora. Nessun limone è mai divenuto un’arancia.

Come cavolo hai fatto a confondere un limone con un’arancia?
Eh… a casa avevo un limone: per anni mi ha assicurato di essere un’arancia. Solo con l’esperienza (tanta) e col tempo (tanto), ho imparato a riconoscere la differenza.

Adesso ho bisogno di perdonare, proprio fare un dono, un dono grande: a me.

Mi perdono. 

Perché mi sono fidata di quel primo limone che diceva di essere un’arancia. D’altra parte non potevo fare altrimenti. Era il mio mondo. Tutto quanto.
Ho bisogno di perdonare ancora. Quel primo limone che si credeva arancia: ne era convinto, non l’ha fatto apposta. A sua volta a casa aveva arance che si dicevano limoni e limoni che si credevano arance. È una storia antica, di generazioni di agrumi.

Da adesso però che nessuno mi chieda di mentire ai miei figli, ché io sono il loro mondo, tutto quanto: ci sono limoni ed arance. Ora lo so: li riconosco piuttosto bene.

I limoni sono aspri.
Le arance meno.

Figli miei, non li cambierete, nonostante lo zucchero, la diluizione, il refrigeramento, la spremitura.
Non credo che debbano essere perdonati, loro, per essere come sono. Piuttosto fate attenzione e cercate di non confonderli.
Certi errori costano prezzi infiniti. Per generazioni.
Ora rompiamo la catena. Proviamoci.
E se non ci riusciremo, beh, facciamoci il migliore regalo possibile: perdoniamoci.

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