maternità interrotta

La perdita di un figlio durante l’attesa è definita in diversi modi, a seconda del periodo in cui avviene, del motivo per cui avviene, del luogo in cui avviene.

Perciò è aborto spontaneo se avviene dal concepimento alla 23esima settimana di gestazione.

È aborto volontario se avviene per scelta entro il 90° giorno di gestazione.

È aborto terapeutico se avviene per scelta dal 90° al 180° giorno di gestazione.

È morte fetale endouterina se avviene la morte in utero di un feto dalla 22esima settimana di gestazione.

Si definiscono ‘nati morti‘ i feti che muoiono durante il parto.

È definito lutto perinatale il lutto legato alla morte dei feti avvenuta dalla 27esima settimana di gestazione a 7 giorni dopo il parto.

Ci sono molti modi di definire la perdita di un figlio durante la gravidanza o dopo il parto, spero di non averne dimenticato qualcuno e mi auguro di non avere commesso errori nelle varie descrizioni. Resta che ognuno di essi, per definizione, ne esclude alcuni altri.

Con Maternità interrotta, non si esclude nulla, non si tiene in alcun conto del quando, come e perché, perciò è la definizione che preferisco.

La maternità è il periodo della vita della donna madre dall’inizio della gestazione fino all’allevamento del neonato (Treccani).

Ho avvertito che alcune sensibilità si trovano a disagio col termine interrotta, come se si avvertissero definite interrotte loro stesse, in quanto donne e madri. Invece apprezzo questa definizione proprio perchè identifica bene quanto è accaduto: la relazione fra madre e figlio si è interrotta. Non è più possibile allevare quel figlio. Ciò non toglie che si resti sua madre. Rende bene l’idea di ciò che occorre fare, cioè interrompere. Smettere. Finire.

Così come da vedova si cessa di essere moglie e ciò non toglie che si prosegua ad amare il proprio defunto marito.

Così come da orfano si cessa di avere un genitore e ciò non toglie che si prosegua ad amarlo.

In questa definizione non è inclusa la parte affettiva, ma è definita senza ombra di dubbio la parte pratica.

La mia intenzione, nell’affrontare questo delicato argomento, è quella di raccontare nel modo più semplice, diretto e chiaro, cosa significhi perdere un figlio durante la gravidanza o dopo il parto. Vorrei puntare l’attenzione sui bisogni delle famiglie che si trovano a sostenere una morte del genere. Quei bisogni non variano a seconda dell’epoca in cui è avvenuto il decesso, non variano a seconda del modo in cui è avvenuto, né dove è avvenuto.

Tutti questi fattori contribuiscono a delineare il percorso personale di elaborazione, ma non cambiano ciò che sta alla base dei bisogni: vedersi legittimare il dolore che si sta provando, vedersi legittimati in quanto genitori di una creatura che prima c’era e ora non c’è più.

Rispondere ad un bisogno significa saperlo inquadrare e mettersi a disposizione al fine di attivare tutte le pratiche utili affinchè quel bisogno trovi risposta. In questo processo il guidizio è escluso.

Porsi a sostegno è innanzitutto ascoltare senza giudicare.

Il bisogno di essere legittimati in quanto genitori, la necessità di potersi dire addolorati e l’esigenza di vivere quella pena in tutti gli aspetti che si presenteranno, in libertà, senza essere sminuiti e giudicati per alcuna ragione, a mio parere, sono le principali (non le sole) urgenze della famiglia chiamata a fare i conti con questa tragedia, esse si basano appunto sul legame affettivo che è stato spezzato, reciso, interrotto…

Come un interruttore: acceso, spento. E’ spento. Per sempre.

Resta una carica di energia, di affetto che non trova sfogo: la porta è sbarrata, le possibilità azzerate. Quindi occorre trovare alternative, piochè l’affettività resta, non si dissolve, non si dimentica, non si cancella, non si esaurisce, ma occorre trovare altre vie in cui indirizzarla, occorre mettersi di fronte al fatto immutabile dell’impossibilità. Occorre imparare a fare senza.

Infine la definizione “Maternità interrotta” determina chiaramente e senza ombra di dubbio di cosa si tratti: si tratta dell’essere madre. In sé c’è che madre di quel figlio lo sono stata davvero. Quindi lui è esistito, io esisto in quanto madre privata di mio figlio, esistiamo in quanto famiglia, una famiglia obbligata a reinventare la sua conformazione, poichè, così come ci accingevamo a diventare, non lo saremo più.

Ecco, dentro questa definizione è espresso al meglio ciò che vorrei arrivasse: è qualcosa di enorme che ha bisogno di essere ascoltato, senza giudizio e ha urgenza di essere accolto in tutta la sua gravità.

Si tratta di maternità: nei luoghi della maternità deve trovare posto, deve essere affrontato e deve trovare sostegno.

Nessuna delle altre definizioni mi consente di integrare così tante cose quanto “Maternità interrotta”.

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