Perché è così difficile ammettere che il lutto perinatale sia un lutto vero e proprio poiché vede la morte di una persona (il figlio) a cui i genitori erano profondamente legati?

Non si tratta della fine di una intenzione, di un progetto, di una speranza, bensì proprio della morte di una persona.
Non una persona immaginata, non una parte del corpo della madre, bensì proprio una persona in carne ed ossa.

Difficile immaginare come una creatura che non si sia palesata fisicamente al di fuori del corpo, possa essere dotata di una singolare e propria specificità al punto da essere percepita in quanto lei stessa e non un’altra.

Eppure per alcuni è proprio così.
Non per tutti. Per alcuni.

Verremo ascoltati primo o poi, noi che abbiamo questa percezione netta e precisa?

[Il lutto perinatale] Perché si tratta di un lutto vero e proprio?
Come tutti gli altri lutti, prima di tutto si caratterizza per il fatto di seguire ad una perdita fisica, un distacco fisico dalla persona a cui si era legati. In questo caso il corpo fisico del bambino è ancora una parte del corpo della mamma che lo ha tenuto in grembo fino ad allora e per lei, oltre a rappresentare la perdita di un figlio, che sarebbe nato, è anche la perdita, la morte di una parte di sé, intrinsecamente fusionalmente parte di sé, da essere percepita come un Sé materno, biologicamente dato per natura. E’ per lei simbolicamente il lutto per il suo corpo materno, che non è più in quel momento. E da qui nasce il sentimento postumo, spesso dichiarato dalle mamme in lutto perinatale, di non credere di poter divenire più mamme, di non poter riuscire a portare avanti un’altra gravidanza con successo. Con il feto, psicologicamente, simbolicamente, è venuta meno anche la “mamma”.

(Fonte: «Lutto perinatale: la vita invisibile»)

Taci, mi son detta alla lettura di “distacco fisico dalla persona a cui si era legati”: finalmente cominciano a dirlo!

E invece no. Piuttosto che niente il corpo fisico del bambino ancora parte del corpo della madre, “rappresenta” la perdita di un figlio, non È la perdita di un figlio.

Un figlio che “sarebbe nato”, invece, visto che è uscito dalla pancia della madre già morto, non è nato, ché da noi nascono solo i vivi, i morti svaniscono. Puf! Credevi che fosse un figlio, e invece…
Come la mettiamo se questo bimbo è nato vivo, ma è morto dopo poche ore? Anche lui facciamo che non sia nato, tanto se non vivi abbastanza (dove ‘abbastanza’ è a discrezione di chi, non si sa), è come se non fossi nato.

Finché giungiamo alla perdita del Sé materno. Cioè, non muore il figlio (che è rappresentazione, parte del corpo, mai nato), muore il corpo materno.

Io non sono morta come madre. Anzi. Di Noi (le mie figlie NATE MORTE e me) è rimasto giusto il ME MADRE.

Un ME che si è espresso concretamente decidendo come disporre delle loro salme e come attraversare il lutto per la loro morte.
Poi certamente, ho avuto paura di non riuscire a divenire più madre (di altri figli), ma non perché il Me madre fosse morto, piuttosto perché ho avuto consapevolezza profonda di non avere controllo su quasi nulla. Chissà cosa la vita mi avrebbe riservato. E chissà se sarei diventata madre ancora e ancora, ma solo di figli morti.

Francamente mi sarei anche stufata di essere interpretata e inserita in macro letture psicologiche, senza che queste tengano in minimo conto ciò che la psicologia perinatale ormai ha assodato: tra madre e figlio, fin dalle prime settimane di gestazione, è RELAZIONE.

Una vera e propria relazione, fatta di comunicazione, scambio, conoscenza. Una relazione che si allarga agli altri componenti della famiglia.

Una relazione che, se interrotta, provoca lutto. Perché muore una persona con cui abbiamo condiviso vita vera.

Con-diviso: possedere insieme, spartire insieme, partecipare insieme.
INSIEME.

il lutto perinatale sia un lutto vero e proprio
Immagine tratta dal web

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