Da generazioni siamo inchiodate lì, per i figli.

In nome della serenità dei figli, dobbiamo sopportare, piegarci, aspettare che crescano, ingoiarci sogni e desideri, rinunciare.

Resta per i figli.

Quando “rimanere” significa restare a farsi maltrattare, sminuire, usare e abusare, mi invade una profonda tristezza, mista rabbia, mista impotenza, mista dispiacere.

No, i figli non hanno bisogno di questo. Quand’è che avremo il coraggio di dirlo, una buona volta?

Non possiamo pensare che le nuove generazioni siano più sensibili, rispettose e empatiche, se le cresciamo nello stesso brodo in cui siamo venuti su noi.

Non c’è come l’esempio.

Un genitore infelice è un esempio di infelicità, come se l’infelicità facesse necessariamente parte del pacchetto e la felicità fosse un’illusione.

Un genitore che accetta di essere maltrattato, è l’esempio di come sia ovvio lasciarsi maltrattare.
Un genitore che maltratta, è l’esempio di come sia logico maltrattare.

Amare i figli si traduce in molti gesti, non vedo come inchiodarli in una casa dove vigono paura, dolore, rabbia, frustrazione e violenza, possa esserne un’espressione.

Gli hai tolto suo padre!

Così hanno provato e riprovato a farmi sentire in colpa.

Ebbene no: non ho tolto nulla a nessuno.

Genitori si resta, pur non tornando quotidianamente nella stessa casa.

Esistono una quantità di coppie separate che vivono i figli ogni giorno, nonostante le diverse residenze. Ne conosco alcuni. Sono genitori normali. Hanno rispetto e fiducia verso l’altro genitore. Hanno a cuore il bene dei figli e lo conciliano con il loro. Sono disposti al dialogo e al compromesso. Non hanno bisogno di prevaricare l’altro. Sono persone normali. Non violente. Ragionevoli. Sensate.
Separarsi ha modificato il ritmo familiare, senza sottrarre i figli all’affetto dei loro genitori e viceversa. Spesso si sono addirittura tutti avvantaggiati: gli adulti sono più sereni, i ragazzi di conseguenza.

Altro accade quando a dividersi è una coppia in cui il potere ha preso il sopravvento.

Va detto una buona volta: quando c’è di mezzo la violenza, è tutta un’altra storia!

Nelle relazioni violente al centro c’è il potere.

Il violento vuole esercitare il dominio, l’aggredito deve soccombere.

Quando te ne vai da una relazione del genere, smetti di soccombere e il dominatore esce di senno.

Non importa come, deve ripristinare l’ordine precostituito. Userà ogni mezzo. Persino i suoi figli. Li ridurrà a merce da pretendere come ricompensa per l’onta subita. E, ottenuto un dito, vorrà anche il braccio. Non si placherà. Continuerà ad esercitare il suo dominio, per sentirsi potente e in pace con se stesso. Non c’entra l’amore verso i figli. Una persona così non ha idea di cosa sia l’amore: lo confonde col soddisfacimento dei propri bisogni primari. Una persona così non è in grado di sopportare la frustrazione causata dalla mancanza di controllo sui soggetti che è convinto gli appartengano. Una persona così non è capace di amare nemmeno quando la famiglia risiede sotto lo stesso tetto.

È in questo brodo che si crescono i figli, ve ne rendete conto?

A questo punto, di solito, mi viene sottolineato: «Beh, sei tu che hai scelto di farci un figlio…», come se ciò decretasse la nostra condanna perpetua. A qualcuno la colpa va data, e guarda caso ricade sempre su chi cerca di opporsi alla violenza.

In ogni modo, per me era chiaro che il bene di mia figlia non si realizzasse sacrificandomi affinché la sua famiglia non fosse distrutta.

La sua famiglia era già una tragedia. Il giorno in cui avesse voluto affrancarsi, avrebbe dovuto smontarla, un pezzo alla volta, capirne le disfunzioni, realizzare cosa fosse amore e cosa potere. Avrebbe dovuto necessariamente fare i conti con i limiti dei suoi genitori.

Avrebbe dovuto realizzare che io fossi rimasta a subire, convinta di fare il suo bene, mentre suo padre era stato lasciato indisturbato a ledere.

Mi sono immaginata mia figlia domandarmi: “Il mio bene? Dunque è per colpa mia che sei rimasta a fartele dare per anni da mio padre? Per colpa mia ci hai condannate a questa tragedia che chiami famiglia?”

Responsabilità. Era mia la responsabilità di decidere: se fossi rimasta, avrei dovuto farlo perché io volevo. Io volevo, sceglievo scientemente, di passare la vita a farmele dare.

Forse cambierà.

L’alternativa che mi sono raccontata per convincermi che il mio sacrificio avesse senso.

Ho pensato che avrebbe imparato ad amare, se l’avessi saputo amare.

Il delirio di onnipotenza o, se preferite, quella dannata sindrome della crocerossina a cui siamo condannate fin da piccine: sta a noi salvare il mondo. Dietro un uomo, in silenzio, col sorriso stampato in viso, s’intende.

Responsabilità. Io avevo responsabilità su di me e su mia figlia, lui era adulto quanto me, non ne ero responsabile. Invece ero la responsabile del dolore di mia figlia, quando correva a frapporsi fra noi, urlando a suo padre di lasciare stare la mamma. Aveva due anni. Di questo ero responsabile.

Va detto, una buona volta: i violenti, non illudiamoci, non cambieranno! Non cambiano mai.

Io invece ho potuto cambiare un futuro già scritto.

Non dico che sia stato facile. No lo è stato per nulla.

Ho combattuto contro la società che vive come un fallimento ogni famiglia che si separa; contro l’idea che il genitore sia sempre il bene di suo figlio, anche quando lo devasta; contro una legge che impone di conciliare anche fra chi non ne ha alcuna intenzione.

Ho avuto tutti contro.

Ho lottato anni.

E i conti sono da fare ugualmente: lo smontaggio della relazione genitori/figlia, i limiti di noi adulti, la linea sottile fra dominio e amore.

Conti che oggi si possono fare nuotando in un brodo più calmo, sereno, attento, amorevole, sicuro.

No, non l’ho fatto per mia figlia.

Lei non è la responsabile della mia vita.

L’ho fatto per me. Volevo smettere di vergognarmi di me.

Come sarei potuta essere di esempio per lei, se nemmeno io avessi avuto stima di me?

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