Prima parte – esterno giorno

Mediana: «Oggi in classe Laura (nome di fantasia) è scoppiata a piangere.»

Ah sì… e perché?

«Perché suo zio è morto.»

Oh, mi dispiace… e voi cosa avete fatto?

«Carla (nome di fantasia) le ha detto di non piangere, che se suo zio la dovesse vedere da lassù si dispiacerebbe molto.»

Ah. E secondo te Laura si è sentita meglio dopo queste parole?

«Boh, non so, Carla l’ha consolata.»

Mh, ma secondo te le parole di Carla chi hanno consolato davvero? Cioè, che consolazione è quella delle parole di Carla?

Spallucce.

Okay, facciamo un esempio: tu vieni da me piangendo e mi dici che ti sei data una martellata su un dito e ti fa un gran male. Io ti dico di non piangere, che tanto ne hai altre nove, di dita. Ti ho consolato, no?

Annuisce.

E tu ti senti meglio?

«No!» (ride)

Appunto. Succede perché con queste parole io ho consolato me e non te.

Mi spiego: quando tu vieni da me piangendo, io mi dispiaccio. Il dispiacere che provo mi mette a disagio, vorrei non provarlo e per non provarlo più ho bisogno che tu smetta di piangere. Quindi ti dico di non piangere e di pensare ad altro, evitando di concentrarti su quello che provi. In questo modo io sto meglio, perché ti ho dato una soluzione, ma tu stai meglio?

«Eh, no!»

Appunto. E perché?

«Perché mi fa male il dito!»

Ecco, vedi che ci siamo? Allora per consolarti davvero, cioè provare a fare stare meglio te, non me, dovrei mettere al centro della mia attenzione quello che mi stai dicendo tu, ovvero il tuo dito, non me e il mio dispiacere nel vederti piangere. Perciò potrei dirti di farmi vedere il dito, insieme potremmo capire se sia rotto, o potremmo metterci del ghiaccio, poi ti potrei abbracciare e coccolare. Magari il male al dito non ti passa, ma tu ti sentiresti meglio?

«Sì.»

Nel caso di Laura è non è tanto diverso: suo zio non c’è più e lei soffre, possiamo rimediare in qualche modo?

«No.»

Appunto. Non possiamo rimediare, però possiamo starle vicino. E non impedirle di piangere. Secondo te cos’è il pianto?

«Eh, quando stai male piangi!»

Anche quando stai tantissimo bene può capitarti di piangere, perciò il pianto è l’espressione di una emozione forte. Un’emozione che dentro non sta più e il corpo la tira fuori. Un po’ come uno starnuto. Come ti sentiresti se ogni volta che ti scappasse uno starnuto, ti dicessero di non farlo?

«Male!»

Appunto. Ti sentiresti meglio se ti dicessero: “E tira fuori quel caccolone!”, no?

Ride e annuisce.

Possiamo non avere paura di una persona che piange perché se piange sta tirando fuori quel che ha dentro e se esce è un bene, poi si sentirà meglio.

La frase che ha detto Carla è una delle frasi che si dicono, ma sono sbagliate: perché consola solo chi la pronuncia, perché impedisce di esprimere l’emozione, perché non è adatta a tutti: sappiamo se Laura crede che i morti possano guardarla?

«No.»

E speriamo che non ci creda… perché se ci credesse si sentirebbe persino in colpa per aver causato dolore allo zio.
Quindi, ricapitolando, se dovesse ricapitare una situazione simile, potresti provare a dire semplicemente che sei molto dispiaciuta, senza trovare soluzioni, perché non ce ne sono. Se fossi fisicamente vicina alla tua amica, potresti abbracciarla stretta e stare vicino a lei finché avrà finito di piangere, magari passarle un fazzoletto. Cosa ne dici?

La Mediana annuisce convinta.

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educare alla morteSeconda parte – interno sera, durante la cena con i miei ragazzi

Mediana: «Se sei triste perché è morto qualcuno, tutti ti dicono di non piangere e cambiano discorso…»

Sì, è vero, capita spesso e secondo voi perché?

Grande: «Beh, perché della morte si ha paura.»

Esatto! Affrontiamo, una buona volta, le ragioni di questa paura: di cosa, secondo voi, si ha paura?

Mediana: «Sì ha paura perché non si sa dove si va dopo la morte!»

Oh, molto bene! Vediamo dove si potrebbe andare dopo la morte. In realtà nessuno sa davvero dove si vada, però ci sono diverse teorie. Partiamo da quella che sentiamo nominare più spesso, che è?

Mediana: «Il Paradiso!»

Okay, diaciamo che se questa teoria si rivelasse vera, noi dovremmo avere l’accorgimento di comportarci da persone oneste e per bene e ragionevolmente potremmo aspirare al Paradiso. Noi cerchiamo di essere persone oneste e per bene?

Grande: «Che domande! Certo che sì e a prescindere dal Paradiso.»

Appunto. Quindi possiamo aspirare al Paradiso: si può avere paura del Paradiso?

Mediana: «Ma no!!!»

Appunto. E per di più potremmo pure ritrovarci là tutti insime, un giorno. Quindi, se finiremo in Paradiso, non c’è bisogno d’avere paura. Andiamo avanti: c’è chi crede che rinaceremo e presumibilmente all’interno dello stesso nucleo familiare, quindi un giorno potremmo trovarci a ruoli inversi, oppure potrei diventare il marito di qualcuna di voi…

Risate.

C’è d’aver paura di rinascere?

Coro: «Noooo!»

E anche questa è fatta. Se invece, come sostengono altri, ci ritroveremo in una dimensione diversa?

Mediana: «Chissà cosa ci sarà in quella dimensione…»

Appunto. Chissà che scopriremo! Magari ci accadrà di continuare a stare accanto a noi, ma invisibili e forse finiremo per ritrovarci tutti di là, ad un certo punto, perciò c’è d’avere paura di finire in altre dimensioni?

Coro: «No.»

Resta l’ultima ipotesi: che dopo la morte non ci sia niente. C’è d’avere paura del niente?

Mediana: «Il niente è tutto! Non ho paura.»

Molto bene. Allora ditemi superata la paura del dopo, cos’altro lascia la morte?

Grande: «La tristezza, perché qui non c’è più la persona a cui volevamo bene.»

Perfetto. E’ vero, per un po’ di tempo, anche molti mesi, quando la persona che amiamo muore, noi siamo tristi perché ci manca. Ci manca poter vivere il presente e immaginare il futuro con lei e questo ci addolora. E’ normale. E’ normale e naturale. Occorre tempo per abituarsi al cambiamento e non bisogna avere fretta. Però, mentre ci abituiamo a stare senza di lei, possiamo scoprire una cosa importante: nessuno, nemmeno la morte, ci potrà mai togliere tutto quello che abbiamo vissuto insieme. Noi abbiamo ancora tutto quello che abbiamo fatto con lei, tutte le risate, le arrabbiature, gli abbracci, gli scherzi… tutto.

Quindi, possiamo dire che morire di per sé può non essere troppo spaventoso, tuttavia per chi rimane la morte può far paura perché toglie la persona amata. Ma possimo anche dire che non la toglierà mai del tutto.

Ragazzi, voi dovete tenere ben presente una cosa: noi siamo fatti anche per sopportare e superare quel dolore lì. Noi esseri umani abbiamo le capacità per affrontare il dolore della morte e quella sofferenza. La sofferenza mette in moto tutta una serie di processi capaci di trasformarci. Finché potremo anche scoprire di non essere più tristi per la mancanza, ma felici per tutta la vita passata insieme.

I tre annuiscono e silenzio fu.

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