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N. 1 – Gennaio 2018

Lutto Perinatale, ovvero lutto

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«Una madre in attesa di un figlio lo ha già: lo immagina, lo desidera, lo “costruisce” nella sua mente.»

Più o meno con queste parole è spesso giustificato come il lutto perinatale sia da considerarsi alla stregua di un lutto vero e proprio.

Fin da subito è stato chiaro in me che il vuoto della morte delle mie figlie (avvenuta a 21 e 17 settimane di gestazione) non derivasse dall’improvviso buio sulle aspettative. Certo, nel periodo del lutto, il dolore della morte ha spesso assunto la forma del rimpianto per un futuro che non avrei mai potuto vivere come avrei desiderato.
Non avrei mai potuto conoscere il volto delle mie figlie, né sperimentare la loro presenza fuori da me, o confrontarmi col loro temperamento, quindi condividere con loro la vita extrauterina.
Tuttavia mi era perfettamente chiaro che non avevo perso un’idea di loro, bensì loro stesse.

Loro che erano loro e non altre.

Loro che possedevano un patrimonio genetico unico, loro che avevano instaurato con me una particolare relazione, loro per le quali io sarei stata una certa madre, la loro, e non un’altra.

Loro che avevano avuto una parte attiva nella mia vita: fin dalla settima settimana di gravidanza si erano palesate con le nausee e col rifiuto di alcuni cibi, poi col bisogno di riposo, quindi con il richiamo delle mie mani sul ventre, dei miei pensieri su come fare in modo che convivessimo in armonia, con le attenzioni crescenti di mio marito che desiderava proteggere sua moglie e le sue figlie, con le attenzioni delle altre mie figlie che cominciavano a prendere consapevolezza di fare parte di una famiglia sempre più numerosa.

Proprio perché loro erano nella nostra vita, e c’erano con tutte le loro esigenze e la loro personalità (espressa attraverso i segnali che mi mandavano e che il mio corpo traduceva in condizioni altalenanti di benessere e insofferenza, stanchezza o soddisfazione), noi abbiamo cambiato e modulato il nostro modo di vivere, le abitudini e compiuto alcune scelte.

Queste figlie non sono state immaginate, bensì pienamente vissute.

Oggi l’epigenetica e la Psicologia Perinatale cominciano a spiegare ciò che per me è stato chiaro da subito.

«Dal momento del concepimento, l’esperienza intrauterina forgia il cervello e getta le basi per la personalità, il temperamento e le capacità di pensiero.»

Thomas Verny, 2004

Gli studi epigenetici hanno rivelato come l’ambiente esterno ed interno siano portatori di mutazioni dell’espressione genica, ovvero alcuni geni possono essere attivati e disattivati in conseguenza ad una particolare condizione esterna o interna dell’individuo.

E’ ormai noto come nelle cellule resti memoria dell’esperienza anche emotiva.

E’ noto come la vita prenatale abbia una determinante influenza sulla formazione della personalità dell’individuo, perciò è evidente che il bambino e la madre instaurino fin da subito una relazione che rende entrambi ciò che saranno in futuro.

Così come il bambino porta memoria affettiva ed emozionale, anche la madre porta la stessa memoria: una memoria che non scompare con la morte.

L’esperienza di maternità non è fatta di un ritardo mestruale, ormoni e una fervida immaginazione.

La maternità è fatta di scambio.

E’ un vero e proprio dialogo fra madre e figlio, fra madre, figlio, gli altri familiari e gli amici.

E’ uno scambio di informazioni, di affetto, emozioni e persino di cellule.

Si chiama microchimerismo il processo con cui, attraverso la placenta, mamma e figlio si passano cellule che restano dentro di loro, entrambi così eterni custodi della loro viscerale relazione.

Il lutto esperito in epoca pre e perinatale non è un lutto equiparabile ad un lutto qualunque, bensì è esattamente un lutto.

Esistono innumerevoli modi di portare il lutto, determinati da altre innumerevoli variabili.

Tutti noi siamo chiamati a confrontarci con la morte, tuttavia è quasi impossibile che ognuno di noi la avverta su di sé esattamente come un altro.

E’ con questo spirito che andrebbe affrontato il lutto altrui: in ascolto e senza giudizio.

Potremmo cominciare dal riconoscere che una relazione è una relazione: che avvenga dall’utero o fuori di esso.

Ogni relazione lascia una traccia.

Ogni relazione che termina lascia la sua traccia.

Quando la relazione che termina è affettiva, allora provoca un lutto e il lutto ha bisogno di cordoglio.

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