Ricordate un periodo in cui eravate lunatici e in preda agli ormoni? Eravate pieni di brufoli, il vostro corpo cresceva molto velocemente e in parti strane, e allo stesso tempo la gente si aspettava che sareste cresciuti in questo modo. L’adolescenza, giusto?

Questi stessi cambiamenti capitano a una donna che sta per avere un bambino. Per gli adolescenti, sappiamo che è del tutto normale sentirsi confusi, ma allora perché non parliamo allo stesso modo della gravidanza?

Esistono interi manuali che parlano del percorso evolutivo dell’adolescenza e non esiste una sola parola che descriva il passaggio alla maternità. Ce ne serve una.

Sono una psichiatra e lavoro con donne incinte e nel post-partum, sono una psichiatra della riproduzione, e in questi ultimi dieci anni di lavoro in questo campo, ho notato l’esistenza di uno schema. Consiste più o meno in questo: mi chiama una donna, ha appena partorito ed è preoccupata. Dice:

Non sono brava in queste cose. Non mi piace. Soffro di depressione post-partum?

Io analizzo i sintomi di quella diagnosi, capisco che quella donna non è clinicamente depressa e glielo dico. Ma non si sente rassicurata.

Non dovrei sentirmi in questo modo”, insiste lei.

Così rispondo:

Ok. Come pensavi che ti saresti sentita?

Dice:

Pensavo che essere madre mi avrebbe reso completa e felice. Pensavo che il mio istinto mi avrebbe indicato spontaneamente cosa fare. Pensavo che avrei voluto mettere sempre il bambino al primo posto.

Questa è un’aspettativa irrealistica di come ci si sente quando si diventa madri. E non è stata l’unica. Ho ricevuto telefonate con domande simili da centinaia di donne, tutte preoccupate che qualcosa stesse andando storto, perché non si sentivano all’altezza. E io non sapevo come aiutarle, perché dire loro che non erano malate non le faceva sentire meglio. Volevo trovare un modo per rendere normale questo passaggio, per spiegare che malessere non equivale sempre a malattia.

Quindi mi sono prefissata di imparare di più sulla psicologia della maternità. 

Ma, in realtà, non c’era molto nei manuali di medicina, perché i dottori, per lo più, scrivono di malattie.

Così mi sono rivolta all’antropologia.

E ci ho messo due anni, ma in un saggio fuori catalogo, scritto da Dana Raphael nel 1973, ho finalmente trovato un modo utile per inquadrare questa discussione: matrescenza.

Non è una coincidenza che “matrescenza” assomigli ad “adolescenza”. 

Entrambe sono fasi in cui il mutare del corpo e il cambiamento ormonale determinano uno sconvolgimento nelle emozioni di una persona e nel suo modo di sentirsi a suo agio. E come l’adolescenza, la matrescenza non è una malattia, ma non essendo un termine medico, dato che i dottori non informano la gente a riguardo, viene confusa con un disturbo ben più serio, chiamato depressione post-partum.

Mi sono basata sulla letteratura antropologica e ho parlato alle mie pazienti della matrescenza usando un concetto chiamato “tira e molla”.

Questa è la parte del “tirare”. In quanto esseri umani, i nostri bambini dipendono da noi in modo unico. Al contrario degli animali, i nostri figli non sanno camminare, non sanno nutrirsi da soli. È molto difficile prendersene cura. Così l’evoluzione ci ha aiutato con un ormone chiamato ossitocina. Viene rilasciato in prossimità del parto e anche con il contatto pelle a pelle, quindi aumenta anche se non si dà alla luce un bambino. L’ossitocina aiuta il cervello di una madre umana a concentrarsi, ad attirare la sua attenzione in modo che il bambino sia al centro del suo mondo.

Ma nello stesso tempo, la sua mente si allontana perché ricorda che ci sono anche altre componenti della sua identità: altre relazioni, il lavoro, gli interessi, una vita spirituale e intellettuale, senza contare i bisogni fisici: dormire, mangiare, fare esercizio, fare sesso, andare al bagno, da sola se possibile.

Questo è il tiro alla fune emotivo della matrescenza. 

Questa è la tensione che provavano le donne che mi chiamavano. È per questo che pensavano di essere malate. Se le donne capissero l’evoluzione naturale della matrescenza, se sapessero che molte di loro trovano difficile vivere in questo tira e molla, se sapessero che in queste circostanze, l’ambivalenza è normale e non è niente di cui vergognarsi, si sentirebbero meno sole, meno stigmatizzate, e penso che diminuirebbe persino il tasso di depressione post-partum. Mi piacerebbe studiarlo un giorno.

Credo fermamente nella psicoterapia, quindi se cambieremo il modo in cui la nostra cultura vede la transizione alla matrescenza, le donne dovranno parlare tra loro, non solo con me.

Quindi, madri, parlate della vostra matrescenza con altre madri, con i vostri amici e con il vostro partner, se ce lo avete, in modo che possano capire la loro transizione e sostenervi meglio.

Ma non si tratta solo di proteggere la propria relazione. Quando si preserva una parte separata della propria identità, si lascia spazio anche al bambino di svilupparne una propria.

Quando nasce un bambino, nasce anche una madre, ognuno instabile a modo suo. La matrescenza è profonda, ma anche difficile, ed è questo che la rende umana.

Alexandra Sacks

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