Continuo a sentire questa definizione: Mai nati.

Allora vorrei raccontarti la storia di una famiglia in cui sono Mai nate due bambine.

La prima era piccola, appena venti settimane di gestazione. Se ne stava nella pancia della sua mamma (io), bella morta ormai da almeno quattro settimane.
Eh sì. Capita anche così.

Questa piccina, dunque, era perfino più piccina delle sue venti settimane, eppure non abbastanza piccola da scivolare via semplicemente, che ne so: con uno starnuto? Con un battito di ciglia? Magari solo con la forza del pensiero, che tanto si sa: questi figli che vivono nella pancia della loro mamma, crescendo, esplorando, nutrendosi, facendosi spazio tra le costole e l’intestino, non sono mica veri. Sono frutto dell’immaginazione. Sono appena dei sogni. Dei pensieri. Pensieri lasciati al cielo, che se li riprende, qualche volta.

Ho provato a chiudere gli occhi e pensare intensamente:

Adesso tutto questo dolore svanirà! Adesso questa figlia dei pensieri si dissolverà! Adesso pigio il tasto rewind e torno a sei mesi fa (cinque mesi di nulla), torno al momento esatto in cui l’abbiamo concepita e stop. Non la concepiamo. Non pensiamo. Non immaginiamo. Non lasciamo nessuno al cielo. Fine.

E invece la realtà è fatta di pelle, carne e sangue. 

La pelle infilzata dalla flebo che aiuta a lenire il dolore. La carne lacerata dalla placenta che si stacca e lascia la sua casa. Il sangue che esce e svuota la madre di sua figlia.

Questa figlia Mai nata, per nascere, mi ha permesso di entrare per la prima volta in una sala parto vera. Ho avuto l’onore di piazzare le gambe sulle staffe e spingere. Pensa un po’ che storia… Ho spinto e spinto, con l’ossitocina nella flebo e mio marito al mio fianco.
Niente, questa figlia Mai nata, non voleva nascere proprio. Così è arrivato il ginecologo che ha passato velocemente e con forza le sue mani dallo stomaco al bacino, due o tre volte. Non ricordo. Mi ha tolto il fiato e ho pensato che si sarebbe portato via anche la colonna vertebrale. Mia figlia Mai nata, così è nata, tutta intera e a me è stata risparmiata la sala operatoria.

So che potrà essere incredibile, ma io sono stata soddisfatta per qualche minuto.

Caspita: avevo messo al mondo una creatura. Eh va beh, era piccina, non certo i 3 chili di una persona vera, questa che è stata solo un sogno, pesava trenta grammi ‘di feto macerato’. Mica figlio. Mica nato.

Dato che non era nato nessuno di importante, mi hanno prescritto le pastiglie per mandare indietro il latte e poi ho sanguinato e sanguinato, per giorni e giorni. Ché in effetti è così che accade quando non nasce nessuno.

Siamo tornati a casa senza niente. Nulla. Infatti quando non nasce nessuno, non c’è proprio niente da portare a casa. Ti pare?

Però quel niente lì lo abbiamo poi seppellito. Pensa un po’ che è venuto un intero furgone della Polizia Mortuaria a portarselo via, questo nulla. Un nulla che stava dentro una piccola bara, poi riposto in un piccolo buco, che un tizio gentilissimo ha provveduto a coprire con la terra.

Un nulla dentro un cimitero. Eh sì che siamo stati fortunati, noi. C’è chi il nulla può lasciarlo solo al cielo, come un pensiero, a volte addirittura un palloncino, perché non si dice che i Mai nati possono essere sepolti. Ti pare? Perché mai seppellire un bambino che è vissuto dentro la sua mamma, settimane o mesi, crescendo, esplorando, nutrendosi, facendosi spazio tra le costole e l’intestino, e poi è uscito lasciandola ammaccata, sanguinante, dolente e vuota. Non è mica vero… Infatti lo chiamano Mai nato.

(…prossimamente la storia della seconda nascita della bambina Mai nata)

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