Al Congresso Nazionale dei Gruppi di Auto Mutuo Aiuto per persone in lutto, l’ultimo argomento trattato ha riguardato il cimitero.
L’importanza di un luogo di congiunzione tra il vivente e il suo morto.

Il lutto ha bisogno di tempo, ma anche di spazio. 

Dove non ci sono rituali, le esperienze della vita rimangono incompiute.

Ha detto il Prof. Arnaldo Pangrazzi.

Durante il dibattito ho alzato la mano e raccontato per la prima volta qualcosa di me.
Il microfono, in piedi e la sala in ascolto.
«Noi abbiamo vissuto due morti endouterine», ho detto. Poi ho immaginato che qualcuno non sapesse cosa volesse dire.
«Sono morte due delle nostre figlie, in grembo, nel secondo trimestre di gravidanza.
Per queste morti non accade come di solito: prima della 28esima settimana di gestazione sono i genitori che devono presentare richiesta di sepoltura. Hanno solo 24 dal parto (o espulsione) per decidere. La prima volta non lo sapevo.»

Il silenzio era tombale e qualche capo annuiva.

«Il problema è che non tutti gli ospedali mettono al corrente di questa opportunità. Noi siamo capitati in un ospedale che non ci ha informati. Siamo tornati a casa. Io mi aggiravo per la casa con la sensazione di non sapere dove mettere questo figlio. Dove metto questo bambino che in braccio non ho mai tenuto? Si è affacciato così il pensiero della sepoltura. Non è stato facile concederci questo pensiero, perché questa morte non ha le parole della morte, né i gesti della morte, così, pur sentendo un grande dolore e il vuoto di un’assenza, ci domandavamo se avessimo avuto il diritto di considerarla come una morte vera. Finché abbiamo deciso che dovevamo seppellire.
Siamo stati fortunati. L’ospedale, nonostante fossero passate più di 24 ore, ha accolto la nostra richiesta. Ma non ci ha informato su quale fosse la procedura. Non eravamo preparati…
Nel nostro comune è l’azienda che si occupa dello smaltimento dei rifiuti ad occuparsi anche di questa sepoltura. Così il giorno stabilito è venuto in obitorio il camioncino della polizia mortuaria a prelevare nostra figlia. Avevano portato una piccola bara di compensato. Una bara nella quale non stava il contenitore dentro cui era stato conservato il corpo di nostra figlia. Così il coperchio della bara è stato forzato e venato, per poter essere chiuso.
Il cimitero in cui è stata portata nostra figlia è un grande cimitero, tanto grande da essere percorso da un bus di linea interno. Il campo dedicato a queste sepolture è l’ultimo, confina col muro di cinta. A destra grandi contenitori della spazzatura. Questo campo non è trattato come tutti gli altri campi. Viene scavata una trincea e man mano che le piccole bare vengono deposte, viene coperto di terra solo lo spazio occupato dalla bara.»

Qualche occhio si è fatto lucido. Così ho sorriso, come per dire: sto bene, state tranquilli. 

«Le persone che ho incontrato in questo percorso sono state squisite. Non è un problema di sensibilità delle persone, c’è un problema di diffusione dell’informazione, di conoscenza delle procedure. È stato difficile questo percorso. Molto difficile. Ma è stato risolutivo. Oggi noi riusciamo a dirci genitori di figli morti. Noi siamo questo».

Ché se non ammetti che ti trovi davanti ad una morte, come puoi fare il lutto? Era il pensiero sottinteso.

Ho ringraziato e mi sono seduta. Immediatamente sono stata abbracciata, poi i sorrisi di tanti, con gli occhi umidi.
Sto bene. Sto bene.
Sono passati tanti anni. Le nostre figlie hanno un posto e noi abbiamo fatto tutto il lutto, fino alla fine.
Ora mi batto perché anche altri possano avere un tempo e uno spazio per la morte dei loro piccoli cari e per il loro lutto.
Ora so che tante altre persone sanno… e faranno… del loro meglio.

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