La seconda volta eravamo più preparati (qui la prima volta). Sapevamo che ci sarebbero volute ore, che il dolore sarebbe stato tanto e che poi, in qualche modo, saremmo usciti ancora una volta dall’ospedale senza nessuno.
La seconda volta nostra figlia era nel mio grembo da diciassette settimane, ma se ne stava bella morta da almeno tre. Capita anche così e lo sapevamo bene.
Era piccina, molto piccina, ma anche lei non abbastanza piccina da da scivolare via semplicemente con uno starnuto, con un battito di ciglia, o magari solo con la forza del pensiero, che tanto in parecchi continuavano a sostenerlo: questi figli che vivono nella pancia della loro mamma, crescendo, esplorando, nutrendosi, facendosi spazio tra le costole e l’intestino, non sono mica veri. Sono frutto dell’immaginazione. Sono appena dei sogni. Dei pensieri. Pensieri lasciati al cielo, che se li tiene, qualche volta.
Anche quella volta ho provato a chiudere gli occhi e pensare intensamente:
Adesso tutto questo dolore svanirà! Adesso questa figlia dei pensieri si dissolverà! Adesso pigio il tasto rewind e torno a quattro mesi fa (quattro mesi di nulla), torno al momento esatto in cui l’abbiamo concepita e stop. Non cerchiamo di risollevarci dalla morte precedente puntando nuovamente sulla vita. Non ci giochiamo le carte della speranza, della fiducia e del coraggio: non la concepiamo. Facciamo altro, ancora affranti e schiantati dal lutto. Non ci parliamo, ché tanto non abbiamo che la tristezza da raccontarci. Non pensiamo. Non immaginiamo. Così non lasceremo nessuno al cielo, ancora una volta. E fine.

E invece, come già era accaduto, la realtà si è ripresentata di pelle, carne e sangue.

La pelle, ancora trafitta da aghi che non entrano e non trovano le vene per lenire il dolore o accelerare l’espulsione.
La carne della placenta, tirata via a pezzetti, con le pinze, infilate dentro, a ruotare nel mio grembo, ormai svuotato di mia figlia, ma ancora deciso a restare il suo nido.
Il sangue, tanto, che non si ferma, fino all’ultimo lembo tirato fuori, e poi ancora e ancora, per giorni.
La mia seconda figlia Mai nata era piccina, ma si è fatta sentire eccome! Le contrazioni mi piegavano a metà, mentre mio marito teneva il tempo e non gli tornava.

Non stava andando come credevamo ormai di avere imparato.

Così di corsa ci hanno infilato in una sala chiamata il Bunker: niente letto con le staffe questa volta. Pazienza.
La mia piccina Mai nata è nata subito, sparata via come un proiettile dalla mia vagina.
Perché escono da lì i bambini Mai nati.

Loro li chiamano Mai nati, ma nascono: ti è chiaro?

Dopo di lei, come dicevo, la placenta non voleva venire via.
Perché insieme ai bambini Mai nati, c’è tutto ciò che qualunque bambino ha dentro la pancia della sua mamma: il sacco amniotico, il liquido, il cordone ombelicale, la placenta…

Li chiamano Mai nati, anche se nascono e hanno tutto ciò che ha qualunque altro bambino: ti è chiaro?

Sono solo più piccoli, loro. O morti.
Ecco: se sono più piccoli e morti, allora non conta niente. Questo vorrebbero farci credere, quando li chiamano Mai nati.

Ma loro sono nati: nati davvero. Ti è chiaro?

La placenta… La placenta ci ha dato del filo da torcere, non voleva proprio staccarsi, sanguinava e basta.
Quanto sangue!
Così la ginecologa l’ha tirata via un pezzo per volta.
Mio marito ha temuto il peggio. L’ho sentito da come mi stringeva, mentre la dottoressa estraeva pezzi di carne, che non era coraggio quello che mi voleva infondere, piuttosto voleva tenermi con sé: almeno io, ché già sua figlia stava da sola, morta, in un contenitore, pronta per l’autopsia.
Alla fine la placenta è venuta via tutta, con le pinze. Io purtroppo non ho avuto la forza di sentirmi soddisfatta per aver messo al mondo una creatura. Piccola, siamo d’accordo, ma pur sempre una creatura: la nostra. Che è la cosa più importante.
Mi hanno riportato a letto sulla barella e, dopo ore, la prima volta in cui mi sono alzata, sono svenuta.
Troppo sangue. Il sangue perso e versato, per una figlia Mai nata che se n’era andata, lasciandoci soli.
Ancora.
Dopo un paio di giorni siamo usciti senza nessuno da quell’ospedale e abbiamo atteso. Ancora una volta un furgone è passato in obitorio a prelevare quel nessuno morto, per trasportarlo vicino a sua sorella, nello stesso cimitero, dove un tizio gentilissimo ha coperto di terra la fossa riempita con la sua bara.

Non lo dicono quasi mai, ma i Mai nati possono essere sepolti! Perché sono nati: nati eccome.

Pelle, carne e sangue.
Vita e morte.
Famiglia.

Questo sta dentro due parole insulse come Mai nati: ti è chiaro?

A questo punto scommetto che vorresti sapere se poi sia andata meglio: insomma, è arrivato questo “arcobaleno” nel cielo tempestoso di una famiglia dove i Mai nati sembrano risiedere d’ufficio?
Immagino che speri nel lieto fine. Il lieto fine giustificherebbe tutto, persino due parole insulse come Mai nati.
Beh, non te lo dico.
Vorrei che restassi qui, sul senso di vuoto e sul dolore che è la nascita di un figlio che non ha il diritto di dirsi tale e di una famiglia che non merita di sentirsi tale.
Vorrei che provassi ad immaginare quanto possa pesare.
Non scappare: se sono sopravvissuta io che l’ho passato, ce la fai anche tu che lo stai solo ascoltando.

A questo punto vorrei farti una domanda: li chiamerai ancora Mai nati?

2 Comments

  1. Grazie per queste parole dure e dolci, tenere e sofferte. Perché anch’io ho provato più volte questo dolore. Perché anch’io come te ho accarezzato e parlato a questi angeli del cielo, del vento, delle nuvole, degli arcobaleni, dei temporali. Il dolore è lacerante anche se quello fisico poi passa. Mi trovavo rannnicchiata a cullare tutine vuote, ma non vuote d’amore. Versavo lacrime che rigavano l’animo e tracciavano dolore profondo nel cuore che non ho mai rimosso. E non voglio nemmeno rimuovere perché in questo modo mi sento viva.

    Nadia Angeli

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