solitudine

Il primo sentimento estrapolato dalla complessità del dolore di un aborto è la solitudine.

Mi sono sentita sola, molto sola.

La solitudine in molti genera il bisogno di ricerca: si cercano letture, spunti utili, qualcosa che lenisca un po’ questa sensazione.
Leggendo le esperienze altrui e le altrui considerazioni, ritrovo un pensiero comune: si riconosce che di aborto non si possa parlare, che l’aborto sia un tabù, che l’unica strada percorribile sia quella della negazione.

Tutto ciò acuisce sempre più la solitudine.

Ho notato che ciò diventa responsabile di altri sentimenti, altri ingredienti del dolore. Ci si indigna, ci si stupisce, si resta increduli di fronte alla negazione di una realtà che è tale da sempre, che colpisce molti e potenzialmente può colpire ognuno di noi.
Oppure ci si chiude in se stessi, si piange di nascosto, si implode nel perpetrarsi di un dolore obbligatoriamente silenzioso.

Nella mia esperienza, devo essere onesta, non sono stata sola. Non in una solitudine che ignora facendo finta di non vedere. Ho avuto intorno a me chi ha cercato di capire, chi ha cercato di ascoltare, chi ha cercato di consolarmi.
Qualcuno è riuscito a farmi sentire in un abbraccio, per un momento, qualcuno è solo stato capace di dire ciò che non si dovrebbe mai dire… ma oggi apprezzo di loro il tentativo di essermi vicino.

Nonostante questo io non mi sono mai sentita meno sola, anzi, coglievo l’occasione, ogni volta, per fare le pulci alle frasi, alla scelta di alcune parole, dei toni più o meno accettabili.

Senza saperlo ho preteso che la mia solitudine diventasse responsabilità altrui. Mi inalberavo quando nessuno riusciva a farsene carico, tanto da non farmela sentire più.

E’ vero che manca ancora una profonda coscienza sociale, è vero che alcuni comportamenti sono meglio di altri, è vero che almeno le strutture sanitarie dovrebbero avere ormai incamerato le nozioni di base per confrontarsi correttamente con chi vive questo evento possibile, rimasto immutato dalla notte dei tempi.
Ma quando anche giungeremo a tanto, quella solitudine, la nostra solitudine, non la porterà mai nessuno per noi.

Perché è la solitudine di una madre che non avrà mai più il suo bambino.

E’ una solitudine concreta, fatta dell’assenza reale di una persona.
E’ una solitudine complessa perché fatta dell’assenza di una persona che sembra non esserci mai stata…
La coscienza sociale deve arrivare a decretare che quella persona è esistita.

A noi rimarrà il compito di fare i conti con la sua assenza.

La sensazione di vuoto può rimanere alta per molto tempo e le ragioni sono diverse.
Nella mia esperienza, la solitudine ha cominciato a farsi meno soffocante quando ho accettato la morte delle mie figlie. Ho preso ciò che avevo di loro, quindi la mia maternità, la gioia di averle attese, il ricordo di loro nella mia pancia, e, chiusi gli occhi, ho immaginato di introdurre tutto nel mio cuore, diventato lo scrigno in cui custodire le mie bambine.

Da allora ho cominciato a sentirmi meno sola, fino a non sentirmi più sola, perché loro hanno preso posto in un spazio tutto loro, dal quale non potranno mai andare via.

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