La scuola DEVE riaprire (almeno a settembre).

 
Se pensi che il problema minore di oggi sia la riapertura delle scuole, non hai la minima idea di cosa significhi ‘didattica a distanza’.
Proverò a spiegartelo.

Innanzitutto serve una connessione stabile e noi non l’abbiamo.

Capita di frequente che la mediana (a cui è toccato il tablet, perché non abbiamo altro su cui farla lavorare), cavalchi infuriata giù per le scale, per portarmi la solita novella: non carica, non si connette, non accedo, ho perso la lezione!!!

Poi servono i dispositivi.

Prova a leggere schede, scritte a mano, fotografate di sbieco e sfuocate, da un cellulare. Fallo per almeno 5, 6, 7 ore al giorno e poi dimmi se non ti serve almeno un tablet. Almeno.
Qui tre figli, e tre dispositivi, per forza.
Metti che gli adulti facciano telelavoro: o acquistano altri dispositivi, o i figli perdono le lezioni, o loro lavorano di notte.

Stampante.

Fai presto a dire: «Ti mando la scheda, così la stampi, la appiccichi ed è fatta!»
Devi avere una stampante, i fogli, il toner.
Poi le schede arrivano, magari scritte a mano, fotografate di sbieco, con le dita dell’insegnate di lato, la tovaglia sopra e la punta dei piedi che spunta di sotto. Allora le schede vanno tagliate, schiarite e stampate.
Spesso non si leggono lo stesso, allora, le ricopio. Sì, le ricopio, io al computer. Se le schede hanno delle immagini, vado a cercarne di simili, in bianco e nero, e impagino la scheda nel modo più simile all’originale. Penso a quanto toner servirà per stamparla. Cerco di utilizzarne il meno possibile. Ogni stampa è un costo, i figli sono tre e qui non si lavora, ricordi? Lockdown.
Questo lavoro è da fare per tutte le materie del più piccolo: ha 7 anni e no, non è autonomo.

Ogni mattina incrociamo i messaggi tra whatsapp web, whatsapp su cellulare e classroom.

Da whatsapp web proviamo ad aprire e lavorare sulle schede che si devono copiare, cerchiamo di non stampare (l’economia del toner!). Un bambino di 7 anni non riesce a tenere il segno dallo schermo di un PC e il suo quaderno, quindi o detto, o stampo. In barba all’economia.
Da whatsapp web riusciamo anche ad ascoltare i vocali delle maestre: il loro buongiorno ogni mattina, che ci fa sentire ancora parte di qualcosa. Lo vedo, il piccolo, che sorride per quel saluto, ormai consueto… mentre si rabbuia, perché deve lavorare, solo lavorare. Ormai è questo, la scuola: copia, compila, lavora. Niente più sorrisi, niente compagni, niente scherzi a ricreazione, niente guardie e ladri dopo mensa, niente corse a perdifiato nei pomeriggi di sole in giardino rubati alla lezione, niente canzoni cantate tutti insieme, niente. Niente.
Da whatsapp su cellulare invece guardiamo i video tutorial delle maestre, sì perché da PC si bloccano e pace.
A volte è un dettato e non si può pensare che un bambino di 7 anni, in cucina (la sua stanza è occupata dalla sorella, con cui la divide, collegata in videolezione), mentre imbastisco il pranzo, resti concentrato in autonomia, su un monitor che gli detta una storia.
«Cos’ha detto, mamma?», ecco lì, che la voce è già andata avanti, lui ha perso il segno, la mamma non ha fatto in tempo a stoppare, la maestra non l’ha sentito e lui si spazientisce.

Perché il problema della didattica a distanza è la distanza.

La distanza degli sguardi, dei respiri, dei suoni.
Siamo lontani, in differita, siamo soli.
Calma e pazienza.
«Non ti preoccupare, ora lo rimettiamo indietro e, quando non capisci, lo stoppo subito. Avanti che stai andando bene: la maestra sarà contenta del tuo lavoro!»

E la maestra è contenta del suo lavoro, perché lei sa. Sa tutto.

Le maestre, quelle vere, sanno che non si può protrarre lungamente questa situazione.

Lo sappiamo tutti, noi che ci siamo dentro fino al collo.
In ultimo su classroom consegniamo il lavoro: faccio la foto col telefono, me la giro sul gruppo che ho aperto con me stessa su whatsapp, la scarico sul PC, la rinomino, la carico su classroom e la invio.
Fatto. Per oggi.
Domani sarà uguale.
No, domani ci sarà videolezione tutti insieme, allora ci penserà la maestra, con la pazienza e la perseveranza che la contraddistingue, ad accompagnarli lungo la lezione.
«Spegnete l’audio, cominciamo…»
Il segnale va e viene, l’immagine è sgranata…
«Mamma, non so come, si è spento!!!»
Allora recupera il link di invito, rifai la procedura di partecipazione e di nuovo online.
«Maestra, non ho capito!»
«Maestra, non ho capito!»
«Mamma! La maestra non sente! Io non ho capito!»
«Accendi l’audio… Poi spegni, attento a non uscire di nuovo, altrimenti perdi la lezione.»

A fine giornata abbiamo trascorso ore ed ore con gli occhi dentro un monitor.

Ore ed ore.
Anche perché lo svago che abbiamo, la socialità su cui possiamo ancora contare, vive in un monitor.
Ecco.

La didattica a distanza è un profondo sodalizio fra gli insegnanti e le famiglie.

Bisogna avere tempo.

Io ce l’ho.
No, io posso trovarlo.
Perché questo stesso tempo, prima, lo impiegavo a fare altre cose, importanti anche quelle.
Ma quelli che lavorano? Quelli che il tempo è quel che è? Dove lo trovano?

E quando ritorneremo ad un ritmo ‘normale’? A chi toccherà restare comunque a casa per seguire i figli nella ‘didattica a distanza’? Chi pensi che rinuncerà al suo pezzo di vita, di lavoro, di tempo, per dedicarlo ad una scuola che non è più scuola?

Una a caso.
Sempre lei.
Tanto è nata per questo, ti pare?

Se c’è una questione urgente da risolvere, è il rientro a scuola degli studenti.

Se non riparte la scuola, non riesco a immaginare come possa ripartire il paese.

La scuola DEVE riaprire (almeno a settembre).

La scuola DEVE riaprire (almeno a settembre).

La scuola DEVE riaprire (almeno a settembre).

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