maternità interrotta

È una meravigliosa giornata di sole e ti devo dare al mondo. Papà ed io siamo in ansia: non sappiamo cosa accadrà, sappiamo che non è assolutamente come avevamo immaginato. Siamo insieme, papà ed io, questo ci conforta e ci consola, perché non siamo soli ad accoglierti e subito dirti addio.

Così nasce Elìa, la nostra bambina nata morta a 20 settimane. Basta un attimo e ci troviamo al di là del muro. Colpa della sentenza, proferita in pochi secondi: «Mi dispiace, non c’è battito».

Così diventiamo genitori di un aborto, uno scarto, un esame istologico, una Mef: curiosamente smette di essere un figlio da quando il suo cuore cessa di battere. «Andrà meglio la prossima volta — mi sento dire —. Guarda le figlie che hai: non vorrai privare di te chi c’è, solo per perdere tempo a piangere chi non c’è!».

Non c’è spazio per il dolore, se a morire è un figlio ancora non nato.

Siamo tornati a casa senza di te e non so dove metterti. Le mie braccia sono vuote e pesanti. Guardo la tua sorellina più piccola e vedo tutto ciò che di te non vedrò mai. Guardo la casa intorno a me e sento l’eco della tua assenza. Noi ti abbiamo persa. Noi dobbiamo fare senza te. Come si fa? Forse dobbiamo cominciare col darti un posto.

Così scegliamo di dare sepoltura alla figlia che abbiamo perso. Attendiamo settimane prima di poter avere indietro il corpo di nostra figlia, vederlo chiudere in una piccola cassa di legno grezzo col mio nome impresso sopra e poterlo seppellire in un campo desolato del cimitero: il campo degli aborti.

Poi decidiamo che alla morte non possiamo cedere anche tutto il resto della nostra vita e osiamo ancora, perché ci amiamo e grande è il desiderio di toccare il nostro amore. Sogniamo di poterlo abbracciare, annusare, vedere crescere e vivere in tutta la sua presenza.

Questa volta ci hanno messo in una stanza tripla, abbiamo due signore anziane intorno a noi. Una delle due continua a strapparsi di dosso il sacchetto delle feci. Le feci si spargono in terra. Ho chiesto un paravento, ho bisogno di intimità mentre mi preparo a darti al mondo. Papà ed io siamo insieme. Questo ci conforta e ci consola, perché non siamo soli ad accoglierti e subito dirti addio.

Così nasce Noah, la nostra bambina nata morta a 15 settimane. Non è scontato che la prossima volta vada meglio. Non basta pensare ai vivi e non perdere tempo coi morti, perché la vita sorrida.

Più che una madre, mi sento una tomba: continuo a portare dentro di me la morte.

Eccoci a casa, senza di te. So come si fa. Si attende. Attendiamo di avere indietro il tuo corpo per poterlo seppellire. Occorreranno settimane. Ormai lo so. Questa volta sulla bara chiederò che ci sia il tuo nome, non il mio: ho scoperto che è possibile. Abbiamo perso anche te. So quale posto hai e so chi sei: sei nostra figlia e il tuo posto è accanto a tua sorella, in quel campo sconnesso del cimitero, il campo degli aborti.

Così vado vicino a quel confine dal quale non si torna più indietro. Rischio di perdermi e morire di rabbia e di dolore, oppure impazzire.

Scopro che non è la consolazione a potermi guarire dal lutto, ma la verità, la legittimazione, infine io. Io e la mia personale libertà di scegliere cosa fare di tutto il dolore che porta la morte e cosa tenere della maternità interrotta.

La verità è che i figli sono tutti uguali, vivi o morti, grandi o piccoli, nati o non nati.

Sono tutti pezzi unici e insostituibili dello stesso amore.

Avere già dei figli non consola per la morte di altri. Non mi è possibile vivere per i figli che sono vivi, perché allo stesso modo potrei morire per quelli morti. Posso vivere per me: perché nella mia vita c’è ancora tutto l’amore di sempre, talvolta è trasformato, ma non estinto.

Posso vivere per me perché ancora non sono pronta a lasciarmi andare.

Non serve spostare l’attenzione su ciò che c’è e rinnegare o sminuire chi non c’è: ci siamo tutti, ognuno con la propria forma e il proprio peso nell’esistenza di ognuno di noi.

Io sono madre di tutti i miei figli: quelli vivi e quelli morti.

Li porto tutti con me: alcuni li vedo crescere, altri li ritrovo quotidianamente nell’assenza.

Dei figli che non ho tengo tutto l’amore che c’è stato nell’averli desiderati, concepiti e custoditi dentro di me. Tengo il piacere d’essere stata la loro madre. Li ho sognati, accolti, protetti e partoriti.

Ho fatto tutto ciò che fa una madre: mi assolvo e non sento più quella cocente vergogna d’essere più una tomba che una madre.

Prendo il dolore e scelgo cosa farne: lo uso per incontrare parti di me che non conosco, mi serve per diventare la donna che sono, è parte della madre che sono oggi.

Accetto, mio malgrado, di non essere onnipotente, ma solo umana e riconosco di non avere il controllo sulla vita e sulla morte di alcuno di noi, perfino dei miei figli.

Comprendo che in noi il desiderio di abbracciare un figlio vivo, poterlo amare e vederlo crescere, sono più forti della paura di perderlo, più forti della paura di soffrire ancora.

Alla fine del mio percorso ritrovo al mio fianco l’altra metà di me. Mi è rimasta accanto per tutto il tragitto: mi ha avvolta, protetta, consolata, tenuta, compresa e attesa. Intanto percorreva la sua risalita. Adesso è tempo di amarci ancora, come sappiamo fare solo noi, insieme.

Fra pochi giorni sarà Natale. Papà ed io siamo pronti per darti al mondo. Siamo insieme ed attendiamo di poterti salutare. L’ansia è grande perché noi sappiamo quanto nulla sia scontato. Ma abbiamo speranza, fiducia e coraggio. Siamo insieme e insieme sappiamo che qualunque cosa accadrà, riusciremo a sostenerla.

Così nasce l’ultimo pezzo unico e irripetibile del nostro amore: vivo.

Pubblicato per la prima volta sul Corriere della Sera (N. 13 anno 141) e sul blog “La 27esima ora“.

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