Sono nata a Genova, dove ho vissuto per i miei primi 30 anni.

Ho sognato di fuggire, trasferirmi lontano, in un luogo dove potere respirare.

Piazza De Ferrari
Genova

Genova è difficile, difficile come il territorio su cui sorge, costretta fra mare e monti, si inerpica su per strette viuzze e ridiscende lungo ripide scalinate (o crêuze).

Colate di cemento coprono i rii ormai invisibili e talvolta dirompenti; muraglioni costringono apparenti innocui torrenti che periodicamente si riprendono il loro letto, allagando la vita di chi c’è dentro; colonne di auto in coda attraversano la città quotidianamente lungo la sua dorsale lunga e stretta.

Genova è così: castigata e insieme meravigliosa nella sua superbia.

I genovesi sono anche loro così: mugugnoni e scontrosi come il loro territorio, eppure meravigliosi (alcuni) nella loro genuinità.

Ho sognato di fuggire dallo stretto e impervio, dal brontolio e lo sguardo guardingo.

Fin da bambina, quasi ogni anno, il mio soggiornare nella provincia ferrarese mi diceva che un altro mondo era possibile…

Sorrisi aperti, la campagna sconfinata, il cielo sopra la testa, da nord a sud e da est a ovest e le tranquille passeggiate in bicicletta, mi regalavano quell’aria che non riuscivo a respirare.

Finché ho trovato la mia casa, in cima ad un monte.

Sono rimasta al confine della provincia genovese: mi basta scavallare quel monte davanti a me per ritrovarmi nell’Emilia che respiravo da bambina.

Ancora il territorio impervio, le salite e le discese: un po’ come me alla fine… che da questo territorio e dalla sua gente non sono poi così distante: anche io guardinga e mugugnona, anche io con la scorza sotto cui occorre un po’ di paziente perseveranza per trovare la lucentezza che c’è. Anche copiosa, ma non per tutti.

Sono legata alla mia città come chiunque è legato al luogo in cui è nato, ma lei per me è come quegli amanti delle storie più struggenti: le voglio più bene se le sto distante.

Da qua, arroccata sul un monte che ormai sento mio, guardo verso valle e non vedo che ancora monti… a perdita d’occhio, con il cielo che sta su di me da est a ovest, da sud a nord.

Qualche volta scendo, ma più spesso cerco di restare.

Occorre avere fatto i conti con se stessi per vivere qui, come te – mi disse un pomeriggio un saggio collega di mio marito.

Già, quei conti che fanno la differenza tra sentirsi soli in compagnia senza comprendere il perché e ascoltare il suono del silenzio in solitudine, sapendo esattamente perché sia tanto rassicurante.

Periodicamente ancora devo infilarmi fra la folla e osservare, districarmi, conquistare ciò che è necessario: scarpe nuove perché le vecchie sono alla fine del loro mandato, abiti più grandi per i figli che crescono, cibo… che in cinque finisce subito.

La mia vita è cambiata, le abitudini anche, i riferimenti pure.

Scendo e mi trovo fra Chiavari e Lavagna, Carasco e Cogorno. Qualche volta mi spingo fino a Genova, ma solo se non ne posso fare a meno…

Alcune realtà sono diventate una tappa fissa, alcuni luoghi finalmente familiari, alcuni scorci imperdibili.

Qui annoto la Liguria che mi piace, perché ancora sogno di scappare, ma non da lei, da un sistema che ci fagociterebbe ovunque nel nostro Bel Paese.

Un sistema difficile da congedare, evidentemente.

Nonostante questo c’è ancora chi ci crede e lo fa muovere questo nostro Bel Paese.

Nel mio piccolo li voglio ringraziare, uno per uno, un po’ alla volta, perché sono i nostri eroi del quotidiano e non solo… 

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