cura delle madri

Isabella Robbiani, Psicologa, haptoterapeuta perinatale e Presidente del MIPPE (Movimento Italiano Psicologia Perinatale), mostra questa slide nelle sue formazioni del perinatale.

È tratta da “Amarlo prima che nasca” che è uno dei pochi libri che parla (in italiano!!) di haptonomia perinatale… Sottolinea l’importanza di prendersi cura nella sua interezza della salute delle madri…

Mi sono fermata a riflettere sulla cura delle madri

Dal momento in cui sono entrata nel mondo della maternità, chi si è preso cura di me e in che modo?

Quando ripenso alla realtà di quattordici anni fa, mi rivedo protagonista di uno di quei primi film a colori, con la pelliccola macchiata di polvere, i primi piani sfocati e i colori ingialliti.

A quel tempo sono stata una mamma in attesa simile all’idea che mi ero fatta di questa figura: la donna felice dentro la salopette di jeans targata Prenatal, al mare infilata in un costume intero dotato di portapancia (che ho sfoggiato con orgoglio!), puntuale in edicola ogni mese per acquistare la rivista NoveMesi, affidata ad una ginecologa che mi fumava in faccia, mi faceva attendere in sala d’aspetto almeno tre ore ad ogni visita, ma costava poco, era simpatica e quindici giorni al mese era a disposizione del reparto di Ostetricia e Ginecologia di uno dei più grandi ospedali della mia città.

Non ho fatto il corso pre-parto perchè una donna sa… leggevo ogni mese la mia rivista, con grande attenzione, facendo le orecchie alle pagine più importanti.

120 iniezioni di vitamine e ferro. Sono anemica e il grosso della spesa, della fatica, della preoccupazione e del mio sedere ridotto un colabrodo, è andata così, in iniezioni rosse: quelle che bruciano di più.

Ogni mese la statistica delle misure: le mie, quelle di mia figlia, gli esami e le tabelle. Tutto bene. Finchè i dati incrociati stanno nella fascia di rispetto delle statistiche, è tutto come deve essere e andrà sicuramente tutto bene.

Poi mia figlia è nata con un parto cesareo d’urgenza, un parto sofferto, difficile, emotivamente e fisicamente doloroso.

Da allora più nessuno mi ha chiesto come stavo, nemmeno fisicamente.

Non c’era più nessuno a misurare la circonferenza del mio ventre, ad accertarsi che facessi pasti regolari, che il mio ferro fosse sufficiente, che le mie ore di riposo bastassero.

Da allora la mia capacità di essere madre si è misurata coi percentili di mia figlia.

Finchè lei cresceva, l’esito delle mie competenze rilevate dai suoi esami mensili, poteva ritenersi sufficiente.

Qualche volta ho provato a confessare le mie difficoltà… non dormivo, non mangiavo, non avevo tempo, non avevo aiuto, non… lei piangeva e piangeva!

Lo sguardo giudicante, la testa scuoteva lentamente, il sorrisetto spocchioso:

Signora, l’ha voluta la bicicletta?

In effetti no, mai voluta una bicicletta. E nemmeno risposte del genere.

Oggi lo so: contano anche le mie ore di sonno, contano le vitamine che mi sostengono, contano il tempo e lo spazio…

Io conto: non sono un supereroe, sono solo una mamma.

Tante volte sono già un bell’aiuto un paio di orecchie in ascolto.

Perchè piange? Perchè non dorme?

Perchè nascere con un parto cesareo è diverso: occorre stringersi di più, occorre qualcosa di diverso… vediamo cosa… scopriamolo insieme.

Perchè quando la realtà intorno sta crollando, quando gli affetti non sono affetti, quando manca la serenità, quando non si dorme, non si mangia, non si riesce nemmeno a fare pipì, quando ci si tova soli ad accudire un esserino vulnerabile e bisognoso senza conoscerlo, senza avere il tempo di entrare in contatto con tutti quei cambiamenti provenienti dalla nascita della mamma che è in noi, è uno stravologimento e per ogni cambiamento occorre tempo, osservazione, quiete…

Oggi so che è una questione di cultura, una cultura che dipende in primo luogo da me.

Anni dopo è arrivata un’altra bambina, e se ripenso a quel tempo, mi rivedo come in un film a colori: la pellicola nitida, la luce giusta, le figure definite. Non ho cercato di somigliare all’ideale che avevo della figura della mamma, ho cercato di somigliare a me. Ho cercato persone capaci di ascoltare le mie parole, persone capaci di dare valore agli stati d’animo, oltre che agli esiti degli esami.

Tuttavia il panorama intorno è stato ancora carente di aiuto, di sostegno, di figure in grado di costruire quel villaggio che occorre ad una donna quando da lei nasce una mamma.

Io non avrò la fortuna di rivedermi come in un film a colori in alta definizione, ma spero che i miei figli avranno questa possibilità.

Sono sicura che dipenda da noi: dalle nostre scelte, dalla nostra capacità di circondarci delle persone in grado di dare concrete risposte ai bisogni.

Non accettare passivamente di essere ignorate, rivolgerci a chi è davvero competente e ha a cuore la nostra salute (emotiva e fisica) in quanto persone ed evitare coloro per i quali siamo un’altra parcella che accrescerà il loro conto in banca e l’ego dell’essere onnipotenti rispetto alla vita, la morte e la salute, determinerà l’accrescere di una cultura a misura di famiglia.

Noi contiamo: non siamo supereroi, siamo genitori, che è molto di più!

Grazie a Isabella Robbiani per lo spunto di riflessione,

grazie al MIPPE per essere in prima linea nella diffusione della cultura della salute delle famiglie.

 

4 Comments

  1. Chi si occupa dei bambini dovrebbe avere a cuore la salute, soprattutto quella emotiva, delle madri. Perché le analisi e le misure non servono a molto, se non si aiutano le mamme a trovare un equilibrio emotivo. Ché non è solo fuffa, la salute emotiva della mamma corrisponde alla salute emotiva e anche fisica del bambino. Io dico cominciamo a farci seguire dalle ostetriche e non dai ginecologi, come fanno le mamme del Nord Europa, dove gli esiti materno-neonatali sono molto migliori dei nostri. Non ha senso farsi seguire da un medico chirurgo allenato a individuare e operare la patologia, che non è però adeguatamente preparato a sostenere la fisiologia e la normalità. Anche quando i “numeri” vanno bene, ci sono tante cose sulle quali fare sostegno,è tanto importante lavorare sulla connessione madre-bambino, sulle relazioni familiari, sul senso di sé che cambia, sul corpo che non si riconosce più, sulle paure, su traumi psicologici passati che possono emergere… Ecco perché sto studiando psicologia perinatale (con un ente estero). Però ripeto, l’ostetrica è la figura di riferimento e il primo livello di protezione della salute emotiva, psicologica e fisica. Ti linko un articolo molto bello de Il parto positivo, Blog meraviglioso. https://ilpartopositivo.com/2016/05/06/la-vera-differenza-tra-unostetrica-e-un-dottore/

    LaVitaFertile
    1. Cara Carmen,
      Che piacere trovarti e che bell’articolo mi hai segnalato!
      Hai ragione, siamo noi a scegliere…
      È ancora cultura, ci hanno inculcato bene la differenza sostanziale nel valore di chi sa e chi… chissà!
      È una cultura che si afferma nella paura. La paura che qualcosa vada storto e non si sappia come risolvere.
      È il potere delle lobby che lascia noi a terra, ancora più disorientati e spauriti.
      Quanto è difficile entrare in ospedale accompagnati dalla propria ostetrica, col timore che resti una mera spettatrice silente, che l’atmosfera si guasti senza rimedio, che non si occupino di noi perché feriti nell’orgoglio.
      È complicato e invece sarebbe semplice. Tanto più che i campi di intervento sono piuttosto definiti.
      Ma ci arriveremo, sono fiduciosa, perché noi genitori questa cultura ce la stiamo facendo e, volenti o nolenti, dovranno adeguarsi!
      Ti abbraccio cara! Grazie per i sempre proficui scambi di pensieri!!! ❤

  2. Ah, l’altra cosa importante sarebbe fare il corso preparto con me. 😉 Ho diverse novità che conto di lanciare prima di settembre e non vedo l’ora di condividere con te! Un abbraccio!!!

    LaVitaFertile

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