Quando mi chiedono cosa sono, dico che sono una mamma.
Forse perché ho sempre desiderato diventare mamma, fin da quando molto piccola, giocavo con la mia bambola a fare la mamma. Forse perché vedevo la mia, di mamma, e l’ammiravo come non ho poi ammirato più nessuno, nonostante tutto. Eppure non ho mai pensato che le donne, in quanto tali, solo così potessero realizzarsi. Piuttosto ho pensato che io, come donna, ma soprattutto come persona, avrei potuto realizzare me, proprio così.

Insomma, sono donna e mamma, ma per caso. Avrei potuto essere altro, se fossi stata una donna diversa. Sono questa donna qui e allora sono pure mamma. 

Diventando mamma ho scoperto che la maternità non mi realizzava come credevo avrebbe fatto: i figli non sono diventati la mia ragione di vita, piuttosto sono il mio quotidiano banco di prova. Amo essere madre e mi gratifica fare la madre, ma non sempre. A volte eviterei cose della maternità che mi pesano come un dito in un occhio. Per esempio la chat delle mamme, le riunioni a scuola con attese di due ore per sentirmi dire che va tutto bene (e allora scrivimelo, basta una riga! Ed evitami di fare i salti mortali per lasciare i figli, preparare in anticipo la cena e farmi gonfiare inutilmente le caviglie!), i compleanni la domenica alle tre del pomeriggio, le recite durante le quali nemmeno vedo mio figlio, tante sono le telecamere alzate per riprendere quelli degli altri, ecc.

Ho scelto di fare la mamma, solo la mamma, senza più avere una professione che mi definisca, prima della maternità.

Sarei potuta essere l’Impiegata, la Cassiera, la Commessa… eppure immagino che prima di tutto sarei stata mamma, ché quei mestieri avrebbero definito il monte ore oltre la mia maternità, grazie al quale avrei potuto riservare alla mia persona un tempo al di là dei figli e alla mia famiglia più risorse da investire in cose accessorie: che ne so, un viaggio? La palestra? O magari la parrucchiera per me, qualche volta in più.
Invece ho scelto di mollare e non fare altro che la mamma, in primo luogo perché pensavo che il mio tempo da Impiegata o Commessa, non avrebbe dato almeno quanto avrebbe tolto, soprattutto ai miei figli.
Volevo essere una madre presente. Volevo poterci essere alle telefonate della scuola per un mal di pancia improvviso, volevo poter permettere ai miei figli di stare a casa per tutto il tempo di un’influenza, volevo che fossero liberi.

Ho barattato la mia libertà con la loro.

Non immaginavo che questa scelta mi sarebbe costata così tanto.
Oggi mi ritrovo a 43 anni, inoccupata da dieci, con l’unica possibile aspirazione di evolvere il mio curriculum da madre a nonna.
Sulla mia carta d’identità continua ad esserci scritto ‘casalinga’, perché la maternità non è un mestiere, visto che non è retribuito, ma pulire casa lo è, anche se pure quello non è retribuito.

Lo svilimento della cura per le persone a fronte dell’ipocrita riconoscimento della cura per le cose. 

Da dieci anni non faccio altro che formarmi. Eppure la mia è una formazione non riconosciuta.

Ho dovuto imparare a districarmi in Tribunale per difendere mia figlia dall’aggressione di un papà prepotente, ho dovuto imparare a curare i malanni dei miei figli, poi comprendere le loro insicurezze, poi aiutarli ad apprendere le regole sociali, quindi a trovare il linguaggio adatto a loro affinché trovassero il loro modo di stare nell’istituzione scolastica, poi ancora ho cercato quale fosse per loro l’alimentazione più adatta, le cure al di là della propaganda e intanto ho dovuto ritrovare ogni volta il baricentro per me, affinché fossi capace di sostenere le strategie che via via sembravano meglio per loro.

Essere e fare la mamma è un lavoraccio… Impegnativo e perenne: mai un giorno di ferie, mai la mutua, niente retribuzione, niente contributi, nessun riconoscimento sociale. 

La mamma che fa solo la mamma è una privilegiata, tutta palestra, lustrini e parrucchiera. Si lamenta col SUV in seconda fila, le unghie laccate e il tacco 12.
Eh… mica tutte. Di sicuro non io.
Tengo molto a definirmi Mamma, a maggior ragione da quando, dentro questo sostantivo, c’è anche quella maternità che mi appartiene e che di solito è ignorata: mamma è anche colei che un figlio lo seppelisce, non solo lo cresce. Per saper fare quella mamma lì mi sono dovuta impegnare moltissimo: mi sono formata, ancora.

Ho letto di tanatologia, di psicologia perinatale, di gravidanza, di genetica, di biologia. Ho tradotto dall’inglese e dal francese. Ma sul curriculum non compare, perché la maternità non è un mestiere o una qualifica.

È una scelta che puoi fare e se la fai, vedi di non tirartela e, soprattutto, non ci rompere le scatole: arrangiati.

È vero, in alcuni casi la maternità sta diventando un brand.

L’ho annusato quando ho aperto il blog e studiato come fare per renderlo visibile. Lo scopo del mio blog è quello di integrare la maternità interrotta nella maternità: parlare di morte in mezzo alla vita, come darsi la zappa sui piedi da soli! Ché nessuno vuol sentire roba triste, mai, ancora meno quando si tratta di maternità!
Sono andata a sbirciare i blog delle mie colleghe, cercando di capire come riuscissero ad avere il ritorno che avevano: la pubblicità. Mi sarei potuta infilare anche io in quel mondo e recensire l’ultima crema depilatoria, oppure l’ultimo robot sminuzza verdure da svezzamento, avrei potuto ricevere sconti, campioni gratuiti, collezionare buoni spendibili su Amazon, ecc. Guadagnare in visibilità e soldi.
Eppure, ancora una volta mi son dovuta fermare davanti allo specchio e chiedermi che genere di mamma volevo essere. Come avrei potuto saltare dalla crema depilatoria alla sepoltura dei feti? Tanto più che non uso crema depilatoria e penso trasformi i peli in querce, difficilmente disboscabili. Senza parlare di Amazon… Non ci compro da anni perché penso sia un danno enorme per tutti noi: spendere meno in quel modo, ci rende tutti più poveri.

Insomma, io sono una mamma e lo dico con grande orgoglio. 

Nel mio essere madre c’è il grosso del mio essere diventata questa persona qua.
Se non avessi dei figli forse dei danni di Amazon me ne fregherei, ma è perché ho dei figli che la mia visione di futuro va oltre la punta dei miei piedi.
Sono mamma e la mia maternità mi ha costretto ad aprire la mente e lo sguardo oltre ciò che immaginavo.
Il mio essere mamma non è l’inno alla donna in quanto madre, né alla donna che non può che essere madre.

Infatti non sono solo madre. Io sono anche scrittrice, volontaria, facilitatrice di gruppi ama… Sono soprattutto una persona pensante, molto impegnata in tante cose che mi realizzano al di là del mio essere mamma.

Ora capita che questa maternità sia utilizzata dalle donne e da certi uomini che vogliono le donne zitte a fare la calzetta, in tanti modi diversi, mostrandone aspetti che non mi appartengono. Allora sorge il desiderio in alcune donne di non definirsi più madri, perché ormai tale definizione è svilente.
Come caspita mi dovrei definire, allora?
Prendiamo un’altra categoria, per esempio i medici: ci sono alcuni medici che spaccano le ossa ai pazienti per incassare i bonus delle protesi, non per questo i medici che fanno i medici davvero trovano un altro modo di qualificarsi.
Insomma, io non credo che il problema sia nel definirsi madre, piuttosto credo che il punto sia di riflettere veramente cosa ci sia dentro una madre.

E dentro una madre c’è prima di tutto una persona, poi una donna, che, in quanto tale, è già altro oltre la maternità.

Come il medico è altro oltre la medicina, come l’impiegato è altro oltre il suo mestiere. Siamo altro oltre le etichette dietro le quali ci definiamo, tutti e qualunque etichetta usiamo. La madre è essenziale nella cura e nella crescita di una società, dovrebbe essere valorizzata e non svilita al punto da ritenere che definirsi tali sia squalificante per l’intero genere femminile.
La chiudo così: io sono una mamma e punto. Di più non so.

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