Qualcuno dice che, a meno che non la viviamo in prima persona, possiamo solo ipotizzare come ci comporteremmo in una determinata situazione.

eterologa

Cosa faresti se non riuscissi ad avere figli? Andresti da un medico o no? Se emergessero problemi di fertilità, sceglieresti la fecondazione assistita o no? E se sì, quanti cicli proveresti prima di smettere? E l’eterologa? E l’utero in affitto? E l’adozione? Per quali ragioni avresti optato per una o tutte o nessuna di queste scelte?

Le risposte a queste domande sono opinioni. E qualche volta anche giudizi di merito su ciò che è giusto e ciò che non lo è.

Ma quando si vivono le situazioni di cui sopra, allora tutte queste domande convergono in una sola: per cosa ha senso vivere? E cosa si è disposti a fare per le cose che hanno valore?

All’inizio della mia ricerca di maternità, pensavo che avrei voluto avere un figlio in maniera naturale, che avrei accettato qualche aiuto medico, se si fosse presentata la necessità, ma avrei messo dei limiti, sia di età che di tipo di interferenza medica nella questione procreativa.

Ritenevo che mi sarei fermata alla soglia dei quaranta.

Se non riesco ad averne entro i quaranta, mi fermo. Non voglio andare troppo avanti con l’età, sarei troppo vecchia, e con i miei acciacchi forse non potrei garantire ad un figlio la mia presenza costante e le cure di cui necessiterebbe.

Ci avevo riflettuto molto, immaginato la situazione e le alternative, ma, non essendo la situazione reale, ero come colui che cerchi di descrivere l’Himalaya avendola studiata sui libri. Cosa ne sa costui, senza averla vista,  dell’eterea e misteriosa aura che irradia all’alba? E senza aver posato i suoi passi sui sentieri che conducono alla vetta, come farebbe costui a sapere che si può avere il fiato corto non solo a causa dell’aria rarefatta, ma anche per effetto dell’incapacità della mente di concepire l’esistenza di tale maestosa bellezza?

Avevo pensato e ripensato alla fecondazione artificiale, mi ero documentata molto e deciso che non sarei stata “fondamentalista” sulla questione. Se avessi avuto problemi medici, avrei desiderato risolverli, anche considerando un intervento abbastanza impegnativo come la fecondazione assistita, anche se avevo fiducia nella natura benevola.

Non volevo però rivolgermi all’eterologa.

Tanto vale adottare un bambino, se devo fare l’eterologa, che per il 50% o per il 100% (a seconda che solo gameti maschili o femminili o entrambi vengano da donazione) ci darebbe un bambino non “nostro”.

Quanti bei pensieri, ben confezionati e impacchettati, da saccente e arrogante donna che non aveva ancora fatto i conti con la realtà…Che ancora sulla montagna non si era inerpicata e faceva l’impavida al campo base con la sua tenuta nuova da scalata e i ramponi luccicanti.

E’ facile professare le proprie convinzioni, quando non le hai mai dovute testare alla prova del fuoco della realtà.

Brava, Carmen. Così si fa. Non ci si butta nelle cose senza cognizione di causa, si pensa, si legge, ci si documenta e poi si decide obiettivo, strategie per raggiungerlo e limitazioni del caso. In base ai tuoi valori e princìpi.

Finchè non è capitato che, tra finire l’università, metter su casa e aspettare che le remore di Mr. Introverso si sciogliessero, abbiamo iniziato a cercare di concepire un figlio che io avevo 36 anni e lui 39.

Ma sì, ci vorra solo un pò più tempo, siamo così giovani (beh, ci sentivamo tali!)

No, dai, adesso vado dal ginecologo e tu dall’andrologo, a vedere cos’è che non va. Sicuramente niente di preoccupante, ma magari ci possono dare un aiutino.

Aiutino qui, aiutino lì, ma niente. A quanto pare, non avevo fatto i conti con l’orologio biologico, che correva troppo, e che mi metteva in subbuglio tutto il sistema ormonale, ostacolando il nostro sogno.

Le cose mi furono chiare quando la ginecologa mi disse, senza mezzi termini, che avrei fatto meglio a cominciare a pensare che forse non avrei mai avuto un bambino.

Non avevo fatto ancora nessuna fecondazione artificiale, e già la realtà dell’infertilità mi veniva sbattuta in faccia come uno schiaffo (di questo specifico argomento ho scritto qui).

E ora che faccio? Qui mi vogliono far scendere dalla giostra prima ancora di esserci salita.

I medici non possono avere in mano le chiavi del mistero della vita, e io ho la speranza che prima o poi diventeremo genitori. Che diavolo ne sa lei? Io credo ai miracoli e non smetterò mai di cercare di avere una famiglia.

Per farla breve, provammo due volte con la fecondazione artificiale omologa, entrambe le volte con risultato negativo.

Quando, al secondo tentativo, l’embriologo non fu in grado di prelevare nessun ovocita, ci fu suggerito di passare all’eterologa.

Io credo che quello sia stato il momento più brutto in assoluto. Rinunciare all’idea di un figlio/a che assomigliasse a noi, che avesse i tratti somatici della nostra famiglia, fu devastante. Eravamo appena diventati zii, e il fatto che la nostra nipotina assomigliasse così tanto al padre ci aveva toccato, inconsciamente cominciavamo a pensare che sarebbe stato bello scoprire un giorno se il/la nostro/a bambino/a avrebbe assomigliato a papà oppure a mami.

Non mi è semplice spiegare cosa ho provato. E’ come se qualcuno ti strappasse via a forza un pezzo di cuore, un pezzo di te che ti è necessario per vivere.

Non avevo mai pensato che avrei avuto problemi di fertilità. Non so, la fertilità è una di quelle cose che si danno per scontate. Al giorno d’oggi la donna ha conquistato il diritto di decidere se essere madre o meno, di scegliere la carriera al posto della famiglia. Io però non avevo avuto nessuna scelta. Non avevo deciso. Chi si era permesso di prendere quella decisione per me?

Al contrario, tutto ciò che avevo fatto nella vita era un preludio alla mia vita da mamma. Anche la mia professione era parte di quel quadretto, era la mia possibilità di fornire un sostegno economico e un patrimonio di conoscenze ed esperienze da trasmettere ai figli.

Un enorme senso di inutilità mi accompagnò per un pò di tempo.

Il dottore ci aveva messo di fronte ad una scelta che per noi, per me, significava ripensare a cosa significa essere madre e al senso di una famiglia.

Avevo detto che non avrei scelto l’eterologa, ma adesso non capivo più le ragioni del mio rifiuto iniziale. Erano ragioni morali o etiche? Era forse che l’eterologa mi sembrava un accanimento terapeutico? Non la ritenevo una scelta immorale o non etica, però l’idea che qualcuno venisse pagato per offrirmi una parte di sè mi lasciava perplessa, e tuttora il dubbio permane.

Finchè non ti misuri con l’idea di rinunciare a sentire una nuova vita crescere dentro di te, non sai cosa faresti per allontanare questa possibilità.

Ho scoperto che ci sono siti dove i figli di coppie che hanno scelto l’eterologa manifestano la loro sofferenza per non poter conoscere le loro origini biologiche e per la scelta, che non condividono, fatta dai loro genitori.

Non basta dire “l’importante sono gli affetti e il fatto che lo/la abbiamo partorito/a”, bisogna considerare tutte le possibili implicazioni emotive per i futuri figli. Anche il fatto che l’assenza di chiarezza sulle radici biologiche e l’impossibilità di rintracciarle, quelle radici, possa causare un trauma.

Non basta l’amore, nemmeno nelle relazioni familiari con i genitori e i fratelli, perchè dovrebbe bastare con i nostri figli? A questo e tante altre cose pensavo… Non volevo che la mia mente e il mio cuore venissero corrotti dalla mia sofferenza. Volevo rispettare me stessa ma anche i miei futuri figli, non volevo che il mio egoismo prevalesse.

Alla fine, considerato tutto, ho capito che i conflitti e le difficoltà con i figli sono parte dell’essere una famiglia, e che la mia donatrice avrebbe avuto qualche soldo in un modo tutto sommato non deleterio per la sua salute, e che dovevo avere gratitudine per lei. E accettare il suo dono, convinta che il senso della famiglia non si formasse con i legami di sangue, ma con gli affetti.

Sono stata ipocrita? Forse. Avrei preferito una donatrice volontaria e che non ci fossero soldi di mezzo? Sì. Forse un pò ipocrita lo sono stata. Nessuno è perfetto.

Avrebbe avuto una famiglia questo figlio? Sì. Avrebbe ricevuto amore come in qualsiasi altra? Sì. Avremmo avuto problemi, come famiglia? Probabilmente sì, con o senza un figlio venuto dall’eterologa. Sarei stata onesta riguardo al modo in cui lo avevamo concepito? Sì. Non avevo niente di cui vergognarmi.

Questo a me bastava. Decidemmo di provare.

Sicuramente, il vivere sulla mia pelle la condizione di intertilità mi ha cambiata. Ci sono immagini mentali che guidano la vita, orizzonti lontani che si fanno via via più vicini, man mano che si matura e che si aggiungono pezzi al puzzle della vita. Si cresce, si studia, si fanno esperienze, si affrontano problemi, si mettono da parte dei soldi, si trova una casa, si curano la famiglia e gli amici, coloro che andranno a formare la nostra rete di sostegno per il futuro. Si trova un lavoro, si fanno altre esperienze, si sperimentano hobby e si trova il nostro modo di rilassarci e divertirci. Si aprono scenari nuovi, alcuni hobby diventano passioni e poi le passioni diventano occupazioni. E ancora si cresce, si affrontano i problemi e ancora si incontrano persone e si allarga il nido che accoglierà la famiglia.

Quando ti avvicini così tanto al tuo sogno e scopri che ti manca un pezzo, SOLO un pezzo, uno di quelli fondamentali, non di quelli laterali, di cornice, ma uno di quelli centrali, che se non sono presenti non si capisce nemmeno quale sia il soggetto del puzzle, e il senso degli altri pezzi, le cose cambiano.

Cambia anche la tua identità, il cuore di chi sei e di chi vuoi diventare. Fai i conti con la paura che, nonostante tutti gli sforzi, rimarrai infeconda.

Facile dire che noi donne siamo molto di più che madri, e che non ci dovremmo identificare con il nostro ruolo genitoriale. Difficile accettare di non avere scelta.

Che se fosse un problema di tempo, potresti aspettare. Se solo fosse un problema di mesi, anni, decenni… Ditemi solo quanto tempo ci vorrà, e io saprò trovare la pazienza di aspettare e di godermi la strada per arrivare alla mia meta.

Ma questa è un’informazione che non è dato di sapere. Potrebbe essere che tutto il tempo e tutti gli sforzi che metti nel portare avanti il tuo desiderio risulteranno vani e non lo saprai mai.

Allora forse non è meglio fermarsi ora? Perchè sperare, perchè fare un altro ciclo di fecondazione assistita? Non sono stati abbastanza? Perchè vedere le tue speranze frantumarsi nuovamente, il tuo sogno trasformarsi in un incubo?

Non hai provato a te stessa oltre ogni ragionevole dubbio il fatto che il tuo corpo non si aggiusti? Che sia irrimediabilmente rotto?

Poi ti dici: “E se questo fosse l’ultimo test della vita? E se fosse la mia ultima prova?”

Se un giorno fossi mamma, non vorresti raccontare a tuo figlio di quando, proprio nel momento in cui pensavi che non l’avresti mai incontrato, hai buttato “il cuore oltre l’ostacolo” e ti sei fidata di lui, della sensazione che lui c’era, da qualche parte. Che sarebbe venuto/a ad incontrarti su questa Terra?

E se la prossima fosse la volta buona? Se tutto questo avesse avuto il significato di insegnarti la perseveranza, la tenacia e la pazienza? Se fosse questo il senso di tutto?

Non continueresti a provare anche tu?

Tutti discutono delle scelte di maternità delle donne come di questioni di ordine politico, etico e morale, ma al di là delle statistiche e del rischio di mercificazione dell’essere umano, dietro ai numeri si consuma un dramma, un lutto continuo e con esso la definizione dell’umanità di una persona e di una coppia.

Credete che non mi fermerò mai, di questo passo? Anch’io avevo il dubbio che così sarebbe stato. Ad ogni risultato negativo rispondevo con una nuova determinazione a continuare, forse anche come terapia e per evitare di perdere troppo tempo dietro le ferite. Poi invece…

Mi sono fermata. Dopo un aborto spontaneo e un altro tentativo di eterologa negativo a seguire, ho deciso di fermarmi. Quattro tentativi in tutto, e mi sono fermata.

Ho risposto al quesito “per cosa vale la pena vivere e cosa sei disposto a fare per ottenerla”. So di aver fatto tutto quello che potevo per realizzare il sogno di essere madre, mi sono data tutte le possibilità, e adesso è venuto il momento di fermarmi. Sono cresciuta, nel frattempo, ho visto gli abissi del mio cuore ed esplorato la mia “Himalaya”, la mia vetta, quando mi sono sentita madre per dodici settimane.

Mi sono mantenuta umana e non ho perso me stessa nel desiderio di maternità; di questo sono orgogliosa. Ora però è il momento di andare verso una nuova direzione. [to be continued]

di Carmen Innocenti (La vita fertile)

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