Il lutto non è uno stato, sebbene si dica di essere in lutto.

Il lutto è un processo.

Lento, graduale, talvolta apparentemente impercettibile, eppure costante.
Attraverso il processo, nel tempo, la persona in lutto si trasforma. Assimila la perdita del proprio caro, includendo la sua assenza nel presente, tornando a vivere pienamente, avendo inglobato questo importante cambiamento.

Prendere atto della morte, della perdita, dell’assenza di una persona a cui si è voluto bene, è faticoso e doloroso. Di sovente impone il porsi questioni esistenziali, come il senso del vivere e del morire; impone di esplorare diverse emozioni impegnative come la rabbia, il senso di colpa, il dolore acuto della mancanza. Finché in qualche modo si scende a patti con l’assenza e, attingendo ognuno alle proprie risorse personali, ci si rassegna all’evidenza. Le si offre un senso, ognuno il proprio. Ci si tiene stretto il patrimonio di quanto si è condiviso, sotto forma di ricordi via via sempre meno dolorosi e sempre più nostalgici, finché addirittura possono giungere a riscaldare il cuore e far avvertire una sensazione di serenità, benessere, vicinanza.

Il lutto è un processo. Nello specifico si tratta di un processo attivo.

Cioè un percorso da compiere in prima persona, mettendo in moto tutte le proprie risorse.
Il lutto non può essere attraversato per conto di qualcuno. È un fatto estremamente soggettivo, personale e intimo.

il lutto
Vita e Morte, G. Klimt

Il lutto è una naturale esperienza della vita umana.

È importante sapere che la nostra mente è attrezzata per attraversare le fasi del lutto. La nostra specie è in grado di metabolizzare la perdita di una persona cara, qualunque grado di parentela si abbia col defunto.
È importante sapere che il lutto non è uno stato eterno, a meno che non si scelga arbitrariamente di restare in lutto per sempre, oppure il lutto si sia complicato a causa dell’interferenza di alcuni fattori. Il lutto in quanto processo vede un preciso momento di inizio, un percorso più o meno lineare lungo cui si attraversano varie fasi.

Secondo Elisabeth Kübler-Ross:

  • Rifiuto e isolamento
  • Rabbia
  • Contrattazione
  • Depressione
  • Accettazione

Secondo Therese Rando:

  • Riconoscere la perdita
  • Rispondere in modo sano alla separazione
  • Ricordare il defunto e il proprio rapporto con lui
  • Rinunciare al defunto
  • Riadattarsi alla nuova normalità
  • Reinvestire emotivamente nella vita
Stare bene, avere riacquistato la voglia di vivere, uno slancio vitale, non significa affatto avere dimenticato, rinnegato o rimosso il proprio caro. Piuttosto significa avere finalmente digerito la sua perdita, averla metabolizzata e avere trovato un modo per includerla nella propria realtà, rendendola patrimonio e non zavorra del proprio presente.

Nel lutto, come in tutti i processi che hanno bisogno di essere elaborati, quindi ascoltati, tradotti e compresi, hanno grandissima importanza i gesti e le parole.
Compiere alcuni rituali, come il rito funebre, si sa da migliaia di anni essere di conforto e di grande utilità per dare senso alla perdita e valore al proprio caro.
Fino ad alcuni anni fa, anche vestirsi di nero era un modo per dimostrare la propria condizione e ricevere dalla società il rispetto e la cura adeguate al particolare momento.

Oggi mi pare che il lutto viaggi su due binari distinti.

Il lutto ordinario è considerato e affrontato come un processo, sebbene l’avvento di Facebook stia cambiando la situazione. Il lutto perinatale mi sembra più spesso simile ad uno stato.
Mi sembra che il bisogno di affermare come la morte pre e perinatale sia a tutti gli effetti una morte, passi attraverso il restare perennemente in uno stato di lutto.

Per esempio domenica scorsa cadeva la Giornata Internazionale delle Madri in Lutto.

Ho incrociato l’articolo sulla bacheca di Facebook e mi sono fermata un attimo a leggere.

L’intento era di concentrare l’attenzione sull’essere madre, uno stato che non muta pur non avendo più un figlio da cullare.

Si è scelto di festeggiare queste mamme la domenica prima della ricorrenza che, per tradizione, si dedica alle madri con figli da cullare. Segno che una sostanziale differenza esiste. Una differenza decretata da quella parola: lutto.

Io sono una madre in lutto? – mi sono chiesta.

No, non lo sono più. Lo sono stata, ma ora il mio percorso nel lutto è concluso. Quindi questa ricorrenza non fa per me.

Da sempre sostengo d’essere una madre come le altre, né più e né meno. Alcuni dei miei figli li vedo crescere, altri no. Mi sono domandata se sento il bisogno di festeggiarmi fra tutte le altre mamme, come le altre mamme. Quindi se domenica prossima festeggerò il mio essere madre, anche dei figli che non ho.

Immediatamente si è delineato questo pensiero:

Sarebbe come se fossi vedova e il giorno di San Valentino mi regalassi una scatola di cioccolatini.

I figli che vedo crescere sicuramente domenica mi faranno trovare una letterina o un pensierino. Gli altri no. E va bene così. E’ la natura dei morti non partecipare più a certe ricorrenze. 😉

La morte sottrae, inutile negarlo. La morte trasforma, chi va e chi resta.

Madre lo sono e lo resto. Senza etichette, proprio come piace a me.

La trasformazione mi ha condotto qui: a parlare di maternità interrotta. In un modo diverso, il mio, solo uno dei modi possibili fra tanti.

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