La 194 non deve essere svuotata, raggirata, abolita.

La 194 rappresenta il diritto delle donne all’autodeterminazione. 

Sul corpo delle donne si è perpetrato e si continua a perpetrare ogni genere di nefandezze. Nessuno oltre la donna può avere la libertà di decidere del suo corpo, sul suo corpo, col suo corpo, nel suo corpo. Nessuno.
Ogni altro ragionamento possibile (e ce ne sono numerosi), torna sempre al punto di partenza: si tratta del corpo della donna, spetta a lei decidere.

In discussione non è da mettere la legge, bensì i giudizi che stanno intorno ad essa. Giudizi che, in quanto tali, da qualunque fazione giungano, tolgono libertà alla donna e non solo.

Il Giudizio ci seppellirà.

L’annosa diatriba che esiste fra i movimenti a sostegno della 194 e i prolife, impedisce di compiere passi avanti ormai doverosi e urgenti rispetto alla gestione dell’interruzione della gravidanza e del lutto perinatale: è scandaloso che interrompere una gravidanza sia un calvario costellato di maltrattamenti e sensi di colpa ed è ora che i genitori in lutto perinatale non siano più abbandonati a loro stessi.

C’è da sperare che nessuna delle fazioni vinca mai sull’altra, poiché annienterebbe la libertà d’espressione di una cospicua parte di persone: fra il bianco e il nero c’è l’infinita gamma di grigi, spazzati via con l’imposizione di una delle visioni.

Quando si tratta di persone non esiste una verità, ma esistono molteplici verità: una per ognuna della persone che la vivono.

Così non è possibile pretendere che per tutti indistintamente un embrione sia solo un mucchio di cellule, imponendo una particolare lettura della realtà. E non mi interessa cosa ne dicano gli studi scientifici, quell’esperto di grido o quell’altro. Perché per ogni lettura a favore ne posso trovare una contraria. Mi interessa però che si ascoltino le persone: i diretti interessati. Alcuni pensano e sentono che quell’embrione sia un mucchio di cellule, altri no.

Senza giudizio proviamo a fermarci qui, perché è l’unico dato certo che abbiamo.

Allora potremmo immaginare che per coloro che lo ritengono un figlio, trovandosi senza di lui, abbiano l’opportunità di riconoscersi famiglia e poi l’accesso alla sepoltura, quindi al diritto al lutto e ciò che ne consegue. Chi invece lo ritiene un problema risolto, sarà rispettato nel suo sentire e non colpevolizzato.
Perché è tanto difficile lasciare le persone libere di esperire la propria esistenza come meglio credono? Perché l’urgenza di imporre un pensiero universale? Perché la presunzione di sapere cosa sia meglio per tutti, indistintamente? Perché questo bisogno di potere sull’altro?

Il giudizio ci seppellirà, insieme alla mancanza di coerenza.

Chi ritiene ogni vita importante, come può poi ridurre la donna ad un mero contenitore sfornafigli? Questi stessi che accusano di omicidio le donne che interrompono la gravidanza, perché non si oppongono in massa alla somministrazione dei vaccini prodotti grazie all’utilizzo del tessuto fetale asportato da feti abortiti volontariamente?

Notate bene: qui non è in discussione la legge, qui è in discussione il procedimento industriale con cui sono prodotti alcuni dei farmaci che ci iniettano. Se sono assassine le donne che interrompono la gravidanza, cosa sono gli scienziati che usano i resti di quei feti, cosa sono coloro che approvano e distribuiscono tali farmaci e chi siamo noi che ci facciamo sparare in muscolo parti di quei feti uccisi?

D’altra parte, chi rivendica il diritto di fare del proprio corpo ciò che gli pare, dovrebbe lasciare gli altri liberi di fare di ciò che c’era nel loro corpo quel che pare loro: avere corrette e complete informazioni sulle leggi in materia di sepoltura non significa voler insinuare il senso di colpa in chi ha scelto volontariamente di interrompere la gravidanza, bensì significa avere la libertà di scegliere come gestire i resti della gravidanza. Ci sarà chi li ritiene materiale di scarto e chi un figlio. Avere a disposizione reparti formati per accompagnare nel fine vita perinatale, non significa perpetrare la vita ad ogni costo, significa lasciare alle persone la libertà di dare alle loro storie il senso più adatto per loro, esprimendosi genitori, figli e famiglia così come si sentono di fare.

Il giudizio deve uscire dai luoghi di cura e ci deve entrare la capacità di prendersi cura.

Prendersi cura delle persone non è solo curare la patologia fisica, è saper stare nella verità di quelle persone e saperle accompagnare verso ciò che per loro ha senso.

Fra pro e contro, non si salva nessuno: né per limitazioni della libertà altrui, né per coerenza.
Se non la smettiamo di pretendere che sia raggiunto il tutto bianco o nero e non ci indirizziamo verso l’accoglimento di quell’infinita gamma di grigi, la lotta non avrà fine: ci saranno sempre lesi e lesivi. Talvolta gli stessi lesi saranno anche lesivi.
Purtroppo.

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