L’altro giorno il ritorno da Genova è stato più impegnativo del solito: all’ingresso dell’autostrada un grave incidente ha provocato la chiusura del casello e lunghe code. Ho impiegato il doppio del tempo a raggiungere la mia meta, col risultato che il mio coccige deviato si è rifatto sentire.

È ancora lì che punge e mi riporta a tanti anni fa, quando una serie di calci lo ha investito e fratturato.

È un dolore questo che non passerà mai.

Il dolore d’aver subito un’aggressione, nel corpo e non solo.

Il dolore di non essere stata abbastanza lungimirante da scappare prima. Sì, perché a me capita di sentirmi in colpa. Non solo perché la società mi colpevolizza, ma perché ancora mi chiedo come sia potuto accadere proprio a me…

Come ho fatto a non vedere?

Come ho fatto ad accettare?

Come ho potuto spingermi tanto oltre?

Il mio era un bisogno enorme d’essere amata. E per me l’amore era questo: una sfida da vincere contro chi non sapeva amare… Un’idea che affondava le sue radici molto lontano.
All’origine della mia esperienza d’amore.

E qui il dolore dei dolori: come ho potuto tirare dentro mia figlia in una storia del genere? Come ho potuto pensare di concepire una creatura con una persona incapace di amare?

Eh… questa è la mia parte del peso. Poi però non è finita qua. Per nulla. Perché il grosso della responsabilità non è più il mio, ma il vostro. Il vostro come società, come giurisprudenza, come psicologia, come pedagogia, ecc.

Ho fatto la mia parte andandomene e denunciando. L’ho fatta.

Tuttavia…

Voi avete continuato a dare la colpa a me, anche se ad essere minaccioso e molesto era lui.

Voi avete continuato a pretendere che fossi io a rendere migliore quest’uomo agli occhi di sua figlia.

Mi avete ricattato con l’accusa di alienazione parentale, con la minaccia di allontanare mia figlia dalla sua casa e dalla sua famiglia, con l’intimidazione di arrecarle un danno irreversibile nel presentarle la verità, piuttosto che la vostra favola.

Eppure proprio la mia storia mi diceva di non darvi retta: mai avrei voluto essere scientemente responsabile dell’idea distorta che mia figlia avrebbe potuto maturare di sé, delle relazioni, della famiglia, dell’amore, assecondando la vostra pretesa di salvare l’insalvabile.

È sempre suo padre.

Questo mi dicevate, sottintendendo che l’avessi scelto io, pertanto stava a me salvarlo, punto.

È vero: è e resterà sempre suo padre e mia figlia ha tutte le risorse necessarie per fare i conti con la verità su suo padre e sua madre.

Abbiamo commesso degli errori: in genere è così che si cresce e si fa esperienza. Nulla di diverso da tutti gli altri, mi pare.

Da questi errori c’è chi ha imparato e chi invece non ci è riuscito.

Non dipende dalla scarsa volontà, piuttosto dalle risorse. Le chiamate così in psicologese, giusto?

Si tratta di capacità piuttosto astratte, eppure essenziali per stare al mondo e relazionarsi con gli altri.

Ci sono risorse che vengono a mancare perché non sono ‘allenate’ fin dalla tenera età.

L’allenamento crea connessioni sempre più sottili e dettagliate, fra pensiero, sentimenti, reazioni emotive, capacità relazionali, empatia…

Lui non è stato allenato. Non aveva sviluppato certe connessioni. Non conosceva, né comprendeva un certo linguaggio. Lui era come era e sua figlia lo vedeva benissimo.

Lo vedevate benissimo anche voi, ma, non potendoci far nulla, avete scaricato ancora una volta su me la responsabilità. Non paghi, l’avete addossata a lei.

Dovevate piegarci ad ammettere che il padre, in quanto tale, merita e può tutto.

Perché è padre può minacciare.
Perché è padre può insultare.
Perché è padre può svilire.
Perché è padre può avere potere sulla vita della figlia e della donna con cui l’ha concepita.

Gli avete permesso di esercitare questo potere, senza proteggerci.

Avete invece rimproverato fortemente noi di non avere intenzione di «collaborare».

Avreste voluto che una ragazzina imparasse come piegarsi al potere di un uomo.

Avreste voluto che una ragazzina ingoiasse il rispetto per se stessa e si zittisse di fronte all’autorità di un padre oggi, e di un marito domani?

Avreste voluto che una ragazzina confondesse il suo malessere con gli effetti dell’amore.

Avreste voluto che una ragazzina diventasse una donna incapace di distinguere l’amore dall’esercizio di potere.

Perché «è sempre suo padre.»

Vi domandate perché le donne muoiono per mano degli uomini?

Per colpa vostra.

Voi siete i responsabili.

Perché ci siamo salvate? Perché abbiamo avuto culo.

Immagine: “Madre e figlia” di Egon Schiele.

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