Giudicare ci viene naturale.
Ho sperimentato quanto possa essere doloroso il giudizio, in alcune occasioni: quando vivevo una relazione tossica ed ero giudicata una stupida poveretta; quando ho deciso di interrompere quella relazione e sono stata ritenuta la responsabile della fine di una famiglia; quando soffrivo per la morte in grembo di due delle mie figlie ed ero considerata un’esagerata: morte? Figlie? Ma non erano nemmeno nate!

Il giudizio chiude la comunicazione. Mette il giudicato in condizione di doversi riscattare da quel giudizio, senza però offrirgli l’occasione per farlo.

Il giudizio di sovente nasce dal ‘mettersi nei panni’ dell’altro.

«Ah, io al posto suo non avrei mai accettato di stare con uno così! Deve proprio essere una stupida ‘sta qui.»
«Ah beh, prima lo piglia e poi lo molla? Poteva pensarci prima. Ormai ci ha fatto un figlio… Peggio per lei. Eh… Io nemmeno mi ci sarei messa.»
«Ora, diciamo la verità: di figli ne ho, vuoi mettere perdere un figlio di dieci o vent’anni e uno che è a malapena un’idea? Dai su. Che esagerazione. Mah…»

Mettersi nei panni dell’altro non basta.
E no, perché l’altro quei panni li indossa col suo corpo, i suoi acciacchi, i suoi limiti, le sue virtù e la sua storia.
Bisognerebbe indossare quei panni con lo stesso corpo dell’altro e allora… È probabile che si compirebbero le medesime scelte e si vivrebbero le stesse fatiche.
Nonostante il giudizio abbia un impatto doloroso su di noi e ci indigniamo quando ne cadiamo vittime, raramente riusciamo a sospenderlo verso gli altri.

Perché?

Per esempio, è capitato per diverso tempo, dopo la morte delle mie figlie, che giudicassi in modo sprezzante certe mamme:

Vedi quella? Si fa il problema di quale colore scegliere per la cameretta o resta mezz’ora a disquisire su un diamine di aggeggio inutile. Dovrebbe ringraziare d’averlo quel figlio, altro che perdere tempo sul nulla!
Hai sentito di quella che ha gettato il figlio nella spazzatura? Capisci? Lo ha buttato! Non meritava d’essere madre. Che ingiustizia!

Che c’era dentro questi giudizi?

C’era la rabbia, l’impotenza, la frustrazione, verso ciò che a me mancava e che altri avevano senza, a mio parere, rendersi conto del valore.
La mia storia di perdita e di rinuncia forzata, mi poneva di fronte all’altro con un credito: a me mancava. Dato che a me mancava, l’altro che maltrattava o non comprendeva il valore (che aveva per me), appariva ai miei occhi come non meritevole di ciò che aveva. Ma ciò che aveva era suo e non mio. Cioè, se anche lo avesse trattato come avrei fatto io, non mi sarebbe tornato ciò che avevo perso. Ovvero: non avrei riparato al mio lutto constatando che nel mondo le cose andavano come ritenevo che dovessero andare. Tuttavia, quando andavano al contrario di come ritenevo giusto, mi sentivo autorizzata a giudicare e arrabbiarmi. In realtà quella rabbia era per ciò che a me era stato tolto. Che rimaneva tolto e basta. Anche se il mondo si fosse popolato di madri perfette.

Perciò il giudizio veniva da quello che mi muoveva dentro, quanto mi arrivava dall’esterno. E quel muoversi dentro, veniva dalla mia storia, dai miei traumi, dalle mie fatiche…

Insomma, io giudicavo perché mettevo me al centro delle storie degli altri e facevo esattamente ciò che rimproveravo a chi giudicava me: non ascoltavo, non mi ponevo il problema di capire, chiudevo la comunicazione.

Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

È un principio semplice, alla base della nostra cultura: ce lo sentiamo dire fin dalla nascita, eppure… eppure quanto è difficile metterlo in pratica!
Non giudicare è una delle cose più difficili che sto imparando a fare: sono sincera… non ci riesco sempre, ma non smetto di sforzarmi.

Non giudicare significa tenermi allenata a non infilare me nelle narrazioni degli altri; significa tenere accesa l’attenzione sul dietro le quinte delle loro vite.

Quando accade di sentire storie di fatica e dolore, mi chiedo dove affondino le radici quella fatica e quel dolore; mi chiedo di cosa avrebbe bisogno quella persona, per stare meglio; cosa noi, come società, ma anche io come persona, potremmo fare per migliorare le cose.
Qui si apre il dialogo.

Accade spesso che sia impotente di fronte al disagio dell’altro, ma nel mio piccolo, non sono indifferente.

Nessuno avrebbe potuto salvarmi dalla gabbia della relazione tossica, né cancellare il senso di fallimento che la separazione ha prodotto, men che meno avrebbe potuto restituirmi le figlie che ho perso, ma chi mi si è seduto accanto, ascoltando le mie disgrazie con partecipazione, provando a tendermi la mano, ha contribuito a darmi ciò che più di ogni cosa mi serviva: il coraggio di non mollare e la fiducia di potercela fare.

Non porsi sempre al centro del mondo, a maggior ragione quando è il mondo altrui (non essere egocentrici).
Non essere indifferenti.
Tendere una mano, ma anche solo un orecchio…
Non giudicare.
Non guarirà i mali del mondo, ma ci potrebbe rendere senza dubbio tutti un po’ meno soli.

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