Negli ultimi giorni la mia attenzione è stata catturata da diversi spunti di riflessione…

A partire dall’immagine di Virginia Raggi con suo figlio, nel suo primo giorno di lavoro in Comune: qui non mi scandalizzerei per la presenza di un bambino sul posto di lavoro della mamma, piuttosto mi domanderei perchè non abbiamo mai visto un papà pubblico, portare sul posto di lavoro suo figlio. Perchè i figli non sono mica una colpa, non sono una vergogna da lasciare a casa: sono il futuro, delle donne e degli uomini.

Poi mi sono imbattuta nell’articolo di Giovanna Gallo, Non è un paese per madri, e infine nell’articolo pubblicato da Uppa.it, Mamme: tra lavoro e disuguaglianza.

Persino la mia esperienza personale segue di pari passo ciò che è il clima avverso alla maternità in questo paese: con l’arrivo della primogenita, prima sono stata messa nelle condizioni di non potere più andare a lavorare, poichè il mio orario, anzichè essere concentrato o ridotto per permettermi di compiere quella che è chiamata oggi conciliazione, è stato invece spezzato e spalmato, rendendola proibitiva, sia in termini economici che pratici, fino ad essere licenziata al compimento dell’anno di età di mia figlia: a norma di legge, insomma.

Da allora non ho mai più trovato un lavoro stabile, complice la crisi economica, ma molto più determinante l’assunto insito nella maternità: una mamma non è affidabile, non ha tempo, ha altro a cui pensare…

Le donne-mamme non possono aspirare alla parità: è proprio la maternità a rendere impossibile e irragionevole essere considerate al pari di qualunque altro essere umano.

Siamo incastrate lì da decenni: da quando questa parità l’abbiamo pretesa volendo dimostrare che l’essere madri non cambia nulla. Restiamo produttive, restiamo efficienti, restiamo disponibili (perfino di più), restiamo appetibili tanto quanto qualunque altro uomo, che, chissà perchè, culturalmente non è chiamato alla paternità alla pari di una mamma chiamata alla maternità.

Un papà può non esserci: è normale. Può perdersi tutta la crescita dei suoi figli per fare carriera, o solo garantire il tozzo di pane, può non comparire in nessuna festicciola di compleanno o recita scolastica.

Un papà è ancora un vero papà quando porta lo stipendio a casa e non si lascia andare a fronzoli più femminili, come un pomeriggio ai giardinetti o a fare shopping. Infatti, questi papà così alternativi, caparbiamente anticonvenzionali e spiccatamente poco aderenti ad uno stereotipo che ha funzionato nei secoli, li definiamo Mammi, facciamo loro indossare un grembiulino, ci domandiamo se da bambini fosse loro consentito giocare con le bambole e ci domandiamo che razza di mamme devono avere avuto…

Uomini e donne non sono uguali: è evidente. Però è chiaro quanto debbano essere considerati uguali di fronte alle responsabilità, alle opportunità, all’accesso a studi, mestieri, aspirazioni e qualunque cosa venga in mente, anche la genitorialità.

La nostra ricchezza è fare le cose in modo diverso, potendole fare tutti senza discriminazioni.

Finora la famiglia ha pagato il prezzo più alto nella pretesa di ottenere un’uguaglianza, che così come l’abbiamo cercata, fa acqua da tutte le parti.

La famiglia va rimessa al centro della società: la famiglia è la base della società.

Cercherei l’uguaglianza non in base a quanto possono sfruttarci sul posto di lavoro, quanto tempo ci possono sottrarre per legge, quanto ci possono ricattare per un tozzo di pane, facendoci credere che i figli siano un lusso, che lo scopo della vita sia lavorare, per fare figli che faremo crescere ad altri.

fiduciaL’uguaglianza è potere essere madri e padri in egual misura: potere entrambi crescere i propri figli, avere il tempo di godersi le piccole recite, avvicendarsi ai giardinetti e poterci andare tutti insieme, che si hanno maggiori opportunità di restare una famiglia, se si ha anche il tempo di viversi in quanto tale.

Ma quali Mammi? Papà: ribellatevi! Non siete affatto Mammi, siete quei papà che, insieme alle mamme, faranno la ricchezza dei loro figli!

Invece, come ho già detto qualche tempo fa qui, guardiamo tutti insieme con sospetto quei papà che ancora pensano quanto il loro ruolo si riduca alla generosità di regalare la metà di un DNA.

Dal canto nostro, noi mamme dobbiamo fare uno sforzo culturale: dobbiamo imparare a delegare.

Non essere le sole e uniche ad occuparci dei figli e della casa, non sminuisce il nostro ruolo, non ci sottrae il nostro posto nel mondo, ma ci consente di avere a disposizione quel tempo che ci occorre per realizzarci in altri ambiti.

Non ci dobbiamo aspettare che i papà ci sostituiscano, ma dobbiamo convincerci di quanto sia importante che loro dispongano di un tempo tutto loro nella relazione coi figli. Quindi non ci sostituiscono, non ci stanno facendo un favore, nè siamo noi a concedere loro una prerogativa nostra, piuttosto ci avvicendiamo.

Non dobbiamo pretendere che facciano i papà come se fossero delle mamme, non dobbiamo insegnare loro come si fa, troveranno il loro modo di fare, che sarà differente ed è proprio in questa differenza che i nostri figli scopriranno grandi opportunità di divenire, chissà chi e chissà come, ancora altro da noi: più ricchi.

Fiducia.

Cerchiamo di costruire con fiducia la nostra famiglia, riponendo fiducia nelle capacità genitoriali dell’altro: chissà come ci stupirà!

C’è un gran lavoro da compiere e avverto come l’urgenza di cambiare le cose sia presente nelle donne quanto negli uomini. Questo cambiamento culturale e sociale possiamo compierlo solo insieme.

Solo insieme ce la possiamo fare: ne sono convinta.

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