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Professione Mammahttp://www.professionemamma.net Erika ZerbiniWed, 22 Mar 2017 10:39:34 +0000it-IThourly1https://wordpress.org/?v=4.7.3https://i0.wp.com/www.professionemamma.net/wp-content/uploads/2015/11/cropped-logo00.png?fit=32%2C32Professione Mammahttp://www.professionemamma.net 3232102959069Non chiamatemi Mamma Speciale, per favore…http://www.professionemamma.net/non-chiamatemi-mamma-speciale-favore/ http://www.professionemamma.net/non-chiamatemi-mamma-speciale-favore/#respondWed, 22 Mar 2017 09:52:05 +0000http://www.professionemamma.net/?p=2459Ti presento Erika, lei è una mamma speciale… Ecco Erika, la mamma speciale… Mi capita molto spesso di essere introdotta da queste due parole: mamma speciale. Ogni volta risuona nella mia mente la stessa domanda: Che avrò mai fatto per essere considerata speciale? Forse la mia torta allo yogurt è la migliore del mondo? Come […]

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Ti presento Erika, lei è una mamma speciale…
Ecco Erika, la mamma speciale…

Mi capita molto spesso di essere introdotta da queste due parole: mamma speciale.

Ogni volta risuona nella mia mente la stessa domanda:

Che avrò mai fatto per essere considerata speciale?
Forse la mia torta allo yogurt è la migliore del mondo? Come stivo io la spesa nelle sporte nessuno mai? Oppure cosa? Per quei libri che ho scritto senza essere una scrittrice? O per quei blog che curo senza essere una blogger? Macché…

Sono speciale per proprietà transitiva. Cioè, la specialità non è proprio la mia, piuttosto è la specialità di alcuni miei figli.

Caspita, e che avranno fatto di tanto speciale?
No, niente. Loro niente. Esattamente come me, non hanno fatto niente. Sono solo morti.

Ah. Sono morti. Quindi i figli morti sono speciali perché non sono qui a raccontare quanto posso essere una madre insopportabile e meravigliosa e, quelli che invece lo possono fare, sono appena figli normali. Ma meglio mediocri. Ma meglio niente, non contiamoli, loro sono solo vivi, che ci sarà di tanto speciale?

Mamma speciale è il modo di definire la madre che ha perso un figlio in epoca pre e perinatale.

Si dice sovente che ci siano termini per definire i coniugi che restano soli (vedovi), i figli che restano senza genitori (orfani), ma nulla che definisca un genitore che perde un figlio.

Così si è coniata questa definizione. Una definizione che non vuole indicare i genitori che perdono un figlio, ma si propone di individuare solo quei genitori che lo hanno perso in epoca pre e perinatale.

Tutti quelli a cui i figli muoiono più avanti nel tempo, continuano a non essere definiti. Dipenderà dal fatto che in fin dei conti loro hanno potuto godere di un tempo che gli altri non hanno avuto? Che siano avvertiti come meno sfortunati? Oppure perché appartengono proprio ad un altro mondo e ci pensassero da soli a trovarsi un termine per definirsi?

Ecco, queste due parole abbinate alla mia maternità, le trovo proprio insopportabili.

Esse fanno distinzione fra figli e figli, fra genitori e genitori e assegnano un valore che ha a che fare più con la sfortuna che al merito.

Mi è evidente quanto invece a molte altre persone faccia piacere essere definite in questo modo: per qualcuno potrà essere rassicurante, per altri consolatorio, per altri ancora può essere letto come una forma di rispetto del dolore o perfino di riconoscimento sociale. Lo posso capire.

Accade che io abbia invece bisogno di ritrovare tutti quegli elementi attraverso altre strade.

Mi rassicura sapere di non essere considerata una madre più straordinaria di qualunque altra madre, poiché ho fatto ciò che avrebbe fatto la stragrande maggioranza delle madri nello stessa mia situazione, perciò potete chiamarmi semplicemente mamma.

Mi consola sapere che i miei figli morti non mi definiscono, ma mi definisco io in quanto persona che pensa, agisce e si adopera. Io sono e faccio la mamma, quindi potete chiamarmi semplicemente mamma.

Sento essere pienamente rispettato il mio dolore quando esso non è sminuito né sopravvalutato: quando muore un figlio, il dolore di una madre è sempre enorme, qualunque età egli abbia, perciò potete chiamarmi semplicemente mamma.

So di essere pienamente e completamente riconosciuta socialmente nel mio ruolo materno quando di me è considerato pienamente e completamente ciò che sono rispetto a tutti i miei figli. E io sono una mamma, punto e basta 😉

mamma speciale

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I papà non sono mammi e le mamme non fanno anche i papàhttp://www.professionemamma.net/i-papa-non-sono-mammi/ http://www.professionemamma.net/i-papa-non-sono-mammi/#respondMon, 20 Mar 2017 08:15:09 +0000http://www.professionemamma.net/?p=2450I papà non sono mammi e le mamme non fanno anche i papà… Capita. Capita di dovere rivestire da soli il ruolo genitoriale. Capita di restare senza mamma, per motivi disparati, così come capita di restare senza papà. Non saprei fare una stima, eppure nella mia piccola cerchia di conoscenze è facile trovare mamme che […]

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I papà non sono mammi e le mamme non fanno anche i papà…

Capita. Capita di dovere rivestire da soli il ruolo genitoriale.
Capita di restare senza mamma, per motivi disparati, così come capita di restare senza papà.

mammiNon saprei fare una stima, eppure nella mia piccola cerchia di conoscenze è facile trovare mamme che non possono contare sui papà dei loro figli. Ci sono sempre loro all’uscita della scuola, loro alle riunioni, loro prendono ferie senza fare mai un viaggio, solo per essere presenti nelle prime settimane di scuola. Sono loro che chiedono il permesso per la visita dal dentista, loro che si fanno in quattro perché tutto sembri tornare e in effetti, in qualche modo torna.

Ma no, loro non fanno anche i papà.

Così come i papà colti in flagrante mentre cambiano un pannolino al figlio, lo aspettano fuori da scuola, lo accompagnano dal dentista, non stanno facendo i mammi.

Chi sceglie di fare il genitore lo fa meglio che può, come sa.
Cerca di esserci per tutte le questioni che contano, per il maggior tempo possibile, mettendo in campo tutte le risorse disponibili.

Quel che non possiamo fare è sostituirci a chi non c’è: per forza, per scelta o incapacità.

Quando manca un genitore, resta un buco.

Per quanto si faccia il possibile per far tornare i conti, e per quanto in effetti quei conti sembrino tornare, in qualche modo, quel buco c’è e andrebbe accettato per come è.
Anche avendo piena consapevolezza delle colpe e le responsabilità, la sfortuna e le scelte sbagliate, alla fine quel buco è parte di chi lo porta.

Un foro che non può essere colmato da niente e nessuno ed è giusto così.

Si può fare. Si può vivere conservando quel buco. Si può stare ad osservarlo e tracciarne il confine. E’ possibile prendersene cura e includerlo nel proprio essere figli e poi genitori.
Genitori che forse sapranno quale sia il valore della presenza, dell’interesse e dell’amore di un genitore. Genitori che forse sapranno esserci.

Perciò no, non mi piace sentire dire che le mamme fanno i papà e i papà fanno i mammi.

Però va riconosciuto che ci siano mamme e papà capaci di essere particolarmente straordinari nel loro ruolo.

Alcuni ad un certo punto hanno la fortuna di incontrare uomini e donne con cui poter condividere la loro genitorialità. Non li ritroveremo più da soli davanti alla scuola, qualche volta si concederanno una vacanza e i conti potranno tornare perfino meglio.

Ancora il buco in quei loro figli non si rimarginerà, ma quei loro figli potranno scoprire un’altra faccia dell’amore.

L’amore di un genitore che non ha dato loro metà del DNA, tuttavia ha saputo dare loro tutto il resto. Perchè non sono solo i geni a fare la famiglia.

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Il papà del monte: l’altra metà di mehttp://www.professionemamma.net/papa-del-monte-laltra-meta/ http://www.professionemamma.net/papa-del-monte-laltra-meta/#respondSun, 19 Mar 2017 12:18:34 +0000http://www.professionemamma.net/?p=2446C’è un papà qui sul monte, sta accanto alla mamma e non si distingue perfettamente il confine fra i due. I bambini impongono alla coppia di trovare altri ritmi. L’arrivo dei bambini può destabilizzare una coppia fino a farla scoppiare. Occorre pazienza, ascolto e amore. Quando ad arrivare sono bambini che non vivranno, allora può […]

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C’è un papà qui sul monte, sta accanto alla mamma e non si distingue perfettamente il confine fra i due.

papàI bambini impongono alla coppia di trovare altri ritmi.

L’arrivo dei bambini può destabilizzare una coppia fino a farla scoppiare.

Occorre pazienza, ascolto e amore.

Quando ad arrivare sono bambini che non vivranno, allora può essere perfino peggio.

Ho scoperto l’intimità, quella vera, quando mi sono mostrata nuda a mio marito. Non priva di vesti, ma nuda nel dolore, nella rabbia, nell’angoscia e l’impotenza: lui è stato capace di amarmi in tutta la mia debolezza di madre che non ha saputo dare la vita.

Mi capita abbastanza spesso di osservarlo, in quelle notti in cui non posso dormire. I pensieri si accavallano fra i conti da saldare, gli appuntamenti, i bisogni e i miei sogni.

Mi volto e lo vedo accanto a me, steso e immerso nel suo sonno.

Quel profilo che mi ha stretto più forte quando i singhiozzi sembrava potessero spezzarmi. Mi ha tenuta per notti intere mentre il dolore macerava me, ma anche lui.

Lui mi ha osservato e ha saputo quando porgermi il cestino in cui vomitare, ha frugato nella borsa per trovare il mio pile e alleviare i tremori anche se eravamo ad agosto, effetti collaterali delle prostaglandine.

Per mano mi ha condotta fino alla stanza in cui ho dato al mondo quelle figlie che non respiravano.

Ha partorito con me i nostri figli, quelli che non abbiamo.

Mi ha raccolta mentre svenivo nel bagno dell’ospedale, mi ha osservata una notte filata, seduto su una poltrona accanto al mio letto, chiedendomi di non dormire, per la paura che non mi sarei più risvegliata.

Ha aspettato, ascoltato, portato con sé anche il mio dolore.

Mi ha sgridata quando la rabbia si stava prendendo la nostra vita.

Ha rispettato tutto quel tempo che ho impiegato a dare un posto alle cose senza posto.

Lui ha avuto la mia anima fra le mani, ormai fuori dalle ossa rotte e dolenti di maternità strappate all’improvviso.

Ha avuto cura di me, mi ha preservata e intanto è stato accanto ai figli che con noi hanno vissuto il dramma.

Quando lo guardo, immersa nei suoi occhi, è questo che vedo: un uomo che ha saputo amarmi, proteggermi e avere cura di me, anche e soprattutto quando di me non c’era che un mucchio d’ossa e carne piene di morte.

Abbiamo portato le nostre figlie al cimitero, insieme, mano nella mano, da soli, lui ed io.

Non poteva esserci nessun altro, se non noi.

Insieme abbiamo dato loro la vita, insieme abbiamo dato loro la luce, insieme le abbiamo accompagnate nell’eterno riposo.

Con un po’ di tempo nel mezzo, riesco a percepire tutta la sua paura di perdermi, perdere sua moglie, mentre sta cerscendo due figlie ancora piccole. Perdere la compagna di vita, quella che ha trovato dopo molto vagare e inaspettatamente ha riconosciuto proprio là dove meno si sarebbe aspettato di trovare quella adatta a sé.

Noi siamo due “usati”, così ci definiamo quando scherziamo sul nostro passato, siamo due usati e non necessariamente sicuri!
Abbiamo impachettato già una vita e l’abbiamo bollata come un fallimento.
Sappiamo bene che tutto ciò che fa di noi NOI, non è affatto scontato.

Quelle piccole cose che non si possono spiegare e che forse qualcun altro nemmeno sopporterebbe, ci rendono NOI.

Forse il sollievo di non avermi persa gli ha reso possibile tenermi stretta come se quel dolore fosse soprattutto il mio.

Poi ha accettato di rischiare ancora di perdermi.

Ci siamo duplicati ancora: insieme.

Ancora era lui a dividere la mia ansia di tornare ad essere una tomba. Lui con me sveglio ad aspettare quel calcio alle tre di notte, così che avessimo certezza che fosse vivo. Ogni notte per tutte le notti, da quando ho cominciato a sentire i suoi calci, finché non è nato.
E poi ancora insieme a guardarli diventare grandi, alternandoci nell’essere per loro quella mano tesa che attutisce le cadute.

Io, senza di lui, sarei solo metà di me.
Io, da sola, non sarei madre.

Io, senza di lui, non sarei questa madre.
Noi abbiamo avuto la fortuna di riconoscerci in mezzo alla folla e ogni ostacolo ci rende più NOI.

Non so spiegare esattamente cosa sia l’intimità, ma ho la certezza che la massima espressione della nostra venga da quei volti che non abbiamo mai visto.

C’è un papà qui sul monte, sta accanto alla mamma e non si distingue perfettamente il confine fra i due.

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SoStare nell’Assenzahttp://www.professionemamma.net/sostare-nellassenza/ http://www.professionemamma.net/sostare-nellassenza/#respondFri, 10 Mar 2017 09:41:43 +0000http://www.professionemamma.net/?p=2433SoStare nell’Assenza, Seminario sulla Psicologia del Lutto Perinatale rivolto agli operatori dell’area materno infantile. Ieri sera si è tenuto l’incontro con gli operatori sul tema del lutto perinatale. Anni fa, quando mi capitò di  portare a casa l’Assenza, portai con me altri due elementi chiari: le figure che avevano fatto per noi la differenza erano […]

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SoStare nell’Assenza, Seminario sulla Psicologia del Lutto Perinatale rivolto agli operatori dell’area materno infantile.

Ieri sera si è tenuto l’incontro con gli operatori sul tema del lutto perinatale.

Anni fa, quando mi capitò di  portare a casa l’Assenza, portai con me altri due elementi chiari: le figure che avevano fatto per noi la differenza erano persone illuminate. Dotate di una loro sensibilità particolare, vicina alla sofferenza, capace di accoglierla e sostenerla, senza negarla. Invece tutte quelle situazioni che avevano aggravato la nostra pena, dipendevano dalla mancanza di cultura. Non c’era una cultura, quindi un protocollo capace di accogliere la morte nel reparto che per sua vocazione accoglie la vita.

Vita e morte, così strettamente legate, fra quelle mura, lungo quei corridoi, non sapevano stare.

Per un po’ di tempo ho provato rabbia e risentimento per una cultura assente, là dove da sempre e per sempre, vita e morte coesistono e coesisteranno.

A poco a poco la rabbia ha lasciato posto ad una considerazione: gli operatori sono anch’essi esseri umani. Sensibili e fallibili. Probabilmente in difficoltà di fronte a qualcosa che è di fatto un tabù.

Non ho avuto bisogno di perdonare le manchevolezze: le ho comprese. Ho compreso che quella cultura andava portata. Era necessario sollevare il bisogno e chiedere di partecipare alla costruzione di questa cultura.

Da allora sono passati alcuni anni, ho incontrato persone, ascoltato storie, accolto difficoltà e cercato di mettere in connessione due mondi che sembrano distanti e invece sono strettamente connessi.

Trovarmi in una stanza insieme ad un certo numero di operatori, provenienti da realtà differenti, conosciuti in quello stesso momento e ascoltare le difficoltà che hanno nell’affrontare un evento che anche su di loro ha un impatto forte, ha mosso in me qualcosa di grande.

So che  impiegherò giorni per digerire quanto ho ascoltato.

Sono grata a tutti coloro che hanno partecipato e ci hanno donato la loro esperienza autentica, sincera, umana.

È questa la strada della cultura: guardarci in modo sincero, fidarci gli uni degli altri, sentirci tutti umani e fallibili per natura. Sostenerci gli uni con gli altri. Condividere le parti più ostili e cercare di trovare insieme una strategia per migliorare la situazione.

Siamo tutti in difficoltà.

Lo sapevo, ma da ieri sera è una profonda certezza.

Gli operatori illuminati, quelli che riconoscono il bisogno di capire come fare e trovare strumenti, coloro che investono le loro risorse e il loro tempo, si mettono a nudo e in gioco, perché sanno che il loro lavoro è determinante e non è solo un lavoro, ma è relazione con l’altro, un altro per giunta sofferente, esistono. Ci sono. Hanno fame e sete di condivisione. Ne hanno bisogno anche loro per tornare a casa e avere almeno la consapevolezza di avere fatto il possibile.

Poi esistono anche operatori che non hanno quella sensibilità, che chiudono e si trincerano dietro i tecnicismi. Dobbiamo provare a coinvolgerli, a poco a poco… Senza dimenticare che siamo tutti umani e  per natura imperfetti.

SoStare nell'Assenza

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Ad ogni palazzo la propria impalcaturahttp://www.professionemamma.net/speranza/ http://www.professionemamma.net/speranza/#respondFri, 03 Mar 2017 11:02:00 +0000http://www.professionemamma.net/?p=611Solo a chi non fa mai niente, non accade mai niente… Questo dico ai miei figli, quando arrivano con un ginocchio sbucciato, perché, divertendosi a correre nel prato, si sono accartocciati. E detto fra noi, non è nemmeno del tutto vero che la condizione imprescindibile degli imprevisti sia il fare qualcosa: metti che te ne […]

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Speranza

Solo a chi non fa mai niente, non accade mai niente…

Questo dico ai miei figli, quando arrivano con un ginocchio sbucciato, perché, divertendosi a correre nel prato, si sono accartocciati.

E detto fra noi, non è nemmeno del tutto vero che la condizione imprescindibile degli imprevisti sia il fare qualcosa: metti che te ne stai comodamente sdraiato sul divano e il soffito ti cada addosso, così a caso… movimento tellurico, cedimento di un trave, la qualunque.

Ecco, non te la sei propriamente andata a cercare, ma talvolta è la sfiga a trovare te.

Tuttavia, restare fermi e immobili, offre la sensazione di non esporsi, di preservarsi, di avere colto pienamente il senso della cautela.

Uno che non fa mai niente, difficilmente si troverà col ginocchio sbucciato… ma vuoi mettere il godimento dell’aria sul viso mentre le corri in contro, i piedi che affondano nell’erba, il piacere di un guizzo felino volto ad acchiappare una delle sorelle? Ecco, c’è caso che ti costi un ginocchio sbucciato e per me ne vale senz’altro la pena.

Certe cose capitano, mentre cerchi di farne altre.

Io cercavo di mettere al mondo qualcun altro dei nostri e in effetti ci sono riuscita, ma non esattamente come ci aspettavamo.

Così due di loro hanno finito la loro corsa senza nemmeno passare dal VIA.

Ci è capitato questo, poteva capitarci altro, qualunque altra cosa, nel nostro caso è accaduto proprio questo.

A partire da questo si sono manifestate alcune cose che si sono tradotte in altre.

La morte immobilizza, la mia resilienza affatto.

Cos’è la resilienza? Ne ho parlato qui, ma, tradotto in termini pratici, è la capacità di fare i conti con la sfiga.

Mi accade talvolta di inciampare in una considerazione piuttosto comune: si capisce perché metta tanta passione e dedizione nelle cose che faccio o che scrivo, tentando di divulgare ciò che sta intorno agli avvenimenti che ci hanno travolto, è così perché lì ci sono le figlie che non ho.

La trasformazione…

Ecco come la morte ha il potere di trasformare le persone: alcune le rende nuovi angeli che indicano la via, altre le tramuta in nuove madri speciali che la solchino illuminate.

Per le menti che partoriscono tali giudizi, la morte ha senso se da essa ne sortisce altro.

Dalla morte sortisce silenzio e quel silenzio lo conosco bene, come ne conosco l’abisso, l’insensatezza, la mancanza di respiro, il vuoto costante, il senso di colpa, la fatica di risalire.

Cazzo Caspita, che fatica!

Ma ce l’ho fatta. No che non era scontato, non era scontato per nulla.

Ed è qui che si posa il mio impegno: è mai possibile che un’esperienza così atroce non abbia delle impalcature solide su cui far reggere chi ci passa in mezzo?

E’ possibile che non ci siano ancora solide impalcature, a fronte di un fatto che è rimasto immutato dalla notte dei tempi?

E’ mai possibile che questa morte trovi senso nell’infinito struggimento?

Chissà poi perché… Forse perché davvero i più hanno bisogno che la morte porti un senso, che non sia solo silenzio.

In effetti queste morti, come tutte le mie morti, hanno avuto il loro senso: io, al cospetto loro, ho misurato me nel silenzio.

E ancora: cazzo caspita, che fatica!

Le mie figlie sono in un posto sicuro, dal quale non potranno mai uscire, ma fuori, come una pallina impazzita a colpire pareti, muri e pavimenti, ci sono stata io.

Dentro tutte queste parole, queste cose che faccio e l’impegno che metto, non ci sono affatto le vite che sono finite, ci sono io che non sono finita con loro.

Nè viva per chi vive, né morta per chi è morto: viva per me.

Nutro la speranza che qui dentro, altre mamme in cerca dell’impalcatura adatta a loro, possano trovare un appiglio, non dico tanto, ma un gancio, piccolo e onesto.

Il gancio c’è e risiede dentro di noi. Dentro ognuno di noi c’è la forza che vogliamo trovare, per andare fin dove vogliamo arrivare. Si tratta di scegliere, senza delegare, chi vive o chi muore.

Non per tutti la risalita porta al medesimo risultato.

Ad ogni palazzo occorre la propria impalcatura.

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Amniocentesi, si o no?http://www.professionemamma.net/amniocentesi-si-o-no/ http://www.professionemamma.net/amniocentesi-si-o-no/#respondWed, 01 Mar 2017 06:59:15 +0000http://www.professionemamma.net/?p=2418Superati i 35 anni l’amniocentesi è proposta come un esame di routine. Tuttavia è un esame invasivo che porta con sé rischi di mortalità del bambino in attesa. Capita di non soppesare con attenzione la portata di questo esame. Conosco moltissime mamme che lo hanno eseguito e alla mia domanda: Perché hai scelto di sottoporti […]

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Superati i 35 anni l’amniocentesi è proposta come un esame di routine.

Tuttavia è un esame invasivo che porta con sé rischi di mortalità del bambino in attesa.

Capita di non soppesare con attenzione la portata di questo esame.

Conosco moltissime mamme che lo hanno eseguito e alla mia domanda:

Perché hai scelto di sottoporti all’amniocentesi?

La loro risposta quasi sempre è stata:

Perchè mi hanno detto di farla e l’ho fatta.

Ma cos’è l’amniocentesi?

L’amniocentesi consiste nel prelievo dall’utero di una piccola quantità di liquido amniotico. L’esame si esegue tra la 15esima settimana e la 18esima settimana di gestazione.

A cosa serve?

Riconoscere anomalie di numero e di struttura dei cromosomi, senza evidenziare patologie genetiche e/o malformative dovute ad altre cause. Le anomalie cromosomiche di numero più frequentemente riscontrate sono la trisomia 21 (Sindrome di Down); la trisomia 18 (Sindrome di Edwards); le anomalie di numero (polisomie) dei cromosomi sessuali (47,XXY; 47,XXX; 47,XYY).

Qual è il rischio di morte fetale?

Dallo 0,5 all’ 1% dei feti sottoposti a tale procedura muoiono per aborto spontaneo.

Si stima che nei centri di eccellenza, cioè dove è possibile trovare personale particolarmente esperto nell’eseguire tale esame, l’incidenza di aborto diminuisca. Resta che non scompare.

amniocentesi

Perché eseguire l’amniocentesi?

Normalmente si dice:

Per accertarmi che sia sano.

Ma sarebbe più corretto dire:

Per escludere le poche malattie rilevabili o per cercare alcune specifiche malattie.

Ricevere un referto che esclude le patologie ricercate non significa che il proprio bambino sia perfettamente sano, significa che il proprio figlio non è affetto da quelle poche malattie genetiche considerate.

Digitando Malattie genetiche, Wikipedia presenta un elenco di 276 patologie.

Se capitasse una diagnosi infausta che succederebbe?

Le possibilità sarebbero due:

  • Non si fa nulla.
  • Si interrompe la gravidanza.

Ipotizziamo di non avere le idee chiare e di chiedere il parere del nostro medico. Ipotizziamo che la sua risposta sia la seguente (purtroppo realmente pronunciata):

Signora, da medico non posso che dirle di eseguire la procedura: essa ha solo lo 0,3% di probabilità di morte fetale, praticamente nulla.

Ecco, è qui che vorrei fermarmi un momento.

Sulla parola medico che smette di mettere in relazione rischi/benefici, non aiuta ad avere il quadro d’insieme e si limita a vendere una prestazione sanitaria.

Quindi sullo 0,3%. Significa che 1 bambino su 333 muore (sano o meno) in seguito alla procedura medica. 1 su 333 non è un rischio praticamente nullo, significa piuttosto che una famiglia su 333 non avrà un fiocco attaccato alla porta, bensì una targa di marmo al cimitero.

L’amniocentesi non è un banale prelievo del sangue: è un ago che trafigge la pancia, il sacco amniotico e preleva un campione di liquido. Può accadere che quel foro nel sacco non si rimargini più o che faccia infezione oppure che tutto vada liscio.

Il rischio non è banale e le statistiche lasciano il tempo che trovano, se sei quel qualcuno dalla parte del praticamente nullo.

Se scoprissi che mio figlio è affetto da una di queste patologie, interromperei la gravidanza?

Se capitasse di stare nella percentuale che non ha mai né volto, né nome e abortissi mio figlio a causa dell’amniocentesi?

Queste sono le domande alle quali ogni volta ho cercato di dare risposta e sulla base delle quali ho trovato la mia soluzione all’enigma.

Non c’è alcun giudizio di sorta: ognuno di noi DEVE sentirsi libero di compiere la propria scelta, ma DEVE farlo consapevolmente.

Non può continuare ad avvenire che le pance siano infilzate da aghi solo perché si fa così oppure perché muoiono in pochi.

DEVE esserci una ragione migliore di queste e mi aspetto che il mio medico mi aiuti a trovarla.

Smettiamo di subire le procedure mediche e cominciamo a chiederci a cosa servono e se siano adatte a noi.

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L’enigma della morte, di C. G. Junghttp://www.professionemamma.net/enigma-della-morte-jung/ http://www.professionemamma.net/enigma-della-morte-jung/#respondMon, 27 Feb 2017 08:56:30 +0000http://www.professionemamma.net/?p=2409“Mia cara amica, lei si chiede, e mi chiede, come possa la vita continuare dopo un evento così doloroso come solo può esserlo il distacco dall’amato, dalla persona cioè alla quale abbiamo unito il nostro desiderio e con la quale abbiamo affidato tutto noi stessi nelle mani del futuro. E’ questo è un interrogativo al […]

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“Mia cara amica,
lei si chiede, e mi chiede, come possa la vita continuare dopo un evento così doloroso come solo può esserlo il distacco dall’amato, dalla persona cioè alla quale abbiamo unito il nostro desiderio e con la quale abbiamo affidato tutto noi stessi nelle mani del futuro. E’ questo è un interrogativo al quale, debbo confessarle, non so dare risposte.

Per quanto vittoriosa sia la fede, per quanta temperata, pure essa non sovrasta l’enigma della morte.

Quando la morte si manifesta sul nostro cammino, quando ci sottrae il nostro bene, è violenza insostenibile dalla quale sempre siamo sconfitti. E per quanto profonda possa essere, come lei gentilmente mi attribuisce, la conoscenza dell’animo umano, ebbene essa ci conduce solo là dove non si può che ammettere, per quanto a malincuore, la propria ignoranza.

Ecco dunque un primo consiglio: né commiserazione per sé né risentimento per la vita.

Benché oscuro sia lo sfondo sul quale la morte si manifesta, altrettanto oscuro quanto quello della vecchiaia e della malattia, per non dire di quello del peccato e della stoltezza, ebbene è lo stesso sfondo sul quale si staglia il sereno splendore della vita. Per la nostra salute mentale sarebbe perciò un bene non pensare che la morte non è che un passaggio, una parte di un grande, lungo e sconosciuto processo vitale: sia nei giorni dolorosi nei quali precipitiamo per la perdita di chi ci è caro sia nei giorni tristi nei quali siamo sorpresi dal pensiero della nostra stessa morte.

La nostra morte è un’attesa o, se vuole, una promessa che non è mai compiuta.

Per questo essa non ci impone di vuotare la nostra vita ma piuttosto di procedere alla sua pienezza. Mentre la morte  ci toglie ciò che ci è più caro, al tempo stesso ci restituisce a ciò che ci è più prezioso.

Non è il mistero della morte che siamo chiamati a sciogliere: piuttosto è quello della vita.

La vita è un imperativo assoluto al quale nessuno deve sottrarsi. Per quanto ostico ci paia il compito, per quanto insostenibile, per quanto ostile, abbandonarci a noi stessi, abbandonare noi stessi non è contemplato tra le molte possibilità.

E’ alla vita che dobbiamo piuttosto, direi addirittura, arrenderci e al suo costante fluire. A questo scorrere non possiamo imporre alcun argine, né potremmo tentare di deviarlo o di mutarne la traiettoria.

Ciò sarebbe assai sciocco e per molti versi pericoloso. Se vogliamo inimicarci la vita, se vogliamo davvero averla contro sappiamo come fare: rinunciamo a viverla.

Vi sono numerosi modi per ottenere questo, l’ultimo dei quali, il più stupido e spietato, è troncarla con le nostre stesse mani. Questo è il supremo peccato. Se ci teniamo al di sopra di questo baratro potremo sempre, in ogni caso, imporre alla vita un corso predeterminato, forzarla o sospenderla, in una parola dirigerla.

Abbiamo infiniti compiti che possiamo imporci e infinite mete verso le quali orientarci. Tutto ciò fa pur sempre parte della nostra vita, ma è ciò che la nostra vita ci chiede?

La vita che abbiamo scelto per noi potrebbe infatti rivelarsi ben diversa da quella che avrebbe scelto noi.

Il problema è allora questo: giunto alla fine dalla mia vita che cosa mi ritrovo tra le mani? Se trovo solo il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato non sarà gran cosa. Ma potremmo trovare ben di più, ben di peggio.

Ogni vita non vissuta accumula rancore verso di noi, dentro di noi: moltiplica le presenze ostili. Così diventiamo spietati con noi stessi e con gli altri. Intorno a noi non vediamo che lotta, cediamo e soccombiamo alle perfide lusinghe dell’invidia. Si dice bene che l’invidia accechi il nostro sguardo è saturo delle vite degli altri, noi scompariamo dal nostro orizzonte. La vita che è stata perduta, all’ultimo, mi si rivolterà contro.

Perciò, l’ultima cosa che vorrei dirle, mia cara amica, è che la vita non può essere, in alcun modo, pura rassegnazione e malinconica contemplazione del passato.

E’ nostro compito cercare quel significato che ci permette ogni volta di continuare a vivere o, se preferisce, di rispondere, a ogni passo, il nostro cammino.

Tutti siamo chiamati a portare a compimento la nostra vita meglio che possiamo.”

Carl Gustav Jung

“Jung parla. Interviste ed incontri” – Adelphi, Milano, 1999

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Le primule sono di nuovo in fiorehttp://www.professionemamma.net/le-primule-sono-di-nuovo-in-fiore/ http://www.professionemamma.net/le-primule-sono-di-nuovo-in-fiore/#respondMon, 20 Feb 2017 06:24:46 +0000http://www.professionemamma.net/?p=2402Le ho notate l’altra mattina tornando a casa dopo la visita dalla pediatra: il più piccolo si è buscato una brutta influenza. Stavano là, in un piccolo mazzetto lungo il ripido versante della montagna che risalgo. Tra poco saranno ovunque. Le stagioni non sono più le stesse, eppure le primule si presentano sempre puntuali. Ogni […]

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PrimuleLe ho notate l’altra mattina tornando a casa dopo la visita dalla pediatra: il più piccolo si è buscato una brutta influenza.
Stavano là, in un piccolo mazzetto lungo il ripido versante della montagna che risalgo.
Tra poco saranno ovunque.
Le stagioni non sono più le stesse, eppure le primule si presentano sempre puntuali.

Ogni febbraio, le prime che noto mi dicono che è quasi primavera, che è quasi il mio compleanno e che è passato un altro anno.

Ora faccio fatica a tenere il conto: sembra che sia accaduto un secolo fa, o che le cose stiano così da sempre.

Ho sorriso.

Già da alcuni anni mi capita di incontrarle e sorridere.

Le primule… notai le prime della stagione proprio al rientro dall’infausto verdetto: “Mi dispiace non c’è battito”.
Da allora l’associazione è automatica.

Le primule: i primi fiori di primavera, dalla fioritura breve eppure perenni. Un po’ come quei figli che se ne vanno presto: ne godiamo per poco tempo, eppure lasciano un segno indelebile dentro di noi.

A quel tempo ne presi un piccolo mazzo e lo piantai in un piccolo vaso di terracotta che avevo accuratamente scelto nel vivaio vicino a casa nostra.

Un fiore che si pensava potesse scacciar via la malinconia se si fosse portato al cuore, così, un mazzetto per te e uno per me, insieme proveremo a non sentir più la malinconia del rimbombo di questo vuoto.

(Questione di biglie, Eidon edizioni 2012)

Posai quel vasetto sulla tomba di mia figlia. Sei mesi dopo, quando tornammo in quel campo per seppellire un’altra figlia, non lo trovammo più: qualcuno lo aveva rubato. Vai a capire i ladri nei cimiteri…

I figli si palesano, in qualche modo, anche se sono morti?

C’è chi ci crede. Chi ci crede davvero è rassicurato dai segni che trova. La presenza di suo figlio continua ad accompagnarlo nei giorni che si susseguono.
Io non ci credo.
Proprio è qualcosa che non mi appartiene. Per me la morte è morte. È la fine di ogni relazione o contatto, in questo mondo o dimensione. Non so se ne esistano altre: a volte mi piace pensarlo, ma tant’è è in questa che ancora mi muovo, perciò al limite lo scoprirò il giorno in cui anche io ci capiterò.

Le primule però mi ricordano un tempo molto difficile.

Mi ricordano la voragine di un vuoto che sembrava incolmabile. Un vuoto che è diventato familiare. Perciò sorrido. Perché ce l’ho fatta: ho imparato a vivere senza di loro. La loro assenza non fa più male. Non c’è rimpianto, né rabbia, né malinconia.

C’è la nostra vita vissuta insieme: è stata un’esperienza piena e ricca di amore. Questo conta.

Per me non conta tenere la somma del tempo, cercare segni che chissà se sono segni o illusioni, ricordarsi di pensarle almeno un po’ tutti i giorni, accendere candele o tenerle strette ad ogni costo.

I figli vanno lasciati andare: lo si raccomanda se sono vivi, non fa differenza che siano morti.

Lasciarli andare non significa dimenticarli o rinnegarli.
Significa accettare quale sia il loro percorso. Scelto o imposto non fa differenza.
Ho scoperto che ne sono capace. Ecco cosa mi rassicura.

Le primule sono di nuovo in fiore, segno che la vita continua ad andare avanti ed io con lei.

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Un giorno ci rivedremo?http://www.professionemamma.net/un-giorno-ci-rivedremo/ http://www.professionemamma.net/un-giorno-ci-rivedremo/#respondSun, 12 Feb 2017 23:35:16 +0000http://www.professionemamma.net/?p=2394In verità non so se un giorno ci rivedremo. Ad alcuni da sollievo immaginare un tempo e un luogo in cui potranno ritrovarsi. Forse riprendere da dove hanno lasciato. Forse dare senso alla profonda sofferenza di un vuoto incomprensibile e troppo penoso. C’è chi ci crede profondamente. E per lui è un grande conforto. C’è […]

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In verità non so se un giorno ci rivedremo.

Ad alcuni da sollievo immaginare un tempo e un luogo in cui potranno ritrovarsi. Forse riprendere da dove hanno lasciato. Forse dare senso alla profonda sofferenza di un vuoto incomprensibile e troppo penoso.

C’è chi ci crede profondamente. E per lui è un grande conforto.

C’è chi desidera crederci. E usa questa opzione per trovare un po’ di tregua, talvolta.

Tuttavia mi chiedo se sia il sollievo il centro della questione.

Cioè, quando qualcuno dei nostri cari muore, il sollievo ci guarisce dal dolore per la sua scomparsa?

La morte è un fatto strano nella nostra cultura. Pare proprio essere un affronto, un colpo basso, una delusione, una vigliaccheria, un torto, il male assoluto. Come se la morte non appartenesse al processo del vivere e fosse, al limite, accolta in via del tutto eccezionale solo in alcuni specifici casi: in vecchiaia, per esempio.

Anche se pare che oggi non invecchi veramente più nessuno. Oggi si è giovani, poi maturi, poi adulti, infine grandi. Ma vecchi non si è più.

Forse per non morire mai.

Tuttavia ancora si muore. Non solo da vecchi. E lo struggimento per l’affronto subìto talvolta pare infinito. Non trova tregua. Si trasforma in un dolore costante che accompagna di giorno in giorno, fra sospiri e quella speranza che vuole essere una certezza: un giorno ci rivedremo.

Non so se un giorno ci rivedremo e, se anche fosse, questa opzione non riempie per nulla il vuoto del mio quotidiano.

Poiché io vivo oggi. Oggi mi alzo e respiro l’assenza. Oggi mi nutro, mi prendo cura di me, mi preservo per continuare ad esistere ancora. Cerco di fare del mio meglio per allontanare l’ingresso in quel mondo ultraterreno nel quale chissà se ci incontreremo. Perciò ho bisogno di trovare un modo per stare in questa assenza. Stare dentro di essa trovando i riferimenti che mi occorrono per proseguire di oggi in oggi, fino a quando non lo so.

Così il mio sollievo non è credere che un giorno ci rivedremo, bensì fare di quel vuoto un luogo rassicurante in cui potere stare e forse anche uscire, per poi tornare, oppure no.

Se ascolto il dolore della perdita, sento una quantità di promesse mai mantenute. Sento aspettative infrante e desideri disillusi. Perché ho immaginato il mio futuro, e l’ho fatto senza contare che la morte avrebbe potuto mutarlo, consegnandomi un’altra opzione.

In verità è la mia cultura a dirmi che le persone al limite moriranno da molto vecchie. È sempre la mia cultura ad avere dipinto la morte come la Nera Signora. Colei che sottrae senza riguardo e lascia solo dolore. È la mia cultura a dirmi che nella morte c’è dolore e solo dolore, poi forse, se ci credi, puoi trovare sollievo raccontandoti la storia dell’aldilà o della rinascita.

L’unica certezza che ho è questo vuoto. Che rimbomba e resta vuoto.

Dentro quel vuoto c’è la misura delle mie aspettative, dei miei desideri più profondi, delle speranze. A giudicare dalle sue dimensioni devono essere state parecchio importanti! Tuttavia devo smontarle, una per una perché non si avvereranno mai. E fa male smontarle una per una.

Eppure, solo ora che il domani non ha più la forma che avevo immaginato, mi accorgo che può averne un’altra.

Perché la morte sottrae, ma non tutto.

ci rivedremo

Immaginare un futuro nuovo riaccende nuovamente la fiammella della voglia di vivere, il desiderio di vedere che sarà, esplorare territori nuovi, immaginare altre opzioni.

Non sto dimenticando chi non ho più, né lo sto rinnegando. Sto facendo senza.

Perché la morte sottrae e non so fare con qualcuno che non c’è, come se ci fosse.

Ecco il mio sollievo: riconoscere che so fare senza, che nel vuoto so stare senza farmi inghiottire, che non ho controllo sulla vita, eppure so trovare il modo di adattarmi alle opzioni, anche le più sfavorevoli e irrimediabili, che la morte può pure sottrarre, ma non mi porterà via tutto quel che ho avuto e condiviso con chi non c’è più.

La mia ricchezza, il vero patrimonio, sta nella vita vissuta, non certo in quella immaginata.

La morte è un’opzione. Non certo un fallimento o una punizione. Non ho bisogno di stare nella sofferenza, non voglio sentirmi sfortunata, non voglio solo sollievo. Voglio vivere bene.

E per vivere bene non posso che prendere ciò che c’è e rigirarlo finché non mostrerà il suo lato migliore.

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A scuola di vitahttp://www.professionemamma.net/scuola-di-vita/ http://www.professionemamma.net/scuola-di-vita/#respondThu, 09 Feb 2017 08:45:51 +0000http://www.professionemamma.net/?p=2338Eh sì che oggi possiamo dirlo forte: ci si è messa pure la Fornero a render grama la vita dei liceali! Come? Beh, è molto semplice: obbliga un insegnante a restare in classe sette anni in più e chiedi ai suoi alunni che vita finiscono col fare… Semplice dire: “Che cambi mestiere!” Ha varcato la […]

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Eh sì che oggi possiamo dirlo forte: ci si è messa pure la Fornero a render grama la vita dei liceali!

Come?

Beh, è molto semplice: obbliga un insegnante a restare in classe sette anni in più e chiedi ai suoi alunni che vita finiscono col fare…

Semplice dire: “Che cambi mestiere!”

Ha varcato la soglia delle aule per decenni, non certo a fine carriera si metterà a misurare le sue doti nascoste.

Siamo in un’epoca in cui la scuola, gli insegnanti, non se la passano bene. Aleggia un certo alone di sfiducia, una certa critica da parte dei genitori che, piuttosto di contraddire i figli, mettono in seria difficoltà l’autorevolezza dell’istituzione e dei suoi rappresentanti, ogni giorno in prima linea.

Per instillare una qualche tregua fra le parti, i documenti si moltiplicano.  Che siano chiari i ruoli: chi deve fare cosa, come e quando. Non accavalliamoci e badiamo bene di chi sia la colpa di cosa, quando e perché.

Giusto così si può generare fiducia: solcando per bene il millimetro di ogni respiro, senza più lasciare spazio al confronto, che tanto…

[si capisce l’ironia?]

Io amo la scuola pubblica. Credo che sia alla base della nostra civiltà: morta quella, siamo del gatto. E la scuola pubblica sta morendo, un po’ per volta. Purtroppo.

Da che mondo è mondo, non tutti gli insegnanti sono nati con le doti per insegnare, eppure ce li ritroviamo dietro la cattedra. Noi a domandarci che ci stanno a fare, loro a domandarsi che ci stiamo a fare noi, lì davanti a giudicare loro.

Infatti. Dovremmo smetterla e osservare come la scuola sia in effetti la prima vera scuola di vita. Dunque lì ha senso che trovi spazio chiunque: perfino chi si ostina a voler fare un mestiere per cui non è portato.

E’ ovvio che patisca l’irriverenza dei suoi alunni.

E’ ovvio che di tanto in tanto gli venga sottoposto il malsano suggerimento di domandarsi come sia possibile che nella sua classe ci sia una quantità di insufficienze praticamente totale. Penserà mica di trovarsi di fronte ad una selezione di deficienti? Sì, ovviamente.

E’ ovvio che detesti ogni genitore che abbia l’ardire di arrivare al suo cospetto col libretto del figlio, mostrando la sequenza dei 7, 8 e persino 9, dove l’unico, dico, l’unico 5 sia appunto stato raggiunto nella sua materia. Non saranno tutti gli altri insegnanti di manica larga, no? No, infatti che c’entrano gli altri insegnanti? Si dà il caso che sia proprio quella l’unica materia in cui il figliolo non si impegna. Appunto. Non se ne esce.

Non c’è chi abbia torto e chi ragione.

Qui c’è da tenere conto di qualcos’altro. Nel più ampio panorama della scuola come scuola di vita, questo insegnante ha la più grande utilità educativa che si possa immaginare.

Avanti, devi farci i conti: nella vita non sono tutti gentili, giusti, politicamente corretti, capaci, rispettosi e buoni ascoltatori.

Ci sono anche gli infelici. Loro vivono male e portano il loro vivere male ovunque vadano.

Oggi è la tua insegnante, domani potrà essere il tuo capo, oppure il vicino di casa con cui litighi per i panni stesi o il confine del posto auto. Potrà essere la cassiera che ti lancia le uova nel sacchetto e ti saluta ringhiando. Oppure l’insegnante di tua figlia. Quella che ti domandi come diavolo sia riuscita ad arrivare ad insegnare. Eppure sta là e tu non puoi dire che sia un’incompetente. Mica puoi svilire la sua autorità! Però puoi dire che forse da lei può imparare altre cose. Come la pazienza. Può imparare ad incassare i 4 e i 5 senza sentirsi un’incapace, ma anzi, gioendo perché non è ancora arrivata al 3.

Può imparare il metro di ciò che per lei è importante: quanto conta arrivare al massimo, sempre? Il massimo non ha un numero fisso, come le fanno credere a scuola. Il massimo non è 10. Il massimo è uscirne vivi. 😉

Può imparare a fare squadra e allearsi con i suoi compagni: dividersi il carico con loro e cercare di sfangarla insieme.

Può capire cosa sia insegnare e cosa non lo sia: chissà che scopra di avere quella dote, oppure no. E se scoprisse di volerla mettere a frutto? Chissà!

Può imparare a farsi grande. Trovare la sua strada. Farsi le sue ragioni.

Chissà perché ci riusciamo sempre meglio di fronte a chi ci mette i bastoni fra le ruote!

Comunque ringraziamo la Fornero.

Se non fosse per lei, avremmo seriamente rischiato di non godere del pacchetto sopravvivenza da prima liceo. 😉

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