Innaturale: non naturale, non conforme a quelle che sono, o sembrano essere, leggi di natura.

E’ innaturale perdere un figlio, è innaturale sopravvivere ai propri figli.

Ogni mamma con cui parlo mi riporta di questa innaturalità.

E’ innaturale e inaccettabile.

Io stessa ho avuto questo pensiero per un po’, all’inizio. L’avevo letto da qualche parte e si adattava benissimo a quel che sentivo.
Non avevo concepito quei figli cercando la morte, ma la vita. Non era la loro tomba a cui aspiravo, ma alle mie braccia piene. Chi vorrebbe mai sopravvivere ai suoi figli?

Perciò quel che mi è accaduto non è naturale: la logica vorrebbe che i figli nascessero e che i loro genitori morissero prima di loro.

La logica lo vorrebbe: è per questo che ci riproduciamo. Per lasciare al mondo il nostro contributo, per proseguire nell’evoluzione, per fare la nostra parte nel perpetrare la specie umana.

Ecco che a me è stata negata tale possibilità. Chi? Chi me l’ha negata? Perché proprio a me?

E la rabbia montava… per avere subìto l’ingiustizia di qualcosa di innaturale, fuori dalla logica del pensiero.

Perché la morte è così: lei ha bisogno di avere un colpevole. Poiché essa nella nostra cultura è un fallimento. E’ qualcosa di spregevole e deprecabile e di fronte a lei qualcuno deve pagare per l’onta subita dal defunto che è morto, ma anche dai suoi cari, costretti a patire la pena della sua perdita. La morte è inaccettabile.

Il pensiero ha una sua logica nel dare forma a ciò che ritiene essere naturale. Ma in natura cosa avviene veramente?

Beh, in natura si muore.

Nasciamo senza una data di scadenza fissa. Senza la certezza che ci riprodurremo e/o che moriremo almeno prima dei nostri figli.

In natura esistono le eccezioni, gli incidenti, le malattie, le probabilità e gli imprevisti.

Alla fine del 1800 l’aspettativa di vita di coloro che superavano i 5 anni, era intorno ai 50 anni. All’epoca circa la metà dei figli moriva entro il periodo infantile.

Oggi non abbiamo smesso di morire, solo moriamo mediamente in età più avanzata.

Inoltre non disponiamo più dell’evidenza del morire, poiché questo passaggio è stato trasferito in ospedale, nel quale si entra, per scomparire. A maggior ragione quei figli che ancora non hanno avuto un riconoscimento sociale, poiché ancora non sono nati e la società non li ha visti (quindi riconosciuti come realmente esistenti), entrano in ospedale celati nel grembo della mamma per non uscirne più. Nessuno li vede (a parte, forse, i genitori) e per la società sono semplicemente mai esistiti. Infatti li definiscono mai nati, quando invece sono nati eccome.

Oggi, pertanto, nemmeno i figli hanno smesso di morire, anzi:

Forse pochi sanno che nella nostra specie, la specie umana, il periodo di vita in cui rischiamo maggiormente di morire è quello che va dal concepimento alla nascita. E’ nelle prime 12 settimane gestazionali che il tasso di mortalità è particolarmente elevato: proprio in questo periodo avviene infatti circa l’80% degli aborti spontanei e il 30% delle gravidanze si interrompe già prima della 6 settimana di gestazione.
Anche un embrione apparentemente sano e del quale sia stata documentata la vitalità (regolare attività cardiaca) ha una probabilità di morire pari al 5-10% finché non sarà superata la fatidica 12esima settimana. Sulla base di questi dati e del rischio globale di morte in utero, potremmo vedere i nostri neonati come autentici “sopravvissuti” e festeggiarli per lo scampato pericolo.

Dott. Filiberto Di Prospero

Se è vero che per la mente sia illogico (quindi innaturale) avere coscienza di potere sopravvivere ai propri figli, è anche vero che di fronte all’evidenza delle dinamiche naturali, la mente dispone della capacità di fronteggiare l’evento, prima impensabile ora addirittura esperito.

Affinché questa capacità potesse trovare terreno fertile su cui esprimersi al meglio, per me è stato fondamentale trovare le parole giuste per narrare alla mia mente la situazione in cui versavo e trovare le soluzioni più adeguate per costruire quelle impalcature che mi hanno poi permesso di ritrovare un equilibrio solido e positivo.

Quindi per me non ha senso dirsi che sia innaturale la morte di un figlio, poiché essa in natura non solo esiste, ma conta numeri ingenti.

Posso dirmi che sia un pensiero difficile da formulare, poiché finché non si sperimenta è quasi impossibile percepirne la portata e le ripercussioni.
Quindi devo evidenziare come in effetti sia stato impegnativo affrontare quell’esperienza e come sulle prime mi abbia giovato credere e dirmi che fosse innaturale, illogica e inaccettabile. Finché ho capito che ciò mi stava inchiodando in una rabbia senza soluzione.

Perciò sono giunta all’osservazione oggettiva di come muove la natura e dentro quella natura ho trovato il luogo in cui potermi sentire parte del suo ingranaggio.

Non sapendo cosa riservi il futuro, scelgo di vivere vivendo. Scelgo di sentirmi parte di una natura attiva che avanza e qualche volta incappa in alcuni errori, quindi mi fa capitare un bambino errato che muore, perché è possibile che per mille bambini errati che muoiono, ne produca uno più adatto alla vita. Questo mi da conforto, io faccio parte di una natura che lavora per portarci da un chissà dove a chissà dove.

Questione di biglie – Eidon edizioni 2012

Non è più stato importante lasciare al mondo la mia eredità, ma è diventato fondamentale sapere di essere parte attiva di questa esperienza umana. Anche attraverso di me si è compiuta. Anche attraverso i miei figli si è potuta compiere, poiché, finché non sono morti, non potevamo sapere quanto sarebbero vissuti.

innaturaleIo ho fatto tutto quel che potevo fare, per offrire alla specie e al mondo il mio contributo. Anche se sono certa che non fosse questo il mio intento iniziale. In tutta sincerità al primo posto ci sono sempre stata io e non Darwin. Il mio obiettivo era molto più semplice e banale: volevo diventare madre. Beh, non nel modo in cui avevo sperato, né sognato, eppure madre lo ero diventata davvero.

Mi poteva bastare?

Forse no, ma doveva bastarmi. Perché si può fare solo con ciò che c’è.

Volendo fare con ciò che non c’è, esiste il rischio (grosso, secondo me) di smettere di vivere nel mondo reale, per trasferirsi in un mondo di ingiustizie, rimpianti ed eterne incompiute.

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