Se una donna sceglie di avere una relazione e poi un figlio con un uomo violento, è evidente che non sarà in grado di tutelare il proprio figlio.
Se fosse in grado di tutelare il figlio, avrebbe scelto meglio prima.
È curioso che le donne si accorgano sempre dopo della pessima scelta fatta, quando devono lamentarsi dell’uomo che hanno scelto.
Ed è giusto che vada al padre: non è detto che sarà violento con il piccolo.
La madre invece – come detto – ha già dimostrato di essere inadeguata.
Sceglieteli meglio, i padri dei vostri figli.
Perché se una donna sceglie un uomo violento come padre dei propri figli, o se ne accorge solo a cose fatte, è evidente che non sarà mai una madre adeguata. Prima o poi farà lo stesso errore o ne farà altri.

Si fa chiamare Rob o Robert, il tizio che esprime il pensiero qui sopra, riportato nell’articolo che potete leggere cliccando qui.

Perché le donne scelgono uomini violenti?

Non so rispondere che per me: ho scelto un uomo violento per una serie di ragioni che mi si sono palesate col tempo. Nel momento in cui l’ho scelto, non pensavo che la sua fosse violenza. Certi comportamenti non sono considerati violenti, sono piuttosto considerati tipici comportamenti maschili: la denigrazione, lo svilimento, l’imposizione, l’esercizio di potere, sballarsi, ubriacarsi e non avere più il controllo di sé fino a mettere in pericolo la vita dell’altro alla giuda di un auto, o peggio, di uno scooter… È il tipico comportamento del giovane macho. Tu femmina non vuoi un macho al tuo fianco che sappia domarti? Che abbia il culo di non schiantarti da qualche parte riconducendoti a casa?

Nella mia scelta di un uomo del genere, un uomo pieno di fragilità, che si muoveva nella vita e con me con dinamiche precise, che usava un linguaggio di un certo tipo, carente in certi punti (proprio quelli e non altri), c’è la mia storia affettiva piena di buchi e scarse cuciture. C’è il rapporto con mia madre, il mio concetto d’amore (composto dall’amore sperimentato in famiglia e l’amore propinato dalla società), c’è la corsa a costruirmi una vita mia, impensabile senza un uomo al mio fianco, perché così mi avevano insegnato che dovesse essere e così la società vuole. 

Nella mia scelta c’è un pacchetto cospicuo di cose accumulate, mai osservate, mai comprese, mai accettate. C’è un mondo intorno a me di cui non mi fidavo abbastanza per dargli ascolto, poiché era lo stesso mondo che mi aveva causato tutti quei buchi che, con quella scelta, cercavo invano di ricucire.

Si sceglie ciò a cui si è abituati. Che sia tremendo o meno, non importa. Ciò a cui siamo abituati è per noi rassicurante. Per questo tendiamo a sceglierlo.

Fu questa la frase più illuminante, capace di accendere un faro sulla lunga serie di Perché.

Ho scelto ciò da cui venivo.

Non in termini di violenza fisica, ma in termini di come io ero abituata a sentirmi in una relazione affettiva: instabile, insicura, affannata, spaventata, ignorata, prevaricata…

I rapporti familiari possono essere molto complicati e nessuno può accorgersene.

Se una donna sceglie un uomo violento per molte ragioni, anche insospettabili (ecco perché i rapporti violenti si annidano anche dove noi non ne abbiamo idea), c’è da chiedersi, per par condicio:

Perché un uomo è violento?

L’uomo violento con cui ho avuto a che fare io, lo era perché anche lui veniva da una storia affettiva piena di buchi pochissime cuciture.

Si fa ciò che si impara. Si ama come si è stati amati.

Vale per tutti, non solo per le donne che cadono nella trappola. Vale anche per gli uomini che quella trappola la tessono.

La responsabilità è di entrambi, ma solo la donna è chiamata a risolvere la faccenda – e ti pareva!

La verità è che questa società non è ancora pronta a fare a meno della violenza: la vuole. Ecco perché colpevolizza la vittima e vittimizza il carnefice. La violenza è potere, questo ci insegnano. Chi è disposto a fare a meno del suo potere? Il potere è controllo, è prestigio, è autorità, è confuso addirittura con la rispettabilità.

Perché solo dopo la nascita di un figlio ci si accorge della trappola?

Robert pare sottintendere che sia uno stratagemma del tutto femminile per martoriare la povera vittima. Robert non tiene conto di un fatto accertato: la gravidanza cambia profondamente il modo di percepire e percepirsi. È come se offrisse un vocabolario pieno di parole nuove. Come se aprisse più sguardi sul mondo. Come se affinasse la capacità di percepire la realtà.

Per quanto mi riguarda, avere mia figlia mi ha posto nel mezzo: c’era un prima di me (mia madre e la mia storia familiare), me e un dopo di me (mia figlia). Ecco che lo sguardo è diventato a tutto tondo: ho potuto vedere più chiaramente da dove venivo e dove stavo andando. Ho capito che m’ero messa in una trappola.

Lì l’ho capito, non prima. Lì, perché solo in quel momento, cioè quando si è concretizzato il dopo di me e ho realizzato che ne ero responsabile al pari di come lo fu mia madre nei miei confronti, mi sono obbligata a chiedermi se non avrei potuto fare meglio.

Certo che avrei potuto.

Avrebbe potuto anche il padre di mia figlia, se solo la paternità gli avesse consentito di aprire lo sguardo altrettanto. Invece a lui lo sguardo è rimasto fisso dentro la fessura che s’era trovato. Non era scarsa volontà la sua, era proprio cecità: come se tutti quei buchi lo avessero ormai irrimediabilmente compromesso.

A me, dunque, è rimasto il compito di scegliere dove indirizzare le nostre vite e ho realizzato che, qualunque cosa avessi scelto di fare, ORMAI, non sarei stata che colpevole.

Colpevole di aver scelto l’uomo sbagliato e colpevole, eventualmente, di aver distrutto una famiglia.

ORMAI.

È con questa parola che si decreta il futuro delle donne a cui la gravidanza apre lo sguardo: ORMAI questo ti sei scelto e questo ti tieni.

Colpevole.

ORMAI un cazzo!

Mi sono presa su tutte le colpe e ho cambiato l’esito delle nostre vite.

No, non mi sono infilata in un’altra storia violenta, perché una volta fuori, una volta capito il meccanismo, col cavolo che ci ricado!

Un uomo violento sarà violento anche col piccolo?

Sì. Lo sarà, a meno che la paternità non sia in grado di aprirgli lo sguardo. Lo sarà perché un uomo violento è violento sempre: è così. È come domandarsi se un uomo cieco sarà in grado di vedere la sagoma di suo figlio: se è cieco non la vedrà. Non vedrà la sagoma di nessuno. Ecco perché un uomo violento dovrebbe essere prima considerato un pericolo e poi un padre, non il contrario.

Robert non tiene conto di un fatto essenziale: vivere è un percorso, un processo, un’evoluzione. Aspettarsi che le persone non cadano in tranelli e non commettano errori, non è solo irrealistico, addirittura non appartiene all’umano: attraverso gli errori ci è concesso di raddrizzare il tiro, conoscere più profondamente noi stessi e individuare meglio il nostro percorso. Detto questo ci sarebbe da chiedersi perché l’abuso dell’uomo violento non sia considerato un errore a cui porre rimedio. Perché, invece di criminalizzare chi cerca di salvare se stesso e i suoi figli, non si criminalizza chi non da loro scampo?

Ciò che Robert dimostra, con questo suo pensiero, è di non conoscere affatto cosa si annidi nelle dinamiche familiari violente e quanto lavoro ci sia nelle donne che tentano di affrancarsi da esse.

Tentano, senza riuscirci mai davvero, perché questa società e questo modo di trattare le vittime e i carnefici, permette agli ultimi di proseguire ad abusare anche in eterno, condannando a veri e propri ergastoli, non solo le donne e i figli in comune, ma anche le famiglie che si sono costruite in seguito.

Mio marito si è caricato della mia stessa zavorra e l’ha portata insieme a me, per anni. Così i nostri figli.

Robert è uno dei tanti sparasentenze gratuiti di cui farei volentieri a meno.
Se facciamo ancora tutta la fatica che facciamo, è anche perché esistono troppi Robert.

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