Dai, ne avrai altri!

Questa è una delle frasi più comuni che ci sentiamo dire.

A denti stretti confessiamo il nostro dolore più profondo e con questa frase ci danno il colpo di grazia.

È una frase che ho detestato, con essa ho detestato anche tutti coloro che l’hanno pronunciata, eppure anche io in tempi di ignoranza avevo messo in fila le stesse parole: perché non ho avuto la sensibilità che mi aspettavo avessero gli altri verso di me?

Cosa c’è dentro questa frase?

Sono anni che rifletto su questo tema e oggi ne ho un’opinione abbastanza solida, proverò ad esprimere il mio pensiero…

Dai, ne avrai altri! – alle orecchie di chi ha perso suo figlio

Io, che ho perso mio figlio e che vivo un lutto straziante, ricevo colpi a diversi livelli.

Questa frase evita di considerare l’effettiva morte di mio figlio, evita di considerare mio figlio, evita di considerare il mio dolore, evita di dare valore alla condizione di lutto.

Io non sono vista e non è visto mio figlio, insomma, questa frase ignora la realtà, rendendo a me impossibile avvertire la comprensione da parte dell’interlocutore.

La morte di un figlio durante l’attesa porta in sé la difficoltà di riconoscere quella morte come una morte reale, poiché il bambino che è morto non è mai nato, dunque perfino per me può essere difficile comprendere come possa avere connotati così pesanti il dolore per la sua morte. Io stessa, che quel dolore lo sto vivendo, posso non capacitarmi di quanto sia smisurato.

Una frase del genere avvalora la NON esistenza di quel figlio la cui morte mi sta devastando e crea una contraddizione difficile da sostenere: sento un’emozione che io stessa fatico a comprendere e intorno a me non trovo comprensione, quindi mi trovo da sola in qualcosa che nemmeno io so spiegare.

Questa è certamente una frase infelice (per usare un eufemismo) che non andrebbe mai detta, eppure è la più comune. Perché?

Dai, ne avrai altri! – dalla bocca di ascolta il lutto per un bambino morto prima di nascere

Più volte mi sono sentita dire che le persone faticano a sostenere il dolore altrui. È difficile sostenere il dolore per una perdita, quando si tratta della perdita di un figlio è ancora più complicato.

Ho notato che da quando io sono più capace di sostenere le mie perdite autonomamente, non ho più ascoltato frasi del genere. 

La morte fa male e il dolore si rifiuta. Con questa frase, colui che mi sta ascoltando ed è obbligato a sostenere il mio dolore, si sta proteggendo e cerca di proteggere me offrendomi quella che per lui è la via di fuga dall’immensa pena.

Tuttavia, non capiterebbe mai di ascoltare parole simili per la morte di un figlio che è morto dopo essere vissuto, perché si sa, senza bisogno di rimarcarlo, che non si possono sostituire un volto, una voce, un paio d’occhi, un temperamento, mentre appare possibile sostituire ciò che non si è mai visto, ascoltato e esperito.

Appare a tutti coloro che non ne hanno esperienza, coloro che ancora possono contare su una strategia difensiva che si dissolve di fronte all’esperienza reale.

Dai, ne avrai altri! – alle mie orecchie in riflessione

Superato il periodo in cui il mio dolore doveva stare al centro del mondo e aveva bisogno di riconoscimento (perché anche le mie figlie ricevessero il giusto riconoscimento), ho potuto leggere queste parole sotto un altro punto di vista e mi sono accorta che era il mio dolore a decretare coloro che le pronunciavano come esseri privi di sensibilità e non meritevoli delle mie attenzioni.

È vero che di base questa frase rifiuta il dolore della morte di mio figlio, ma in essa c’è una speranza per il futuro e quella è una speranza che l’interlocutore si augura per me. Quindi non mi ignora totalmente, desidera scappare dalla mia pena per concentrarsi di più su ciò che lo renderebbe felice e immagina che renderebbe felice anche me, perché prima di perdere un figlio io ho cercato un figlio affinché vivesse con me. Quindi lui si augura che io realizzi il mio primo proposito: abbia un figlio vivo.

Girovagando nel lutto perinatale ho spesso avuto la percezione che le persone si potessero suddividere in due grandi categorie: chi il lutto lo ha vissuto e gli altri.

Gli altri sono spesso additati come coloro che ignorano volutamente e scientemente il nostro lutto.

Gli altri sono coloro che non meritano di essere interpellati, è inutile cercare con loro un dialogo e un confronto.

Gli altri devono imparare a relazionarsi con noi, maturare la giusta sensibilità, badare a dire la cosa giusta.

Ci è voluto molto tempo, mi è occorso andare avanti abbastanza da farlo oltre che dirlo, per ammettere la verità: io sono stata nella categoria gli altri fino a 35 anni e non era affatto scontato che passassi in quella di chi il lutto lo ha vissuto.

Non credo nella chiusura e nelle categorie, credo nell’informazione, nella tolleranza e nella comprensione dell’altro anche se ha esperienze molto diverse dalla mia.

Solo attraverso il dialogo e la relazione col prossimo si può sperare di diffondere quel tipo di cultura nella quale auspichiamo di ritrovarci, qualora fossimo in difficoltà, e ciò dipende da ognuno di noi. A maggior ragione dipende da chi quella cultura l’ha appresa sulla sua pelle, suo malgrado.

Occorre tempo per trovare la distanza, la lucidità e la forza di fare di questa esperienza di vita l’occasione per offrire agli altri un punto di vista alternativo, capace di diffondere comprensione e abbattere un poco le barriere.

Detto ciò, è anche possibile che chi butta là una frase del genere sia uno che non abbia alcuna voglia di stare nella pena dell’altro e non abbia nemmeno alcuna voglia di farsene una cultura, allora chiudere la comunicazione è doveroso per non perdere altro tempo inutilmente.

Grazie Barbara

lutto perinatale

Lascia un commento