Durante un incontro di sostegno alla genitorialità, l’ho guardato bene in volto e gli ho detto:

Io ho la responsabilità d’essere rimasta a prenderle, tu hai la responsabilità d’avermele date.

La psicologa mi guardava in silenzio e lui subito si è messo sulla difensiva: «Come al solito dai la colpa a me!»

No, tesoro. Non solo a te, se non fossi concentrato sempre e solo su te stesso e avessi ascoltato le mie parole, mi avresti sentito ammettere che ho la mia parte di responsabilità, una parte però, il resto è tutta tua: è ora che tu la riconosca. Tu mi hai picchiato, preso a calci, insultato, sputato addosso, pedinato, abbandonato durante il parto. Adesso fai i conti con questo. A me toccano i conti col fatto d’aver sopportato tutto questo.

Quando sento dire con fermezza, distacco, rabbia e incredulità che sia incomprensibile come una donna possa restare inchiodata in una relazione malata e addirittura arrivi a pensare di meritare tutto ciò che subisce, mi sale un misto di dispiacere e amarezza. Da qualche parte c’è sicuramente una donna che sentirà scaricato addosso a sé l’inadeguatezza e l’incapacità di stare al mondo, esattamente quell’inadeguatezza e incapacità che le fanno meritare le botte.

Perché restiamo a prenderle? Perché pensiamo di meritarle?

Questo vorrei che ci domandaste, anziché salire in cattedra e sentenziare: «Io mai, nei tuoi panni io… col cavolo!»
Ecco, non serve a niente, sappiatelo. Anzi, vi conduce sempre più lontano dal conquistare abbastanza fiducia nella donna maltrattata, da poterla aiutare.

Si resta per una quantità di motivi e non necessariamente trovano origine nel patriarcato: a volte sì, ma non sempre.
Va detto che non sono solo le donne a restare in relazioni svilenti e violente: esistono anche uomini che restano a prenderle.

Raramente si considera che la relazione violenta aspirava ad essere una relazione affettiva.

Il bisogno d’amore ci tiene legati alle altre persone.

Nasciamo con un bisogno d’amore che viene innanzitutto nutrito dalle cure del genitore accudente, nella maggior parte dei casi la mamma, poi la famiglia nella sua interezza.

Beh, questa famiglia come esprime il suo amore? Come lo definisce? Che faccia gli dà? Che regole gli fa seguire?

Per esempio, se ogni volta che combiniamo una marachella ci dicono che siamo stupidi, oppure ci danno uno schiaffo, oppure ci puniscono perché non abbiamo dimostrato d’essere ‘i bravi bambini’ che si aspettavano, cosa ci resterà dell’esperienza d’amore?
Ci resterà che dobbiamo meritarcelo e se non ce lo meritiamo è giusto essere puniti.

Come si esce da questa dinamica?

In modo molto complesso e faticoso, perché c’è da andare a rivedere le fondamenta del nostro stare al mondo: qui è in discussione la capacità d’amare dei genitori stessi. Quanto è difficile ammettere che i genitori sono fallibili, hanno anche loro buchi affettivi che li hanno resi imperfetti, talvolta anche incapaci di accorgersi della sofferenza che causano, tanto da non ritenere di dover modificare il proprio atteggiamento?

Quanto è dura dirsi che i propri genitori hanno sbagliato? E salvarsi?

Salvarsi significa ammettere che certe ferite non possono essere più riparate, cioè bisogna proseguire tenendosele e cercando di lenirsele da soli. Bisogna imparare ad amare se stessi: ma come si impara ad amare se stessi se nessuno ha prima dato importanza al valore intrinseco di ognuno?
Bisogna prima dirsi che noi esistiamo al di là degli altri e rischiare di perdere quella sottospecie di amore che, nel bene o nel male, è l’unico che abbiamo mai conosciuto.

Ecco, questo per dire che quando non capite e sentenziate che bisogna avere rispetto per se stessi, state restituendo a chi evidentemente non ha avuto modo di costruirlo, quanto sia sbagliato, ancora. Ancora sbagliato.
Non serve.
Anzi, nuoce.

Piuttosto fate attenzione a non essere proprio coloro che impediscono di costruire il quel rispetto: non trasformate il vostro amore in un premio.

Il bisogno d’amore.

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